05 Gennaio 2026
Meloni, fonte: imagoeconomica
Dieci milioni di euro in meno nel budget Rai 2026 non sono una semplice sforbiciata contabile, ma il sigillo politico su una sconfitta ormai assorbita ai piani alti del potere. A Palazzo Chigi la pratica Rai è stata archiviata. Giorgia Meloni non ci crede più. Non c’è stata una resa formale, ma quel disimpegno silenzioso che scatta quando un investimento non produce risultati e il giocattolo smette di divertire.
La tv pubblica, nell’anno della presunta TeleMeloni, ha restituito un bilancio sconfortante: più grigiore che slancio, più faide interne che consenso politico. Un logoramento continuo che ha spinto la premier a togliere progressivamente le mani dal volante. Tutto è stato delegato al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, diventato il nodo centrale tra Palazzo Chigi, Parlamento e Viale Mazzini. Filtro unico e "parafulmine" ufficiale.
L’etichetta di “Rai occupata” continua a irritare Meloni, che la considera una caricatura costruita dai giornali ostili. Ma il problema non è mai stato l’occupazione, bensì il risultato. Troppi direttori scontenti, troppi equilibri da tenere insieme, troppe promesse rimaste sulla carta. E soprattutto ascolti che non crescono, mentre Mediaset – più agile e meno ideologica – continua a incassare e a festeggiare.
All’inizio c’era stata un’illusione coltivata con cura: fare ciò che Matteo Renzi aveva tentato senza riuscirci, ridisegnare la Rai dall’interno imponendo una linea chiara, riconoscibile, identitaria. I “guru” dovevano essere gli storici uomini di Fratelli d’Italia trapiantati a Viale Mazzini, garanti di fedeltà e visione. Il risultato è stato l’opposto: un organismo paralizzato, dove ogni scelta nasce da un compromesso e nessuno si assume fino in fondo la responsabilità delle decisioni. Tutti coperti, nessun colpevole.
Nel frattempo anche gli alleati hanno iniziato a prendere le distanze. Forza Italia attenta a non farsi travolgere dal malcontento interno, la Lega oscillante tra mugugni e richieste di spazio. Una partita sempre più faticosa e sempre meno redditizia, che ha portato Palazzo Chigi a cambiare strategia.
La nuova linea è minimalista: mettere in sicurezza l’essenziale e rinunciare al resto. Tradotto: blindare i gangli strategici. Il Tg1 di Gian Marco Chiocci, considerato affidabile e politicamente solido. E Bruno Vespa, con i suoi due programmi, ultimo presidio di un racconto istituzionale controllabile. Tutto il resto è contorno: rumore di fondo, televisione che scorre senza lasciare traccia, programmi da zero virgola buoni solo a riempire palinsesti e ad alimentare polemiche interne.
Perché l’orizzonte non è più industriale ma elettorale. Prima o poi si tornerà alle politiche, e in quel momento conteranno solo pochi asset davvero utili. Il resto può anche bruciare lentamente, senza che nessuno muova un dito.
La riduzione del budget è il messaggio finale: meno risorse, meno aspettative, meno illusioni. TeleMeloni come progetto è fallito. E mentre la premier guarda già al dopo, alla Rai resta il ruolo che ormai le si addice: non motore del consenso, ma semplice cornice del potere.
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