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Iran sotto attacco, 56 antichissimi siti culturali colpiti: i bombardamenti israelo-americani cancellano 10mila anni di civiltà

Quando le bombe distruggono la memoria di un'intera civiltà, è un crimine contro tutti. Il ministero iraniano del Patrimonio Culturale ha documentato danni a 56 tra musei, monumenti storici e siti archeologici. L'UNESCO ha verificato il danneggiamento di almeno quattro siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità

18 Marzo 2026

Iran sotto attacco, 56 antichissimi siti culturali colpiti: i bombardamenti israelo-americani cancellano 10mila anni di civiltà

Golestan Palace Fonte: X @Shayan86

C'è un modo per uccidere un popolo due volte. La prima, con le bombe. La seconda, distruggendone la memoria. Quello che sta accadendo in Iran da quando, il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro offensiva militare. Non è soltanto una guerra tra eserciti e potenze regionali: è un attacco alla storia dell'umanità intera.

4 Patrimoni dell'Umanità danneggiati. L'UNESCO protesta, il mondo tace

Quando le bombe distruggono la memoria di un'intera civiltà, è un crimine contro tutti. Il ministero iraniano del Patrimonio Culturale ha documentato danni a 56 tra musei, monumenti storici e siti archeologici. L'UNESCO ha verificato il danneggiamento di almeno quattro siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Il direttore del World Heritage Centre, Lazare Eloundou Assomo, ha avvertito che le operazioni militari in corso nel Medio Oriente mettono a rischio quasi un decimo di tutti i siti patrimonio dell'umanità esistenti sul pianeta. L'Iran custodisce 29 siti riconosciuti dall'UNESCO, tra i primi dieci Paesi al mondo per concentrazione di patrimonio culturale. Una civiltà che ha 2.500 anni di storia documentata, e radici che affondano nel Neolitico. Lo stesso Iran che ha ispirato l'architettura dell'Alhambra in Spagna e del Taj Mahal in India. Lo stesso Iran che ha regalato al mondo la poesia di Hafez, i giardini del paradiso, i qanat, cioè gli straordinari sistemi di irrigazione idraulica del deserto. Ora quella memoria è sotto le bombe.

Il censimento del disastro: i siti colpiti

Il Palazzo di Golestan a Teheran, Patrimonio UNESCO dal 2013, è stato il primo a essere colpito. Il 1° marzo 2026, le onde d'urto di un attacco nelle vicinanze di Piazza Arg hanno infranto le sue finestre, devastato i soffitti a specchio, distrutto i lampadari di cristallo e scardinato le porte di legno delle sue sale millenarie. Lo riferisce Afarin Emami, direttrice del complesso, con la voce di chi ha appena assistito a qualcosa di irreparabile. Residenza reale della dinastia Qajar, il palazzo rappresentava la sintesi mirabile tra l'estetica persiana e le influenze europee dell'Ottocento, il luogo dove fu incoronato l'ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. A Isfahan, la città che il poeta persiano Hatef definì «metà del mondo», i danni sono stati ancora più estesi. L'8 marzo 2026, un attacco ha colpito il complesso di Dawlatkhaneh, nel cuore storico della città, danneggiando il Palazzo di Chehel Sotoun — il Padiglione delle Quaranta Colonne, costruito nel XVII secolo dai Safavidi, con i suoi affreschi e il suo celebre giardino specchiato. Gli altri monumenti feriti dalla violenza militare nella stessa area comprendono il Palazzo di Ali Qapu, con le sue decorazioni pittoriche e il terrazzo a colonne di legno, la Moschea dello Scià, la Moschea del Venerdì (Masjed-e Jame), la più antica del Paese, risalente al XII secolo e patrimonio UNESCO. Sempre a Isfahan è stato colpito e distrutto il famoso palazzo della dinastia Safavide (1501-1736) di Rashk-e Jenan, noto anche come Palazzo Rashk. Non danneggiato: CANCELLATO, DISTRUTTO. Secondo il vice-responsabile del patrimonio culturale della provincia, Ruhollah Seyed al-Asgari, sono stati danneggiati anche il Padiglione Rakib Khaneh, la Sala Timuride, la Sala Ashraf, e le finestre di Ali Qapu. Tutti edifici protetti dal Bollino Azzurro di Blue Shield International, il simbolo internazionale che, secondo la Convenzione dell'Aia del 1954, dovrebbe renderli intoccabili in caso di conflitto armato. Non è bastato.Nella città di Khorramabad, nella regione del Lorestan, l'8 marzo un attacco ha devastato la cittadella di Falak-ol-Aflak, una fortezza sassanide del III secolo d.C. situata nella Valle di Khorramabad, un sito con oltre 65.000 anni di storia umana documentata, una delle culle dell'umanità. L'ufficio provinciale del patrimonio culturale, installato all'interno della zona protetta del castello, è stato distrutto. Cinque dipendenti sono rimasti feriti. Fortunatamente la struttura principale della fortezza ha resistito. Ma il museo di archeologia e antropologia adiacente è andato perduto. A Teheran, i danni si estendono in un elenco che può leggersi come una lista dei lutti: la Cittadella Storica, il Grand Bazaar — il labirinto di corridoi che da secoli è il battito cardiaco commerciale della capitale — il Palazzo di Marmo, l'ex Palazzo del Senato, la sede storica della Questura, la Moschea Sepahsalar, il Palazzo-Museo di Farahabad. Diciannove siti nella sola capitale. Nelle province di Kurdistan, Lorestan e Kermanshah, storiche mansioni hanno perduto sezioni di decorazioni in stucco, intarsi di specchi, porte in legno intagliato. A Sanandaj, edifici del periodo Qajar sono stati parzialmente sventrati. In pericolo anche il Palazzo Safi Abad di Behshahr, costruito in epoca safavide, colpito di rimbalzo da attacchi contro un'installazione militare radar nelle vicinanze. Nel porto di Siraf, nella provincia di Bushehr, sono stati segnalati danni a monumenti storici. Nella provincia di Ilam, a ovest del paese, il Museo Archeologico — che custodisce reperti di inestimabile valore delle civiltà preistoriche della Mesopotamia — è stato direttamente preso di mira.

