22 Marzo 2026
Gaza
C’è una parola che in questi anni sembra scomparsa dal vocabolario della politica internazionale: diplomazia. Non perché sia diventata inutile, ma perché è stata progressivamente sostituita da scorciatoie pericolose: l’escalation, la forza, la logica del “fino alla vittoria”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: guerre che si moltiplicano, conflitti che si cronicizzano, innocenti che muoiono.
Dall’eco ancora aperta della guerra in Ucraina alle tensioni esplosive del Medio Oriente, fino ai teatri dimenticati che non fanno più notizia, il copione è sempre lo stesso. Cambiano le bandiere, non cambia la sostanza: a pagare sono i civili.
Sempre e senza eccezioni.
E allora è lecito chiederselo! … dov’è finita la politica? Dov’è quella capacità, faticosa ma indispensabile, di sedersi a un tavolo e trattare anche con il nemico? Perché la verità, per quanto scomoda, è una sola: la pace non si costruisce tra amici, ma tra avversari. E oggi nessuno sembra avere il coraggio -o forse la volontà- di provarci davvero.
Nel frattempo, i missili, i droni e le bombe continuano a mietere vittime. E con loro crollano economie, si devastano territori, si alimentano nuove ondate di povertà ed effetti migrativi alla ricerca di società evolute e soprattutto di pace e di un futuro diverso e migliore. È un effetto domino che conosciamo bene, e che fingiamo ogni volta di scoprire da capo. Ma non c’è nulla di inevitabile in tutto questo.
C’è, piuttosto, una responsabilità politica precisa.
L’Occidente, che ama definirsi culla delle democrazie, non può limitarsi a commentare o, peggio, a schierarsi in modo automatico. Ha il dovere di fare di più: di riaprire canali, di forzare il dialogo, di esercitare pressione diplomatica reale su chi è in guerra. Non è debolezza. È l’unica forma di forza che produce risultati duraturi.
Perché continuare a delegare tutto alle armi non è solo moralmente discutibile: è strategicamente fallimentare. Le guerre moderne non si vincono davvero. Si trascinano, si incancreniscono, si trasformano in ferite permanenti che destabilizzano intere regioni.
E mentre i governi discutono, i civili muoiono, bambini compresi. È questo il punto che dovrebbe azzerare ogni alibi, ogni ambiguità, ogni prudenza diplomatica di comodo. Non intervenire, oggi, significa accettare. E accettare significa essere complici.
Serve una svolta. Serve riportare la diplomazia al centro, non come esercizio retorico ma come strumento concreto di risoluzione dei conflitti. Serve il coraggio di rompere gli schemi, di parlare quando tutti urlano, di trattare quando tutti sparano.
Nel frattempo, c’è un obbligo immediato che non può essere rinviato: garantire assistenza ai civili, aiuti umanitari, protezione e supporto sanitario.
Non sono gesti di generosità, rappresentano il minimo sindacale di una comunità internazionale che voglia ancora definirsi tale.
La pace è difficile, certo. Ma continuare a ignorarla lo è molto di più. Perché ogni giorno di guerra in più è un conto che qualcuno, da qualche parte, sta già pagando con la vita.
Di Gianfranco Petricca, Generale di C. d’A. dei Carabinieri Par. (R.O.), Senatore della Repubblica nella XII Legislatura
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