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Iran, 50mila soldati Usa in MO, altri 17mila in arrivo, Trump minaccia "invasione di terra" per alzare la leva negoziale

Oltre 50 mila soldati Usa già in Medio Oriente, altri 17mila pronti: Trump alza la pressione su Teheran usando la minaccia di operazioni di terra come leva negoziale

30 Marzo 2026

Usa ritirano truppe da base strategica Jasionka vicino al confine ucraino, Trump pronto a richiamare 10mila soldati in Polonia e Romania

Fonte: X @FattAvvenimenti

Gli Stati Uniti stanno per inviare altri 17 mila soldati in Medio Oriente, che si aggiungono ai 50 mila già presenti. Il presidente Donald Trump, infatti, vuole probabilmente conseguire con la minaccia dell'invasione di terra in Iran, pur sapendo che è praticamente impossibile, ma anzi, è puramente uno spauracchio per alzare la sua leva negoziale nei confronti di Teheran, così da far accettare le proprie condizioni ai negoziati.

Iran, 50mila soldati Usa in MO, altri 17mila in arrivo, Trump minaccia "invasione di terra" per alzare la leva negoziale

Gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza militare in Medio Oriente, mentre cresce la tensione con l'Iran. Secondo quanto riportato da fonti come il The New York Times, il numero di soldati americani dispiegati nella regione ha già superato quota 50 mila, circa 10 mila in più rispetto ai livelli abituali.

A questo contingente potrebbero aggiungersi ulteriori rinforzi. Il Pentagono starebbe infatti valutando l’invio di altri 10 mila militari, che si sommerebbero ai circa 7 mila già recentemente dispiegati, portando il totale delle nuove forze a circa 17 mila unità. Un rafforzamento significativo, ma che – secondo analisti e fonti militari – non sarebbe sufficiente per un’invasione su larga scala del territorio iraniano.

I piani allo studio, riportati anche dal The Washington Post e dal The Wall Street Journal, riguardano operazioni limitate: incursioni mirate di forze speciali e fanteria leggera, con obiettivi strategici circoscritti. Tra questi figurano la possibile conquista dell’isola di Kharg – snodo cruciale per l’export petrolifero iraniano – e attacchi a installazioni militari lungo lo stretto di Hormuz. Entrambe le ipotesi sono però molto improbabili e farebbero solo parte di un'exit strategy pianificata da Washington per convincere l'Iran a trattare.

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno rafforzato anche la componente navale, con l’invio del gruppo d’attacco della portaerei Uss George H.W. Bush nell’area del comando centrale. Si tratta di un segnale ulteriore della preparazione a scenari operativi più intensi, pur senza una decisione ufficiale di intervento diretto.

In questo contesto, la strategia del presidente Donald Trump appare orientata a un’exit strategy negoziata. La minaccia di operazioni di terra – pur ritenuta poco realistica nella sua forma più ampia – rappresenta uno strumento di pressione negoziale nei confronti di Teheran. Un’invasione completa richiederebbe infatti centinaia di migliaia di uomini, ben oltre le forze attualmente disponibili.

L’obiettivo sarebbe quindi quello di aumentare la leva diplomatica: mostrare la disponibilità militare per spingere l’Iran ad accettare condizioni più favorevoli nei negoziati, soprattutto su dossier sensibili come il programma nucleare e la sicurezza nel Golfo Persico.

Nel frattempo, Teheran ha avviato contromisure, rafforzando le difese nelle aree strategiche, in particolare proprio sull’isola di Kharg. Il rischio è che anche operazioni limitate possano innescare una spirale di escalation difficile da controllare.

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