06 Marzo 2026
La distruzione deliberata delle abitazioni civili sta emergendo come una nuova e preoccupante strategia militare nei conflitti contemporanei. A denunciarlo è il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alloggio adeguato, Balakrishnan Rajagopal, che ha definito questo fenomeno "domicidio", indicando la demolizione sistematica e consapevole di case, palazzi e infrastrutture civili come una vera e propria arma di guerra. Secondo il relatore, la situazione colpisce soprattutto Gaza, Sudan, Ucraina e Myanmar.
Intervenendo davanti al Consiglio per i diritti umani dell'Onu, Rajagopal ha criticato l’incapacità della comunità internazionale di prevenire questa pratica e ha sostenuto la proposta di classificare il "domicidio" come crimine contro l’umanità, perseguibile dai tribunali internazionali. Secondo il relatore, la distruzione di interi quartieri e città non può essere considerata un effetto collaterale inevitabile dei conflitti armati.
Nel suo intervento, Balakrishnan Rajagopal ha invitato la comunità internazionale a non accettare come inevitabile la distruzione sistematica delle abitazioni nei conflitti armati. Secondo il relatore delle Nazioni Unite, normalizzare queste pratiche significherebbe accettare l’impunità dei responsabili e compromettere i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario.
I rapporto Onu evidenziano in particolare la situazione nella Striscia di Gaza, dove il livello di devastazione urbana ha raggiunto dimensioni senza precedenti. Tra ottobre 2023 e ottobre 2025 almeno il 92% delle abitazioni nell’enclave palestinese è stato distrutto o gravemente danneggiato secondo report Onu. Rajagopal ha affermato che la campagna militare avrebbe colpito deliberatamente infrastrutture civili, tra cui edifici residenziali e condomini, provocando in molti casi la morte di intere famiglie.
Il relatore ha inoltre segnalato che tecnologie avanzate, tra cui sistemi basati sull’intelligenza artificiale, potrebbero essere state utilizzate per selezionare gli obiettivi degli attacchi, con conseguenze sproporzionate per la popolazione civile.
Situazioni analoghe sono state segnalate anche in Sudan, dove i combattimenti hanno colpito duramente le infrastrutture civili. Secondo i dati del United Nations Satellite Centre (Unosat), più di 23.600 strutture nella parte orientale della città di Al-Fashir sono state danneggiate o distrutte tra novembre 2023 e luglio 2024.
Gli attacchi contro abitazioni e infrastrutture civili vengono descritti come sistematici e mirati, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria già in corso nel Paese.
Sia a Gaza che in Sudan è in corso un genocidio, come riferito anche da diverse rapporti Onu.
Il fenomeno della distruzione sistematica delle abitazioni riguarda anche la guerra in Ucraina, dove i bombardamenti hanno provocato una crisi abitativa su larga scala. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre 23 mila edifici residenziali sono stati danneggiati o distrutti, con circa 2,5 milioni di abitazioni coinvolte.
Alla fine del 2024 i danni diretti a edifici e infrastrutture erano stimati in 176 miliardi di dollari. Nel novembre 2025 oltre il 13% del patrimonio edilizio ucraino risultava danneggiato o distrutto.
Anche in Myanmar la distruzione delle abitazioni civili è diventata una pratica diffusa dopo il colpo di Stato militare del 1° febbraio 2021. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, la giunta militare avrebbe intensificato gli attacchi contro quartieri civili utilizzando armi sofisticate, tra cui droni, bombardamenti aerei e artiglieria.
Nel mirino sono finite non solo le abitazioni ma anche scuole, cliniche, monasteri, chiese, moschee e rifugi per sfollati. Il bilancio parla di oltre 100 mila case civili distrutte.
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