04 Marzo 2026
Trump e Netanyahu, fonte: Wikipedia
L’attacco israelo-statunitense all’Iran non nasce da una necessità strategica, ma da un’urgenza politica. È un diversivo. Un’operazione di distrazione utile a spostare l’attenzione dai problemi interni che incombono su entrambi i fronti: da un lato Donald Trump stretto tra Epstein files e tensioni economiche generate dalla politica dei dazi; dall’altro Benjamin Netanyahu, assediato dai processi e dall’ombra di possibili condanne. La libertà del popolo iraniano e la minaccia nucleare di Teheran sono soltanto pretesti. La vera posta in gioco è l’innesco di una nuova crisi capace di ricompattare fronti politici fragili e consolidare leadership in difficoltà. Il caos, del resto, è spesso il più fedele alleato del potere: quando tutto vacilla, la guerra diventa il vero collante.
Trump e Netanyahu appaiono così come due figure speculari, due signori del disordine che governano attraverso l’emergenza permanente. Non è la democrazia a muoverli, ma la necessità di sopravvivere politicamente. Del resto i due agenti del caos non hanno limiti né pudore.
Sono trent’anni che Netanyahu agita lo spettro nucleare iraniano come giustificazione per una guerra preventiva. Trump ha semplicemente ripreso lo stesso copione. Dopo i primi attacchi ha dichiarato che “non possiamo permettere all’Iran di avere l’arma nucleare”. Eppure, pochi giorni dopo la fine della cosiddetta “guerra dei dodici giorni”, annunciava trionfante che le installazioni nucleari iraniane erano state annientate. Se la minaccia era stata eliminata, perché la guerra? Se non lo era, perché dichiarare la vittoria?
Nel discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente americano ha accusato Teheran di terrorismo e di voler minacciare Europa e Stati Uniti. Tutto mentre erano in corso colloqui diplomatici mediati dall’Oman. La diplomazia accompagnata dai bombardieri.
Il problema è che la narrazione precede sempre i fatti. Hannah Arendt ricordava che “la politica si basa sui fatti; quando i fatti diventano opinioni, la menzogna diventa sistema”. E quando la menzogna diventa sistema, la guerra smette di essere una scelta e si trasforma in una necessità costruita a tavolino.
La realtà è meno spettacolare della propaganda: l’Iran non dispone di armi nucleari operative, mentre Israele resta l’unico Paese del Medio Oriente dotato di arsenale atomico e oltretutto non aderisce al Trattato di Non Proliferazione.
Teheran, al contrario, ha firmato il TNP ed è soggetta a ispezioni internazionali.
Teheran, al contrario di Israele, non risulta aver prodotto armi nucleari operative.Del resto era proprio una fatwa di Khamenei a impedire la realizzazione di impianti nucleari militari iraniani. Anche in questo caso si raggiungono vette in cui menzogne e assurdità si mescolano in modo magistrale.
Paradossalmente, proprio gli attacchi del giugno 2025 e l’assassinio di Khamenei rischiano di produrre l’effetto opposto: spingere l’Iran a dotarsi davvero dell’arma nucleare come unico vero deterrente efficace contro gli “attacchi preventivi” israelo - statunitensi.
Lo schema è sempre lo stesso: costruire un cattivo, amplificare un pericolo, presentare la guerra come inevitabile. Vietnam, Afghanistan, Iraq. Ora Iran. Cambiano i nomi, non la sceneggiatura.
Nel mondo a trazione angloamericana la logica è lineare: se un Paese non obbedisce, lo si bombarda; se non si allinea, lo si “libera”; se resiste, si cambia regime. La democrazia viene esportata con l’ausilio delle bombe, e ogni conflitto viene venduto come l’ultimo necessario per garantire la pace.
Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia: episodi diversi dello stesso film, con attori nuovi e identica regia. Questa volta, però, la posta in gioco è diversa. La contrapposizione tra ordine e caos assume un carattere esistenziale.
L’hybris occidentale — la convinzione di poter violare impunemente ogni principio di diritto internazionale — ha superato ogni limite. Dal genocidio di Gaza al rapimento di Maduro, la sensazione di impunità ha alimentato una spirale di dominio, suprematismo e sopraffazione.
Eschilo aveva già messo in guardia: “la tracotanza genera il tiranno”. E quando la tracotanza diventa sistema, il passo verso l’irreparabile è breve. L’assassinio di Khamenei rappresenta un salto qualitativo. Non è soltanto un episodio, ma un effetto sistemico.
Come l’attentato di Sarajevo nel 1914, un singolo atto capace di spezzare equilibri fragili e innescare dinamiche che travalicano i confini regionali coinvolgendo alleanze, identità e ordini simbolici più ampi. È il punto di non ritorno.
Non siamo più nella gestione della crisi, ma nel momento in cui la storia accelera.
Il rischio è che il Medio Oriente diventi il detonatore di un conflitto più ampio, mentre i protagonisti continuano a parlare di sicurezza e stabilità.
E allora resta soltanto la definizione più antica e più onesta del potere imperiale: fanno un deserto e lo chiamano pace.
Di Marco Pozzi
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