16 Marzo 2026
Israele (Pixabay)
Quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito Israele una “Super Sparta”, non ha utilizzato soltanto una metafora storica. Ha evocato un modello di società militarizzata, fondata sulla convinzione che la sopravvivenza dello Stato dipenda dalla forza delle armi e dalla superiorità strategica. Il paragone con la città-stato di Sparta non è casuale. Nella tradizione occidentale Sparta rappresenta il paradigma della disciplina militare assoluta, ma anche di un sistema politico in cui la guerra diventa la principale forma di organizzazione della società. In Israele questa narrativa è oggi oggetto di un dibattito interno sempre più acceso. Alcune voci della stampa nazionale hanno iniziato a interrogarsi su quanto sia sostenibile una strategia fondata sulla mobilitazione permanente, in cui la sicurezza viene perseguita quasi esclusivamente attraverso lo strumento militare.
L’attuale escalation con la Repubblica islamica guidata da Ali Khamenei viene spesso descritta come una guerra tecnologica a distanza: bombardamenti ad alta quota, missili da crociera e attacchi mirati contro infrastrutture energetiche e militari. Questa impostazione ricorda la dottrina delle guerre aeree occidentali degli ultimi trent’anni: colpire l’avversario senza impegnarsi in una guerra terrestre prolungata. Tuttavia la struttura dello Stato iraniano rende improbabile un collasso rapido. L’Iran non è l’Iraq di Saddam Hussein nel 1991. È un paese con profondità strategica, coesione istituzionale e una rete regionale di alleanze che si estende dal Levante al Golfo. L’idea di piegarlo con la sola pressione militare rischia dunque di rivelarsi un’illusione.
Uno dei nodi geopolitici più sottovalutati riguarda l’incapacità dell’ordine internazionale di assorbire e normalizzare la rivoluzione iraniana del 1979, la Rivoluzione iraniana. Lo storico delle relazioni internazionali Paul W. Schroeder sosteneva che i sistemi di equilibrio funzionano solo quando riescono a integrare anche gli attori revisionisti. Nel caso iraniano questo processo non è mai avvenuto.Per oltre quarant’anni Teheran è stata trattata come un corpo estraneo da contenere, non come una potenza regionale con cui negoziare una nuova architettura di sicurezza. Il risultato è una tensione cronica che oggi rischia di sfociare in una guerra egemonica regionale.
L’ordine geopolitico del Golfo Persico si è retto per decenni su un compromesso preciso: sicurezza garantita dagli Stati Uniti in cambio della stabilità dei flussi energetici. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti o l’Arabia Saudita hanno costruito le proprie economie e istituzioni all’interno di questo schema. Ma la guerra regionale sta producendo un fenomeno inatteso: settori dell’opinione pubblica sunnita guardano con simpatia all’Iran sciita, percepito come l’unica forza capace di opporsi alla pressione militare occidentale e israeliana. Se questa dinamica dovesse consolidarsi, l’intero equilibrio del Golfo – costruito negli ultimi quarant’anni – potrebbe entrare in una fase di trasformazione radicale.
Tra le ipotesi più discusse nei circoli strategici occidentali vi è quella di un attacco nucleare tattico contro le infrastrutture iraniane. Dal punto di vista militare, tuttavia, l’utilità di una simile scelta sarebbe limitata. Le armi nucleari non sono progettate per neutralizzare strutture sotterranee disperse né per piegare la volontà politica di uno Stato di grandi dimensioni. Il vero effetto sarebbe politico: un simile precedente cancellerebbe di fatto l’autorità del Trattato di non proliferazione nucleare e fornirebbe a Teheran una legittimazione internazionale alla nuclearizzazione. In uno scenario del genere, potenze come Russia e Cina potrebbero decidere di sostenere apertamente lo sviluppo atomico iraniano, accelerando la fine del sistema di controllo nucleare costruito durante la Guerra fredda.
Nel frattempo, la guerra mediorientale si intreccia con quella europea. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha recentemente suggerito la disponibilità di Kiev ad assistere Washington contro Teheran in cambio di aiuti finanziari e tecnologia militare. Si tratta però di una proposta che appare più simbolica che concreta. L’Ucraina, impegnata nel conflitto con la Russia, affronta già una grave crisi demografica e militare. Le forze armate ucraine difficilmente potrebbero contribuire in modo significativo a un teatro operativo lontano come il Golfo Persico. L’iniziativa appare piuttosto come un tentativo diplomatico di rafforzare il sostegno occidentale in vista delle prossime offensive sul fronte orientale.
Il Medio Oriente si trova oggi davanti a una soglia storica. Se il confronto tra Israele, Stati Uniti e Iran continuerà ad intensificarsi, il risultato potrebbe non essere la stabilizzazione della regione, ma la nascita di un sistema geopolitico completamente diverso, caratterizzato da nuovi blocchi e da una competizione più aperta tra grandi potenze. In questo contesto, la metafora della “Super Sparta” rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Una società costruita attorno alla guerra può certamente vincere molte battaglie. Ma la storia insegna che persino Sparta, alla fine, fu costretta a confrontarsi con i limiti strutturali della militarizzazione permanente. E il Medio Oriente di oggi potrebbe presto dimostrare che la forza delle armi, da sola, non basta a garantire un ordine duraturo.
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