29 gioielli dell'umanità: quello che rischiamo di perdere

Per capire la portata di questa catastrofe culturale, occorre fare un passo indietro e ricordare cosa rappresenta il patrimonio iraniano per la civiltà mondiale. L'Iran ha aderito alla Convenzione UNESCO il 23 febbraio 1975. Oggi conta 29 siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale, ai quali si aggiungono 56 siti nella lista d'attesa. I primi tre — la Piazza Naqsh-e Jahan di Isfahan, Persepoli e lo Ziggurath di Chogha Zanbil — furono riconosciuti già nel 1979. Persepoli: è la città delle meraviglie, la più significativa testimonianza dell'Impero Achemenide, fondata da Dario il Grande nel VI secolo a.C. e distrutta da Alessandro Magno nel 330 a.C. Le sue terrazze monumentali, i bassorilievi di tori, leoni e soldati con i fiori di loto in mano, le enormi scale cerimoniali parlano ancora il linguaggio universale della grandezza umana. Per ora non risulta colpita, ma si trova nella stessa provincia di Shiraz, nel cuore dell'Iran. Pasargade: la prima capitale dell'Impero Achemenide, fondata da Ciro il Grande nel VI secolo a.C. La tomba di Ciro, in pietra calcarea bianca, è uno dei simboli dell'umanesimo persiano: fu lui il primo sovrano della storia a proclamare la libertà religiosa e il rispetto dei popoli conquistati, anticipando di duemila anni i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Chogha Zanbil: lo Ziggurath elamita costruito nel 1250 a.C., uno dei complessi religiosi più antichi e meglio conservati del mondo. Una piramide a gradoni che si erge nel deserto del Khuzestan, testimone di una civiltà che già tremila anni prima di Cristo aveva sviluppato scrittura, urbanistica e astronomia. Bisotun: le iscrizioni cuneiformi trilingue commissionate da Dario I su una parete rocciosa lungo la via commerciale tra l'altopiano iranico e la Mesopotamia. Un documento di eccezionale importanza per la decrittazione degli antichi alfabeti del Medio Oriente. Susa: una delle città più antiche del mondo, abitata senza soluzione di continuità dal 4200 a.C. al XIII secolo d.C., sede della corte di Dario e dei racconti biblici di Ester e Daniele. Shahr-i Sokhta, la «Città Bruciata», fondata nel 3200 a.C. e improvvisamente abbandonata, preservata dal clima desertico come un messaggio cifrato di un'umanità perduta. E ancora: il Mausoleo di Soltaniyeh, capolavoro gotico persiano del XIV secolo; i Complessi Monastici Armeni del nord-ovest, testimonianza della coesistenza tra Islam e Cristianesimo nell'antica Persia; il Bazar Storico di Tabriz, sulla via della seta; i Giardini Persiani, il modello da cui nacque ogni idea occidentale di giardino, persino il Paradiso nell'immaginario abramitico; il qanat, il sistema idraulico di canali sotterranei con cui gli ingegneri di Dario portavano l'acqua nel deserto cinquecento anni prima di Cristo. Yazd, la città di mattoni di argilla più grande al mondo, con le sue torri del vento che fanno circolare l'aria nelle case da millenni. La Ferrovia Transcaspica, costruita tra il 1927 e il 1938 attraverso montagne e deserti, una sfida ingegneristica senza precedenti.

