18 Marzo 2026
Stretto di Hormuz, fonte: Facebook, @Termometro Geopolitico
Il titolo de La Verità di ieri 17 marzo è di quelli destinati a lasciare il segno: “TURIAMOCI IL NASO, SERVE IL GAS RUSSO”. Una formula brutale, ma efficace, che fotografa un sentimento sempre meno marginale in Europa. Non si tratta più soltanto di una provocazione giornalistica, ma del sintomo di una crepa politica che inizia ad allargarsi.
È quello che in altri termini ho anticipato ieri nell’articolo da me titolato “Hormuz, la mossa di Trump di invocare un intervento della NATO per il controllo dello Stretto: follia o strategia?”
Secondo indiscrezioni e prese di posizione sempre meno isolate, anche in paesi tradizionalmente allineati alla linea atlantica, come il Belgio, si starebbe facendo strada l’idea di riaprire un dialogo energetico con Russia e con il suo presidente Vladimir Putin.
Il punto è semplice quanto scomodo: senza gli idrocarburi russi, l’Europa rischia crescita debole, prezzi elevati e una progressiva perdita di competitività industriale.
Ma a rendere ancora più esplosivo il quadro è ciò che sta accadendo sul piano geopolitico.
La richiesta avanzata da Donald Trump alla NATO di intervenire per il controllo dello Stretto di Hormuz -uno dei nodi cruciali del traffico energetico mondiale- si è scontrata con un sostanziale muro di freddezza, se non di aperto rifiuto degli Alleati.
Una risposta che lo stesso Trump ha liquidato nel corso di una delle ultime conferenze con una frase destinata a far discutere:“quando servono non ci sono mai”, ribadendo la sua critica storica agli alleati: “utili sulla carta, assenti quando serve intervenire”, sottolineando che la NATO rischia un "futuro molto negativo"
Al di là del tono polemico, il passaggio è politicamente rilevante. Perché segnala una possibile divergenza strategica tra gli Stati Uniti e i partner europei proprio su uno dei temi più delicati: la sicurezza delle rotte energetiche ad iniziare da quella di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz è infatti il punto attraverso cui transita una quota enorme del petrolio e del gas mondiale. Sulle sue rive si affacciano paesi chiave come Iran, Oman e, nelle immediate vicinanze, le infrastrutture energetiche di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Emirati Arabi Uniti.
Il protrarsi della crisi, già in atto in quell’area, avrebbe effetti ancor più rilevanti sui prezzi dell’energia rispetto all’impennata degli ultimi giorni, che colpirebbe in modo diretto e più acuto tutte le economie europee.
Ed è qui che i due piani -quello geopolitico e quello economico- si intrecciano.
Se l’Alleanza Atlantica non intende assumersi il costo e il rischio di garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, l’Europa si trova esposta a una vulnerabilità evidente. Dipendere da rotte instabili senza un ombrello militare efficace significa esporsi a shock energetici improvvisi.
In questo contesto, l’ipotesi -fino a ieri considerata politicamente impraticabile- di un ritorno al gas russo torna a farsi prepotentemente strada.
Non come scelta ideologica, ma come opzione pragmatica.
Per paesi come Italia e Germania, la questione è particolarmente sensibile, ma ormai riveste importanza primaria anche per gli altri Stati europei se, come ha titolato il quotidiano “La Verità” :“Il Belgio rompe il muro: aprire un dialogo con Putin. Senza idrocarburi da Mosca rischiamo la recessione.”
Prima dell’operazione militare speciale russa dell’Ucraina del 2022, una parte significativa del fabbisogno energetico europeo era coperta proprio dalle forniture russe. La loro sostituzione è stata possibile solo grazie a un complesso mosaico di nuove rotte, accordi e sacrifici economici.
Ma quel mosaico regge su equilibri precari e ora è incrinato dalla vampata del costo del petrolio e dei suoi derivati.
Se le rotte del Golfo Persico dovessero diventare ancor più instabili e se la NATO non fosse disposta a garantirne la sicurezza, il costo politico ed economico della linea politica di chiusura verso Mosca potrebbe diventare sempre più difficile da sostenere.
Il titolo de “La Verità”, in questo senso, non è soltanto una provocazione. È il segnale di un possibile cambio di paradigma.
“Turiamoci il naso” significa ammettere che tra principi e interessi, in certe fasi storiche, sono questi ultimi a prevalere.
Resta però una domanda di fondo: quale sarebbe il prezzo politico di un ritorno al gas russo?
Perché se è vero che l’energia è il motore dell’economia, è altrettanto vero che le scelte energetiche ridisegnano gli equilibri geopolitici.
E riaprire il rubinetto di Mosca significherebbe, inevitabilmente, riconsegnare a Vladimir Putin una leva di influenza sull’Europa che -negli ultimi anni in forza della politica benedetta dal precedente presidente americano sfociata prima in una influenza diretta su Kiev e poi al supporto militare ucraino nel conflitto russo ucraino, ora interrotto dal presidente Donald Trump e scaricato sulla NATO- si era caducata.
Una apertura a Mosca significherebbe inevitabilmente la fine del sogno di Kiev di continuare ad ottenere dall’Unione Europea sostegni finanziari e armamenti, come appena ricordato, già interrotti categoricamente dal Presidente Trump.
Ecco perché il presidente ucraino, Zelensky, nel bel mezzo di questa crisi energetica, ha annunciato un tour ricognitivo nelle capitali degli Stati europei più influenti per sondare se sia ancora esistente una disponibilità a sostenere gli impegni logistici e finanziari ucraini per continuare una guerra che ora appare sempre più drammatica e inutile per un popolo generoso ma ormai sfiancato.
In questo scenario, la frase di Trump suona quasi come una provocazione ma anche come un monito per i paesi arabi allineati agli USA, che si affacciano su questa area geopolitica in cui transitano via mare le esportazioni energetiche dei paesi del Golfo dirette verso l’Europa e verso l’Asia.
Stati arabi di confessione sunnita che non potranno non assumersi l’onere di assistere gli USA in questo processo di destabilizzazione del potere dello Stato teocratico Iraniano di confessione sciita.
Una sorta di rivincita storica a cui non potranno sottrarsi con beneficio per Trump in ambito europeo che ha già benedetto la pace tra Russia ed Ucraina interrompendo le forniture di armi a Kiev.
L’apertura alla Russia, in mancanza di un supporto militare nello stretto di Hormuz, rappresenta la prima faccia della medaglia di normalizzazione del disordine energetico causato dall’obiettivo dí trasformare il potere degli Ayatollah in una democrazia tollerante.
Se Trump dovesse riuscirci, il Medio Oriente risulterebbe definitivamente pacificato anche a tutela di Israele, come pure l’Europa per l’Ucraina.
Mi domando se Trump abbia compreso e sedimentato che l’Europa sarebbe tanto più forte nel caso in cui inglobasse nel Patto Atlantico non solo l’Ucraina ma anche la Russia, sottraendola all’influenza cinese e della Corea del Nord.
Una pacificazione Europea assoluta dagli esiti straordinariamente programmatici per le economie occidentali.
Rimarrebbe nella storia e meriterebbe sicuramente il premio Nobel per la pace.
Di Gianfranco Petricca
Generale di C. d’A. dei Carabinieri Par. (R.O.)
Senatore della Repubblica nella XII Legislatura
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