04 Marzo 2026
Trump-Netanyahu e Khamenei
Sono circolate molte voci sul tempismo della decisione dell'attacco all'Iran da parte di Israele e Stati Uniti, ma recenti retroscena mostrano come questa sia stata presa pochissimi giorni prima del raid. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiamato il presidente Donald Trump lunedì 23 febbraio, riportandogli alcune informazioni ottenute dall'intelligence: l'ayatollah Khamenei e molti leader iraniani si sarebbero riuniti il 28 febbraio in un unico luogo di Teheran. Un'occasione imperdibile per decapitare il regime, tanto che il tycoon avrebbe riflettuto solamente 3 giorni: il 26 febbraio sarebbe arrivata la conferma dell'attacco, per poi agire simultaneamente il 28, neanche 48 ore dopo.
Una telefonata riservata tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe segnato il punto di svolta verso l’attuale conflitto con l’Iran. A ricostruire il retroscena è Axios, citando tre fonti a conoscenza diretta delle conversazioni.
Secondo il giornalista Barak Ravid, lunedì 23 febbraio Netanyahu avrebbe informato Trump che la Guida Supremairaniana Ali Khamenei e i principali vertici politici e militari di Teheran si sarebbero riuniti sabato 28 febbraio in un unico luogo nella capitale iraniana. Un’occasione — avrebbe sostenuto il premier israeliano — per colpire l’intera leadership con un singolo attacco aereo devastante.
Trump avrebbe inizialmente risposto che avrebbe valutato l’ipotesi. Su sua indicazione, la Cia avrebbe condotto un controllo preliminare delle informazioni fornite dall’intelligence militare israeliana, confermandone l’attendibilità. Nei giorni successivi, i preparativi si sarebbero intensificati, mentre la Casa Bianca esaminava le implicazioni militari e politiche di un’azione così radicale.
Il piano originario, sempre secondo Axios, prevedeva un’operazione tra fine marzo e inizio aprile, per consentire all’amministrazione americana di costruire consenso interno e coordinamento internazionale. Netanyahu, tuttavia, avrebbe spinto per anticipare i tempi. Un funzionario statunitense ha riferito che il premier israeliano temeva che eventuali ritardi potessero far sfumare l’opportunità o esporre oppositori iraniani rifugiati in case sicure al rischio di rappresaglie da parte del regime.
Giovedì 26 febbraio, tre giorni dopo la telefonata iniziale, Trump avrebbe preso la decisione finale di procedere con l’azione militare, che sarebbe poi iniziata sabato 28. La ricostruzione suggerisce una dinamica accelerata, segnata da pressioni strategiche e da una finestra temporale considerata irripetibile.
Resta da chiarire quanto l’obiettivo fosse realmente l’eliminazione della leadership iraniana nel suo complesso o piuttosto un’operazione più ampia contro infrastrutture strategiche. La portata di un attacco diretto contro Khamenei e i vertici della Repubblica Islamica avrebbe infatti rappresentato un salto qualitativo senza precedenti.
Le rivelazioni di Axios aggiungono un nuovo tassello alla comprensione delle decisioni che hanno portato allo scoppio delle ostilità, mostrando quanto intelligence, tempistiche politiche e pressioni alleate abbiano inciso sulla scelta di andare alla guerra.
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