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Netflix, boom di ascolti per il documentario "Io sono notizia" dedicato a Fabrizio Corona, anima diabolica cresciuta nel mito di papà

Ma Vittorio Corona fu davvero un genio come lo dipingono tutti?

13 Gennaio 2026

Netflix, boom di ascolti per il documentario "Io sono notizia" dedicato a Fabrizio Corona, anima diabolica cresciuta nel mito di papà

Fabrizio Corona, fonte: Facebook, @Nocturno

In questi giorni di uscita del documentario di Netflix su Fabrizio Corona ritorna la narrazione del genio di Vittorio Corona, papà di Fabrizio scomparso ad appena 59 anni nel gennaio 2007. Un talento creativo, inventore di giornali e, secondo la vulgata, entrato pure in conflitto col mondo berlusconiano e quindi ancor più apprezzato, ad esempio, da uno degli intervistati nel docu di Netflix, ovvero il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. Insomma, professionista tutto di un pezzo e geniale: un contraltare perfetto rispetto al diabolico figlio. Ci limitiamo a mettere in fila le cose principali fatte da Vittorio Corona.
Nel 1983 viene assunto dalla Rai e, per la casa editrice Nuova Eri, si inventa due mensili: un femminile, Moda, nel 1983 (a fine anni 80 entra in crisi e poi viene ceduto e chiuso nel 1994), e un maschile, King, nel 1987 (successo limitato, chiude definitivamente nel 2004). Nel 1991 Vittorio Corona accetta l’offerta di Fininvest, e va a lavorare a Studio Aperto come vicedirettore sotto la direzione di Emilio Fede. Nel settembre 1993 gli viene affidato un restyling complessivo di Studio Aperto. Ma la nuova versione non piace ai vertici del gruppo, a novembre 1993 Paolo Liguori diventa direttore del tg, e allora Corona lascia i suoi incarichi e si dimette da Fininvest.
A marzo 1994 diventa direttore artistico del nuovo quotidiano La Voce, diretto da Indro Montanelli appena uscito da Il Giornale in polemica con l’editore Silvio Berlusconi. Una impresa fallimentare, e nel giugno 1995 la Voce chiude i battenti.
A inizio 1996 Vittorio Corona è chiamato allora dalla casa editrice Editoriale Donna, che gli affida il mensile Village, da lui ideato e diretto. Esce il 23 marzo 1996, ma a giugno ci sono già segnali di crisi, e nel febbraio 1997 sospende le pubblicazioni. Vittorio Corona si diletta anche come autore e ideatore del dimenticabile programma televisivo Olympo, condotto da Martina Colombari e in onda su TMC in seconda serata a fine 1997. Ma nel 1998, messi da parte i contrasti con il mondo berlusconiano, torna a lavorare con Mondadori come consulente editoriale. Studia progetti con Roberto Briglia, allora direttore di Panorama. E poi, nel 2001, è responsabile del progetto di mensile Ventiquattro, magazine del Sole-24 Ore in joint venture con Mondadori.
Nel gennaio 2005 diventa direttore del nuovo settimanale televisivo e di gossip Star+Tv di Mondadori. E nel maggio del 2005, dopo l’addio di Silvana Giacobini alla direzione di Chi, è uno dei nomi candidati alla successione (ricordiamo cosa è stato Chi nella narrazione del berlusconismo). Poi gli viene preferito Umberto Brindani. Il 20 ottobre del 2005 Corona lascia la direzione di Star+Tv per motivi di salute.
 
Quindi, riassumendo, per Vittorio Corona certamente molta creatività e fantasia, pochi successi, tantissimi fallimenti. E di certo non lo si può definire un acerrimo nemico del berlusconismo. Giusto per ristabilire un po’ di verità in queste narrazioni che, nel documentario di Netflix su Fabrizio Corona come in molti altri racconti, risultano spesso troppo parziali.
Di Stefano Bastoni

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