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Con le guerre in atto, il Green Deal diventa un cappio e l’Europa è davanti ad un bivio: rimodulazione o regressione

Utopie e contraddizioni che si alimentano a vicenda! … ma ci salveranno le api con la loro preziosa cera per illuminarci nel nuovo medioevo del terzo millennio?

24 Marzo 2026

Con le guerre in atto, il Green Deal diventa un cappio e l’Europa è davanti ad un bivio: rimodulazione o regressione

Impianto fotovoltaico, fonte: imagoeconomica

C’è una linea sottile che separa le politiche ambientali dalla realtà economica. Quando quella linea viene superata, la transizione ecologica smette di essere una strategia e diventa un problema. 

Oggi l’Europa sembra trovarsi esattamente in questo punto di rottura.

L’Unione Europea ha costruito negli ultimi anni un impianto normativo ambizioso, sintetizzato nel cosiddetto Green Deal europeo. 

Obiettivi condivisibili, almeno sulla carta: riduzione delle emissioni, sostenibilità, riconversione industriale. 

Ma tra l’enunciazione dei principi e la loro applicazione concreta si è aperto un divario sempre più evidente.

Il simbolo di questa distorsione è il sistema EU ETS, ovvero il mercato delle quote di emissione. 

Il sistema EU ETS (European Union Emissions Trading System) è lo strumento principale dell'Unione Europea per combattere il cambiamento climatico. È, in parole povere, il più grande mercato della CO2 al mondo. Nato come strumento di regolazione, è diventato nei fatti una leva finanziaria che incide pesantemente sui costi di produzione e, a cascata, sui cittadini. 

L'ETS si basa sul meccanismo "Cap and Trade" (Llimita e Scambia).

Con Il "Cap" (il tetto) l'UE fissa un limite massimo alla quantità totale di gas serra che può essere emessa dai settori coperti dal sistema (centrali elettriche, industrie pesanti, aviazione e, recentemente anche il trasporto marittimo). Questo tetto viene ridotto ogni anno per costringere l'Europa a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

Con il "Trade" (lo scambio) le aziende non ricevono semplicemente un divieto ad inquinare, ma devono possedere delle "quote" (permessi) per ogni tonnellata di CO2 emessa. Se un'azienda è molto pulita e ha quote in eccesso, può venderle. Se un'azienda inquina troppo, deve comprarne di nuove sul mercato.

L'obiettivo è puramente economico: rendere l'inquinamento costoso.

Se il prezzo di una quota di emissione saleper un'azienda diventa più conveniente investire in tecnologie green (pannelli solari, idrogeno, efficienza energetica) piuttosto che continuare a pagare per il diritto di emettere gas serra. In questo modo, è il mercato a decidere dove sia più efficiente ridurre le emissioni.

Il salto è stato impressionante: dai circa 5 euro a tonnellata di CO₂ nel 2019 agli oltre 80 euro attuali. Un aumento che non può essere liquidato come fisiologico, ma che rappresenta un vero shock economico.

Per le imprese significa perdita di competitivitàPer le famiglieaumento dei prezzi. Per interi settori produttiviil rischio concreto di delocalizzazione

È questa la transizione ecologica?  … o piuttosto una fuga in avanti che rischia di indebolire strutturalmente il sistema europeo?

In questo contesto, la posizione dell’Italia guidata dall’On. Giorgia Meloni -orientata a costruire un fronte di Paesi favorevoli a una revisione o sospensione della carbon tax- appare non solo legittima, ma necessaria. È il primo segnale politico concreto di una presa di coscienza che in Europa si sta lentamente facendo strada.

Ma attenzione, non basta. Sarebbe un errore considerare questa iniziativa come un punto di arrivo. È semmai un punto di partenza.

Perché il nodo vero non è solo il costo delle emissioni. È l’impianto complessivo del Green Deal, che rischia di essere costruito su presupposti ideologici più che su valutazioni pragmatiche. Una strategia che non tiene conto delle differenze tra economie, della sostenibilità sociale delle misure, dei tempi reali della transizione, è destinata a produrre effetti opposti rispetto a quelli dichiarati.

Il rischio è evidente: mentre altre grandi potenze globali procedono con approcci più graduali e flessibili, l’Europa si autoimpone vincoli che la rendono meno competitiva. È una forma di autolimitazione che può trasformarsi in declino.

E allora la domanda è inevitabile: ha senso continuare su questa strada senza una revisione profonda? O non sarebbe più saggio fermarsi, correggere, ripensare tutto il sistema produttivo?

Rimodulare ciò che non funziona per il Green Deal non significa rinnegare l’obiettivo ambientale. Significa, al contrario, renderlo credibile. Perché una transizione che impoverisce cittadini e imprese non è credibile né economicamente né politicamente se non vi è una condivisione progettuale a livello globale. 

Se l’Europa non avrà il coraggio di rivedere radicalmente il proprio approccio, il rischio non è solo quello di mancare gli obiettivi climatici. È quello di compromettere il proprio futuro economico e sociale.

E a quel punto, più che di transizione ecologica, si dovrà parlare di regressione, per ipotizzare persino una recessione.

Ricordo che l’Europa si trova a competere con economie come Stati Uniti e Cina che adottano approcci molto più flessibili. Negli USA, ad esempio, la transizione è sostenuta da massicci incentivi pubblici; in Cina, gli obiettivi ambientali convivono con una forte tutela della competitività industriale. L’Europa, invece, sceglie la via più onerosa: quella dei vincoli.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: perdita di competitività, rischio di delocalizzazione, rallentamento della crescita. E soprattutto una crescente pressione sociale, che si scarica sulle fasce più esposte.

È qui che emerge la fragilità politica del sistema. Perché una transizione ecologica che non regge alla prova dei numeri è destinata a perdere consenso. E senza consenso, nessuna politica -per quanto ambiziosa- può reggere nel tempo.

Ed è di tutta evidenza, quindi, un’immagine tanto provocatoria quanto efficace, ovvero quella di una civiltà costretta a tornare alla cruda realtà che fotografa il resto del mondo che va avanti infischiandosene del Green Deal, mentre una parte elitaria del mondo provoca guerre  per accaparrarsi le terre rare utili al Green e le risorse energetiche che sono invece il diavolo del Green, ma sono il vero motore del mondo.

Guerre che, con le loro devastazioni, di Green non hanno nulla ma, allo stesso tempo, determinano quella crisi energetica sempre più prepotentemente incombente, che ci riporterà al green dei poveri, ovvero a quello dei paesi non industrializzatiper gli effetti del rialzo del prezzo del petrolio, che sta già causando una lievitazione dei costi di trasporto su ruote e su aereo, con pesanti ripercussioni sull’industria, sul commercio, sul turismo e su ogni altro settore dell’economia.

Utopie e contraddizioni che si alimentano a vicenda! … ma ci salveranno le api con la loro preziosa cera per illuminarci nel nuovo medioevo del terzo millennio?

Di Gianfranco PetriccaGenerale di C. d’A. dei Carabinieri  Par. (R.O.), Senatore della Repubblica nella XII Legislatura

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