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Iraq, Iran e propaganda: il ritiro USA e la guerra invisibile che ridisegna Medio Oriente ed equilibri globali

Tra ritiro americano, tensioni regionali e guerra dell’informazione, emerge un nuovo equilibrio in Medio Oriente mentre il conflitto rischia di allargarsi e trasformarsi

23 Marzo 2026

Iraq, Iran e propaganda: il ritiro USA e la guerra invisibile che ridisegna Medio Oriente ed equilibri globali

Cina, Russia, Usa e Iran

Il ritiro americano e il nuovo Iraq

Il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dall’Iraq segna un passaggio storico che va letto con attenzione e senza semplificazioni. L’evacuazione di basi strategiche come Victory Base a Baghdad e il ridimensionamento della presenza militare rappresentano il culmine di un processo iniziato anni fa, ma accelerato dagli eventi recenti. Per una parte significativa della società irachena, si tratta di una rivendicazione di sovranità dopo due decenni di presenza straniera. Tuttavia, sul piano geopolitico, il vuoto lasciato da Washington non resta tale: viene rapidamente riempito da attori regionali, in primis Iran, che consolida la propria influenza attraverso reti politiche e militari.

La resilienza dell’asse sciita

Le milizie sciite e le strutture legate a Teheran hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento. La pressione militare esercitata sulle basi americane ha contribuito a rendere il costo della presenza statunitense sempre meno sostenibile. In questa fase, l’Iraq si configura come uno spazio di proiezione strategica iraniana, ma anche come terreno di equilibrio instabile. Il mantenimento della base di Al-Harir nel Kurdistan iracheno indica che la partita non è conclusa e che il confronto potrebbe semplicemente spostarsi geograficamente.

La guerra dell’informazione e le “false flag”

Uno degli elementi più complessi del conflitto è rappresentato dalla guerra informativa. Episodi come i lanci missilistici attribuiti inizialmente a Teheran e successivamente ricondotti ad altri attori evidenziano quanto sia difficile distinguere tra realtà e narrazione. In contesti ad alta tensione, la costruzione di eventi mediatici diventa parte integrante della strategia. L’obiettivo è orientare opinione pubblica e alleanze, creando pressione internazionale. Questa dinamica non è nuova, ma oggi appare amplificata dalla velocità dei media e dalla frammentazione delle fonti.

Escalation regionale e rischio sistemico

La crisi tra Iran e Israele non si limita a uno scontro bilaterale. Gli obiettivi indicati da Teheran – infrastrutture energetiche, impianti di desalinizzazione e centrali elettriche nel Golfo – mostrano una strategia di deterrenza estesa. Colpire tali infrastrutture significherebbe entrare in una fase di conflitto totale, con effetti diretti su milioni di civili e sull’economia globale. In questo senso, la guerra si muove su un crinale pericoloso: quello tra pressione strategica e catastrofe sistemica.

La dimensione umana del conflitto

Al di là delle analisi geopolitiche, resta una realtà spesso rimossa: il costo umano. Episodi come quello avvenuto a Nablus ricordano che la guerra non è fatta solo di mappe e strategie, ma di vite spezzate. La disumanizzazione dell’avversario rappresenta uno dei meccanismi più antichi e pericolosi. Quando il nemico diventa “altro” al punto da essere privato della propria umanità, la violenza perde ogni limite. È un fenomeno che la storia del Novecento ha mostrato con drammatica chiarezza.

Tra morale e geopolitica

L’Europa, osservatrice spesso divisa e incerta, fatica a trovare una posizione autonoma. Il dibattito pubblico oscilla tra analisi strategica e giustificazioni politiche, mentre la realtà sul terreno evolve rapidamente. Il rischio è che la dimensione morale venga subordinata a quella geopolitica, perdendo di vista il punto essenziale: la guerra, prima di essere un confronto tra Stati, è una tragedia umana.

Un equilibrio instabile

Il ritiro americano dall’Iraq, l’ascesa dell’influenza iraniana e la moltiplicazione dei fronti di crisi delineano un Medio Oriente in trasformazione. Non si tratta di un nuovo ordine stabile, ma di un equilibrio precario, in cui ogni attore cerca di massimizzare i propri vantaggi. In questo scenario, la Russia osserva e agisce con cautela, mantenendo una posizione di equilibrio tra i diversi attori e rafforzando il proprio ruolo di interlocutore globale. La vera incognita resta però un’altra: quanto a lungo questo sistema potrà reggere senza scivolare in un conflitto più ampio. Perché, quando propaganda, interessi energetici e rivalità strategiche si sovrappongono, il rischio di errore diventa esponenziale.

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