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Tajani spiega all’Iran che la guerra è brutta: la geopolitica secondo il Ministro (per caso) che parla come al bar con gli amici

Un video imbarazzante riduce la politica estera italiana a slogan da comitiva. Di Maio al confronto sembra Churchill

11 Marzo 2026

Tajani spiega all’Iran che la guerra è brutta: la geopolitica secondo il Ministro (per caso) che parla come al bar con gli amici

C’è qualcosa di profondamente imbarazzante nel video con cui Antonio Tajani ha deciso di “parlare” all’Iran. Non una posizione diplomatica, non un’analisi geopolitica, non una proposta. Solo una sequenza di frasi che suonano come quelle che si sentono a mezzanotte al tavolo di un bar: “Basta missili, basta droni, basta bomba atomica”. Come se bastasse dirlo. Come se la politica internazionale fosse un cartello appeso alla porta di casa: vietato disturbare.

Il problema non è nemmeno l’ingenuità del messaggio. È il vuoto che lo circonda. Tajani non argomenta, non spiega, non costruisce una linea politica. Semplicemente pronuncia ovvietà universali — “si può vivere in pace senza armi atomiche” — con la solennità di chi pensa di aver appena scoperto la gravità. È diplomazia ridotta a moralina, geopolitica compressa in uno slogan da social.

In questo quadro la cosa più sorprendente è il confronto inevitabile con Luigi Di Maio. Che non era esattamente Metternich, ma almeno aveva imparato che la politica estera richiede una cosa banale: preparazione. Accanto alla leggerezza disarmante di Tajani, l’ex ministro appare quasi uno statista. Paradossalmente, rispetto a questo livello di improvvisazione, Di Maio sembra Winston Churchill.

Il punto, però, è più serio della battuta. Un paese del G7 non può permettersi una politica estera fatta di video motivazionali. Non può ridurre la complessità di crisi globali a frasi che sembrano uscite da un discorso di fine cena. Quando la diplomazia diventa un monologo da bar sport, il problema non è l’Iran che smetterà di ridere tra cinque minuti. Il problema è che a ridere, alla fine, sono tutti gli altri.

Di Aldo Luigi Mancusi

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