13 Marzo 2026
Idf in Libano, fonte: telegram @tvswiss
Il Libano vive ore drammatiche. Nella notte scorsa, le forze aeree israeliane hanno bombardato il lungomare di Ramlet al-Baida a Beirut, lì dove ogni sera famiglie e giovani della capitale si ritrovano a passeggiare, a mangiare un gelato, a respirare la brezza del Mediterraneo. Undici i morti e trenta i feriti nell'attacco israeliano al lungomare di Beirut.
Ma questo è soltanto l'ultimo atto di un'escalation che ha già cambiato la geografia della guerra. Su ordine del ministro Katz, l'esercito israeliano è andato oltre le cinque postazioni nel sud del Libano che già teneva in violazione del cessate il fuoco del novembre 2024, spingendosi ancora più a nord. L'obiettivo dichiarato è stabilire quella che i comandi militari israeliani definiscono con eufemismo "una linea di difesa avanzata", in realtà una nuova zona cuscinetto all'interno del territorio libanese sovrano. La 91ª divisione delle Forze di difesa israeliane ha raggiunto il fiume Litani, nel sud del Libano. Il Litani scorre a circa trenta chilometri dal confine. Significa che le truppe di Tel Aviv si sono spinte ben oltre quella che avrebbe dovuto essere, negli accordi del 2006, la linea invalicabile. E le ambizioni israeliane sembrano andare anche oltre.
Dal 28 febbraio, secondo il Ministero della Salute libanese, sono rimaste uccise oltre 400 persone. Israele ha ordinato l'evacuazione completa per tutte le aree a sud del fiume Litani, tutti i sobborghi meridionali di Beirut e sei interi villaggi nella Bekaa, sfollando di fatto con la forza oltre 1,2 milioni di civili libanesi. Un milione e duecentomila esseri umani strappati dalle loro case. Migliaia di persone hanno passato la notte sulla corniche, l'ampio lungomare di Beirut, in attesa di una sistemazione migliore: sfollati in fuga dagli attacchi aerei israeliani nel sobborgo meridionale di Dahiyeh. È l'immagine simbolica di questo conflitto: la gente del Sud che fugge verso il mare, e il mare stesso che diventa bersaglio. Il ministro delle finanze israeliano Smotrich ha tolto ogni velo retorico dichiarando di voler ridurre la periferia sud di Beirut come Khan Younis. Gaza è stato un laboratorio da replicare ovunque necessario: la logica della dominazione non è cambiata. Il messaggio è inequivocabile per chiunque voglia ascoltarlo.
Non si tratta di una novità assoluta nella storia dei disegni di Tel Aviv sul Libano. Le mire israeliane sul fiume Litani risalgono almeno al 1919, quando i leader del movimento sionista prefiguravano i futuri confini di uno stato ebraico alla Conferenza di Versailles. Nel 1978 Israele lanciò la cosiddetta "Operazione Litani", avanzando militarmente fino al fiume con l'obiettivo di creare una fascia di sicurezza. Nel 1982 occupò Beirut. Nel 2006 tentò di nuovo, senza riuscire a piegare la resistenza di Hezbollah. Oggi, in un contesto regionale radicalmente mutato — con l'Iran sotto attacco diretto statunitense e israeliano e la Guida Suprema Khamenei uccisa — Netanyahu sembra convinto di avere finalmente la finestra di opportunità che i suoi predecessori non ebbero — ovvero quella di realizzare il vecchio sogno della Grande Israele, ovvero un territorio vasto che vada dall'Eufrate alNilo e che includa, nella visione degli ideologi sionisti più estremi, anche il Libano. Dall'inizio della guerra l'esercito israeliano in Libano ha ucciso 687 persone, soprattutto nel sud del paese e nell'area di Dahieh, a sud di Beirut.
Oramai non vi è più alcuna sorpresa se Kallas e von der Leyen sembrano distratte e concentrate sempre e comunque su nuove sanzioni da applicare alla Russia, quel che di gravemente criminale continua a commettere Israele non le tange. Israele può tutto, tutto ciò che agli altri non è permesso. La comunità internazionale si muove quindi molto timidamente soprattutto con Macron, per via dell’antico rapporto che lega la Francia al Libano. Il Libano — Paese già devastato da crisi economica, esplosione del porto di Beirut, decenni di instabilità — si ritrova solo davanti all'ennesima aggressione. Beirut come Gaza: Israele sta seguendo lo stesso registro già sperimentato, sta compiendo lo stesso massacro, colpendo civili, ospedali, case. E il lungomare di Beirut, colpito stanotte, non era una base militare: era il simbolo della vita che continua nonostante tutto. Anche quel simbolo, adesso, è sotto le bombe.
Di Eugenio Cardi
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