UNESCO protesta, il mondo non vede

L'UNESCO aveva comunicato le coordinate geografiche di ogni sito protetto a tutte le parti in conflitto, chiedendo esplicitamente di evitare qualunque danno. Non è servito. Il portavoce dell'ONU, Stéphane Dujarric, ha dichiarato con amarezza che «in questi conflitti sempre più moderni, sono i civili a pagare il prezzo, è l'infrastruttura civile a pagare il prezzo, e abbiamo visto tutti la distruzione di un patrimonio storico inestimabile». Bonnie Docherty, ricercatrice senior di Human Rights Watch, ha ricordato che la distruzione del patrimonio culturale «causa danno ai civili perché distrugge un pezzo della loro storia che può essere significativo sia per il mondo intero che per una comunità specifica. Mina l'identità condivisa di una comunità locale, che spesso è importante per tenere unita la gente». Il diritto internazionale è chiarissimo. La Convenzione dell'Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, il Secondo Protocollo del 1999, le Convenzioni di Ginevra del 1977, lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale: tutti identificano il danneggiamento intenzionale del patrimonio culturale come crimine di guerra. Blue Shield International — l'organizzazione internazionale che appone il suo emblema sui siti da proteggere, riconoscibile come la «Croce Rossa del patrimonio culturale» — ha già definito gli attacchi ai siti che portavano il suo simbolo una violazione del diritto internazionale. Iran e Libano hanno presentato all'UNESCO una richiesta urgente per inserire altri siti nella lista della protezione rafforzata. Ma il governo statunitense aveva già annunciato, a luglio 2025, la sua ennesima uscita dall'UNESCO. I colpevoli si sono tolti la toga prima di commettere il crimine.

I curatori hanno salvato quello che potevano. Le bombe non guardano

C'è qualcosa di straziante nel gesto con cui i custodi del patrimonio iraniano si sono preparati all'inevitabile. Prima che le bombe arrivassero, i direttori dei musei avevano già spostato gli oggetti più preziosi in luoghi sicuri, sia al Palazzo Golestan che al Padiglione Rakib Khaneh di Isfahan. I restauratori hanno corso per applicare il Bollino Azzurro di Blue Shield su quanti più edifici fosse possibile raggiungere. Come medici che vaccinano i pazienti mentre l'epidemia avanza. Non è bastato. A Khorramabad il responsabile provinciale del patrimonio, Ata Hassanpour, ha mostrato in un video il castello di Falak-ol-Aflak — con il suo scudo azzurro ben visibile — colpito ugualmente. «Fortunatamente la struttura principale del castello non è stata danneggiata», ha detto con quella forma di ottimismo disperato che si impara quando si custodisce la memoria di un popolo sotto le bombe.

Un crimine contro tutti noi

Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X: «Israele sta bombardando monumenti storici iraniani che risalgono fino al XIV secolo. Molteplici siti Patrimonio dell'Umanità UNESCO sono stati colpiti. È naturale che un regime che non durerà un secolo odi le nazioni con un passato antico». È una battuta amara. Ma contiene una verità che va oltre la propaganda. Persepoli fu saccheggiata da Alessandro Magno. I leoni di Ninive furono fatti saltare in aria dall'ISIS. Il Buddha di Bamyan fu oggetto di attentato dinamitardo da parte dei Talebani. Ora tocca alle sale a specchio del Golestan, ai portici persiani di Isfahan, agli affreschi safavidi di Chehel Sotoun. Ogni volta, la storia si ripete: chi vuole conquistare un popolo cerca prima di cancellarne la memoria, di demolirne l'identità, di trasformare il presente in un deserto senza radici. Sia chiaro: non si tratta di difendere il regime degli ayatollah, che ha le sue responsabilità, enormi, nei confronti del proprio popolo. Si tratta di difendere qualcosa di più antico e più prezioso di qualsiasi governo. La memoria collettiva dell'umanità non appartiene a chi governa un Paese: appartiene all'intera famiglia umana. Quando brucia una biblioteca ad Alessandria, un palazzo a Teheran, una moschea a Isfahan, perdiamo tutti qualcosa di noi stessi. Il silenzio dell'Occidente davanti a questo scempio è parte integrante del crimine. Vale la pena ricordarlo, mentre gli ultimi affreschi safavidi cadono a pezzi sotto le bombe di chi si pretende portatore di civiltà.

Di Eugenio Cardi

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