10 Marzo 2026
Fonte: X @blusewillis2
Ci sono armi che non uccidono soltanto. Bruciano, penetrano, continuano a distruggere anche dopo che l'esplosione è finita. Il fosforo bianco è una di queste. Ti consuma dentro. E il 3 marzo 2026, secondo Human Rights Watch, l'esercito israeliano ne ha fatto uso su un quartiere residenziale di Yohmor, nel Libano meridionale.
Non si tratta di voci o illazioni. HRW ha verificato e geo-localizzato sette immagini che documentano esplosioni compatibili con munizioni al fosforo bianco sopra un'area residenziale, con squadre della Protezione Civile impegnate a spegnere incendi in almeno due abitazioni e un'automobile. Il tipo di proiettile è stato identificato con precisione: la forma della nuvola di fumo risulta coerente con quella prodotta da specifici proiettili d'artiglieria, appositamente progettati per contenere fosforo bianco. Cosa significa, concretamente, essere colpiti da questa arma? Il fosforo bianco, a contatto con l'ossigeno, si infiamma e continua a bruciare finché non esaurisce l'aria o il materiale. Quando raggiunge il corpo umano, genera acido fosforico che penetra i tessuti molli fino alle ossa; anche la sola inalazione causa danni gravi, fino all'avvelenamento. Ramzi Kaiss, ricercatore di HRW per il Libano, è netto: si tratta di un uso illegale su aree civili, con conseguenze che producono sofferenze permanenti. E non è la prima volta. HRW aveva già denunciato l'impiego di fosforo bianco da parte dell'IDF tra ottobre 2023 e maggio 2024, sia in Libano che a Gaza. La risposta della comunità internazionale fu, allora come oggi, un silenzio assordante. Sul piano giuridico, il quadro è inequivocabile almeno sulla carta: la Convenzione sulle armi incendiarie stabilisce che il fosforo bianco può essere impiegato esclusivamente per illuminare obiettivi militari o creare cortine di fumo a protezione dei soldati. Israele ha firmato la Convenzione, ma con una riserva: non si ritiene vincolata dal protocollo sulle armi incendiarie. Una clausola di autoassoluzione preventiva che nessuna cancelleria occidentale ha mai contestato con la dovuta fermezza. Tutto questo avviene nel contesto di una catastrofe umanitaria in rapida espansione. Oltre 517.000 persone risultano registrate come sfollate in Libano da quando i combattimenti tra Israele e Hezbollah sono ripresi, a seguito dell'operazione militare congiunta (del tutto illegale sul piano del diritto internazionale) tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Il Ministero della Salute libanese registra circa 400 morti, tra cui almeno 80 bambini, e oltre 600 feriti, con ordini di evacuazione israeliani progressivamente estesi all'intero Libano meridionale. Il Primo Ministro Nawaf Salam ha avvertito che «una catastrofe umanitaria incombe», mentre il Consiglio norvegese per i rifugiati ha messo in discussione la legalità stessa degli ordini di evacuazione di massa, che riguardano centinaia di villaggi nel sud del paese, nella valle della Bekaa e nei sobborghi meridionali di Beirut. Il Libano è un Paese che non ha mai smesso di contare le proprie macerie. Adesso conta anche i morti di questa nuova guerra, i bambini sfollati, le case incendiate dal fosforo.
Viceversa il Libano non può contare, come sempre, sull'attenzione del mondo, mondo sempre distratto quando trattasi di Libano o di territori palestinesi illegalmente occupati da Israele, chissà come mai. Il buon Andreotti usava dire: a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. D'altra parte è cosa fin troppo nota che Israele ha piena licenza di poter uccidere, stuprare, torturare, imprigionare minori, derubare cose e terre, distruggere, e così via. A dare la misura dell'ipocrisia della comunità internazionale è stato, il 24 febbraio scorso, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca dei Latini a Gerusalemme, uomo che vive in Terra Santa da quasi quarant'anni e che difficilmente può essere accusato di partigianeria. Intervenendo all'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna, ha detto con disarmante chiarezza: «La comunità internazionale non permette alla Russia di fare in Ucraina quello che permette a Israele di fare in Palestina». Il pubblico ha applaudito. I governi, come sempre, hanno fatto finta di non sentire. Appunto.
È in questo scenario che il 24 marzo, a Milano, si terrà una cena di solidarietà il quale ricavato sarà versato totalmente alla Croce Rossa Libanese a favore delle numerosissime persone sfollate. Durante la serata verranno letti brani tratti dall'ultimo romanzo del sottoscritto, "Il fornaio libanese", un libro che racconta il Libano dell'invasione israeliana del 1982, e che oggi, quarant'anni dopo, alla luce degli avvenimenti attuali, suona purtroppo come una profezia mai smentita. L'appuntamento è al ristorante libanese La Meza, via Giuseppe Tartini 13, ore 20.00. È preferibile la prenotazione: 333/8912960. Un gesto piccolo, umano, necessario. Perché mentre i governi tacciono e le diplomazie si girano dall'altra parte, tocca ai cittadini tenere viva la memoria e la solidarietà concreta.
Di Eugenio Cardi
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