Iran, l'assassinio di Khamenei come un boomerang verso l'Occidente: la jihad che spinge a combattere per la sopravvivenza

Colpire il vertice simbolico di un sistema costruito su tali radici non significa necessariamente spezzarlo: può, al contrario, rafforzarne la coesione

Lassassinio di Ali Khamenei rappresenta un evento che rischia di essere interpretato in modo superficiale se letto soltanto attraverso la lente della strategia militare. Lidea che leliminazione della Guida Suprema possa indebolire automaticamente la Repubblica islamica riflette una visione tipicamente occidentale del potere, centrata sullindividuo e sulle dinamiche di leadership. Ma lIran non è semplicemente uno Stato governato da un’élite politica: è una realtà storica e culturale in cui religione, memoria collettiva e identità nazionale si sovrappongono.

In molte società occidentali la dimensione spirituale è progressivamente arretrata nello spazio privato, perdendo la funzione di collante pubblico. In Iran accade lopposto. LIslam sciita costituisce una grammatica comune attraverso cui una parte significativa della popolazione interpreta il senso della storia e del sacrificio. Simone Weil osservava che le società sopravvivono grazie alle loro radici invisibili, a ciò che conferisce significato alla sofferenza condivisa.

Colpire il vertice simbolico di un sistema costruito su tali radici non significa necessariamente spezzarlo: può, al contrario, rafforzarne la coesione. 

Da questo punto di vista, lassassinio di Khamenei assume un significato che va oltre la dimensione militare. È un atto teologico-politico che colpisce il centro simbolico dellordine iraniano. In simili condizioni, immaginare una rapida de-escalation appare del tutto illusorio. Quando il conflitto investe la sfera identitaria, la logica della mediazione lascia progressivamente spazio a quella della sopravvivenza. Una delle principali difficoltà interpretative riguarda la distanza culturale tra Occidente e mondo islamico. Il concetto di jihad è un esempio emblematico. Nella percezione comune occidentale viene spesso tradotto come guerra santa. Nella tradizione islamica, invece, indica innanzitutto uno sforzo interiore, la cosiddetta grande jihad, cioè la lotta contro le proprie debolezze. Solo in determinate circostanze essa può assumere una dimensione militare, la piccola jihad, legata alla difesa della comunità.

Questi aspetti sono stati analizzati in modo molto efficace dal colonnello Jacques Baud, già membro dellintelligence svizzera, in un suo recente saggio intitolato Operation Al-Aqsa Flood: The Defeat of the Vanquisher(2024).

Baud spiega che l'islamismo fornisce essenzialmente quello che in informatica corrisponde al sistema operativo, in piena sintonia con la cultura della popolazione.

Jacques Baud descrive lislamismo come un sistema culturale capace di fornire coerenza e orientamento a società sottoposte a pressioni esterne.

In questa prospettiva, la nozione di vittoria si discosta radicalmente da quella occidentale: non coincide con la distruzione dellavversario, ma con la capacità di resistere nel tempo.

Sono esemplari, in questo senso, le parole - testamento del leader di Hezbollah Sayyed Hasan Nasrullah ucciso in un raid israeliano il 27 settembre 2024: "Il potere supremo del nostro nemico è quello di ucciderci e la cosa più grande a cui possiamo aspirare è quella di essere uccisi sulla via di Allah Onnipotente. Questa equazione basata sulla fede trasforma il punto di forza massimo del nemico nel nostro punto di forza più grande. Pertanto, non siamo mai sconfitti: quando trionfiamo, trionfiamo; e quando siamo martirizzati, trionfiamo”. 

Edward Said aveva già evidenziato come lo sguardo occidentale tenda a interpretare il Medio Oriente attraverso categorie semplificate, incapaci di coglierne la profondità storica. Ciò che in Occidente appare come un gesto risolutivo può quindi essere percepito, dallaltra parte, come una conferma della necessità di perseverare. La società iraniana porta ancora i segni della sanguinosa guerra con lIraq, un conflitto durato otto anni che ha inciso profondamente sulla memoria collettiva. Renzo Guolo, nel suo saggio intitolato Generazione del Fronte(2008), analizza le caratteristiche peculiari del popolo iraniano e mostra come quellesperienza abbia contribuito a consolidare una cultura politica in cui il sacrificio non è uneccezione, ma una componente strutturale dellidentità nazionale.

Lassassinio di Khamenei rischia quindi di trasformarsi in un boomerang strategico. Più che indebolire la struttura politica iraniana, potrebbe rafforzarne la coesione interna. Le vittime civili dei bombardamenti, in particolare i bambini, contribuiscono a consolidare una narrazione difensiva capace di mobilitare la società attorno alla leadership. In questottica le parole di Khamenei risuonano come un lascito alla nazione. La Guida Suprema era consapevole di essere la vittima designata degli attacchi israelo-statunitensi ed è morto nel suo ufficio, senza scappare di fronte al pericolo: "La mia vita ha poco valore. Ho un corpo disabile. Ho un po' di dignità che voi tutti mi avete dato. Metto tutto questo in gioco, pronto a sacrificare tutto. Possa tutto questo essere sacrificato per voi".

Quando una comunità percepisce di combattere per la propria continuità storica, la guerra cambia natura: non è più una scelta politica tra alternative possibili, ma una condizione esistenziale. In quel momento le categorie della deterrenza e dellequilibrio di potere diventano insufficienti. Tucidide, osservando le guerre del suo tempo, scriveva che gli uomini credono di guidare gli eventi finché non si accorgono che gli eventi hanno cominciato a guidare loro. È forse questo il punto in cui ci troviamo oggi: non davanti alla fine di una crisi, ma allinizio di una storia che nessuno sarà più in grado di controllare.

 

Di Marco Pozzi