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Referendum giustizia 2026 su separazione carriere, quando il dibattito politico dimentica la propria storia si copre d'ipocrisia

La distinzione tra le funzioni di giudice e pubblico ministero - e, in alcuni momenti, persino la separazione delle carriere - è stata discussa e sostenuta per decenni anche da una parte significativa della sinistra riformista italiana

11 Marzo 2026

Referendum giustizia 2026 su separazione carriere, quando il dibattito politico dimentica la propria storia si copre d'ipocrisia

Nel confronto sulla riforma della giustizia che oggi divide la politica italiana, il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è tornato al centro della scena con toni spesso drammatici. C’è chi la descrive come una minaccia all’indipendenza della magistratura e chi, al contrario, la considera una riforma necessaria per garantire la piena terzietà del giudice.

Ma prima ancora di entrare nel merito della proposta, vale la pena ricordare un dato che raramente emerge nel dibattito pubblico: la distinzione tra le funzioni di giudice e pubblico ministero - e, in alcuni momenti, persino la separazione delle carriere - è stata discussa e sostenuta per decenni anche da una parte significativa della sinistra riformista italiana.

Il primo passaggio importante risale alla stagione della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali del 1997-1998, presieduta dall’On. Massimo D’Alema

In quella sede si arrivò a discutere una proposta di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, con l’ipotesi di organi di autogoverno distinti. Tra i protagonisti di quel confronto figuravano esponenti di primo piano del centrosinistra, come l’On. Luciano Violante e l’On. Cesare Salvi

L’argomento principale era chiaro: rafforzare la terzietà del giudice e rendere più nette le funzioni nel processo penale.

Negli anni successivi il tema non scomparve dal dibattito politico. Nel programma dell’Ulivo per le elezioni del 2001, con l’On. Francesco Rutelli candidato alla guida del governo, si parlava di riforma della giustizia e di una più chiara distinzione tra le funzioni di giudici e pubblici ministeri. L’obiettivo dichiarato era modernizzare il sistema giudiziario e ridurre possibili conflitti di ruolo all’interno della magistratura.

Il passo più concreto arrivò durante il secondo governo guidato dall’On. Romano  Prodi. Il ministro della Giustizia On. Clemente Mastella presentò nel 2007 un disegno di legge di riforma costituzionale che prevedeva la separazione delle carriere. Il progetto arrivò ad essere approvato dalla Camera dei deputati, prima che la caduta del governo ne interrompesse il percorso parlamentare. 

Negli anni successivi il legislatore ha scelto una strada più prudente: non la separazione delle carriere, ma una progressiva distinzione delle funzioni tra magistrati giudicanti e requirenti. Durante il governo guidato dall’On. Matteo Renzi, il ministro della Giustizia On. Andrea Orlando intervenne sull’organizzazione della giustizia e sul sistema disciplinare, mentre il tema della distinzione tra le funzioni continuava ad essere discusso sul piano politico e culturale.

Un ulteriore passo in questa direzione è arrivato con la riforma promossa dal ministro Marta Cartabia (giudice della Corte Costituzionale) nel governo tecnico di unità nazionale guidato da Mario Draghi. La riforma ha rafforzato i limiti al passaggio tra funzioni requirenti e giudicanti, introducendo un sistema che riduce ulteriormente la possibilità di passare da pubblico ministero a giudice o viceversa nel corso della carriera.

La riforma ha introdotto una "separazione delle funzioni" molto più rigida rispetto al passato, agendo a Costituzione invariata.

Il dato che emerge da questa ricostruzione è difficilmente contestabile: per oltre vent’anni la politica italiana - e in particolare una parte significativa della cultura riformista del centrosinistra -  ha discusso varie forme di separazione o distinzione tra le funzioni di giudice e pubblico ministero. In alcuni momenti si è arrivati persino a ipotizzare una vera separazione delle carriere.

Questo non significa che la riforma oggi proposta debba necessariamente essere condivisa. Le ragioni del sì e del no meritano entrambe di essere discusse nel merito. Ma significa, più semplicemente, che il tema non è un tabù istituzionale né una proposta estranea alla tradizione politica repubblicana.

La vera questione riguarda piuttosto il livello del dibattito pubblico. Quando una proposta che per anni è stata oggetto di discussione trasversale viene improvvisamente dipinta come un attacco alla democrazia, il rischio è quello di trasformare una riforma complessa in uno scontro ideologico ipocrita.

La giustizia, però, è uno dei pilastri dello Stato. E proprio per questo meriterebbe una discussione meno emotiva e più coerente con la memoria delle scelte e delle posizioni che la politica ha assunto nel corso del tempo.

Perché, prima ancora delle opinioni, esiste la storia. E la storia - nel caso della separazione delle carriere -  racconta un dibattito molto più lungo, articolato e condiviso più di quanto oggi si voglia far credere, forse, prima di trasformare il confronto in uno scontro ideologico, varrebbe la pena tornare a quelle parole pronunciate negli anni da molti protagonisti della vita pubblica volte a garantire la terzietà del giudice chiarire i ruoli nel processo per rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia. 

Di Gianfranco Petricca
Generale di C. d’A. dei Carabinieri  Par. (R.O.)
Senatore della Repubblica  nella XII Legislatura

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