05 Gennaio 2026
Sergio Mattarella (foto LaPresse)
Al Colle il silenzio non è mai casuale. E quello calato in queste ore su Trump, Venezuela e Groenlandia viene letto come un segnale chiarissimo da chi frequenta i piani alti delle istituzioni. Perché al Quirinale la linea è molto meno accomodante di quella che filtra da Palazzo Chigi, e soprattutto non indulgente verso quella che viene definita, senza troppi giri di parole, una illusione pericolosa: pensare di poter “gestire” Trump assecondandolo.
Il primo dossier è Caracas. Giorgia Meloni ha scelto di allinearsi apertamente alla Casa Bianca sulla legittimità dell’azione americana contro Maduro, incorniciandola come risposta “difensiva” alla minaccia ibrida del narcotraffico. Una formula che al Colle non è piaciuta affatto. Perché, spiegano ambienti istituzionali, quel ragionamento è scivoloso: se si accetta il principio, allora diventerebbe legittimo colpire anche le basi libiche che alimentano il traffico di migranti verso l’Italia. Un precedente che l’Italia, storicamente, ha sempre evitato di creare.
Il Quirinale osserva con freddezza anche la mossa di Meloni di telefonare a Maria Corina Machado. Non una rottura con Trump, ma un tentativo di riequilibrio: segnalare che Roma sostiene una transizione politica costituzionale, non un colpo di mano geopolitico. Un messaggio rivolto agli USA, ma soprattutto all’Europa, per evitare che l’Italia venga percepita come l’anello debole del fronte Ue.
Poi c’è il vero nervo scoperto: la Groenlandia. Qui, raccontano fonti qualificate, al Colle la preoccupazione è massima. Perché se sul Venezuela si può giocare di sponda, sull’Artico no. La sovranità danese è un principio non negoziabile, e ogni apertura a iniziative unilaterali americane viene vista come una linea rossa istituzionale. Non solo per la Danimarca, ma per l’intero equilibrio europeo.
Meloni è consapevole del rischio e infatti frena. Ufficialmente sostiene Copenaghen. Ma al tempo stesso riconosce che Trump ha toccato un nervo scoperto: l’Occidente ha lasciato l’Artico scoperto mentre Russia e Cina avanzano, anche sul piano militare e nucleare. È qui che nasce la contraddizione politica: condividere l’allarme strategico senza legittimare il metodo trumpiano.
Il vertice di Parigi da Macron diventa così un passaggio chiave. Non tanto per l’Ucraina, quanto per ricompattare l’Europa e blindare uno Stato membro sotto pressione. Al Colle il ragionamento è netto: seguire Trump quando colpisce lontano può sembrare conveniente; farlo quando i suoi interessi toccano direttamente l’Europa è un’altra storia.
La conclusione che filtra dal Quirinale è tagliente: assecondare Trump non lo rende prevedibile. E pensare di contenerne l’aggressività politica concedendo terreno è un errore già visto. Venezuela oggi, Groenlandia domani. Per questo, spiegano, l’Italia deve scegliere se essere ponte o argine. E il Colle, su questo, ha già scelto.
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