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Iran, Ucraina e deterrenza: tra propaganda e realtà il mondo verso un nuovo equilibrio nucleare

Dalla pressione su Teheran alla guerra di logoramento in Ucraina: l’Occidente tra narrazioni, sanzioni e crisi strategica

26 Febbraio 2026

Iran, Ucraina e deterrenza: tra propaganda e realtà il mondo verso un nuovo equilibrio nucleare

Fonte: La Presse

Negoziati o ultimatum? Il caso iraniano

I colloqui tra Stati Uniti e Iran vengono presentati come “negoziati”, ma nella sostanza assomigliano a un ultimatum strategico: Teheran dovrebbe rinunciare a qualsiasi programma nucleare con potenziale militare e limitare drasticamente i propri sistemi missilistici. In altri termini: disarmarsi nella speranza che le garanzie occidentali bastino a tutelarne la sicurezza.

Il problema non è la richiesta in sé – ogni potenza mira a ridurre la capacità offensiva di un avversario – ma la questione della deterrenza. La storia recente dimostra che i Paesi privi di ombrello nucleare, come l’Iraq di Saddam Hussein o la Libia di Gheddafi, hanno pagato un prezzo altissimo. Al contrario, Stati dotati di arma atomica – dalla Corea del Nord al Pakistan – godono di una protezione implicita che rende impraticabile l’opzione militare diretta.

Per questo, al di là delle simpatie politiche, è comprensibile che l’Iran consideri la capacità nucleare una garanzia ultima di sopravvivenza.

Non proliferazione e doppio standard

Il Trattato di non proliferazione funziona solo se chi rinuncia all’arma nucleare può contare su un diritto internazionale applicato in modo coerente. Quando invece le regole sembrano valere in modo selettivo, la fiducia si erode.

Qui si inserisce il ruolo di Russia e Cina: entrambe non hanno interesse a una proliferazione incontrollata, ma sanno che la sicurezza dei partner regionali incide sull’equilibrio complessivo. Garantire protezione senza incentivare la corsa all’atomica è una sfida complessa, che richiede credibilità politica e militare.

Quattro anni di guerra e propaganda

Il quarto anniversario del conflitto in Ucraina è stato celebrato in Europa come conferma di una presunta “sconfitta strategica” russa. Dichiarazioni di leader come Ursula von der Leyen o Mark Rutte insistono su una Russia “allo sbando”, economicamente esausta e militarmente inefficace.

Eppure i dati territoriali raccontano altro: dal 2022 Mosca ha consolidato il controllo di circa il 20% del territorio ucraino, avanzando lentamente ma con costanza nel Donbass. L’Institute for the Study of the War stesso ha riconosciuto che nell’ultimo anno le forze russe hanno conquistato più terreno rispetto ai due precedenti messi insieme.

La lentezza dell’avanzata non indica debolezza, ma una strategia di logoramento industriale e umano volta a ridurre le perdite e consumare le risorse avversarie.

Mosca schiera oggi oltre 700 mila uomini nell’area operativa, alimentati da un flusso consistente di volontari a contratto. Kiev, al contrario, deve ricorrere a mobilitazioni forzate e affronta crescenti difficoltà nel reperire e addestrare nuove brigate.

Il vantaggio russo non è solo numerico ma industriale. Produzione di artiglieria, munizioni e mezzi corazzati supera quella europea. Come ha ammesso lo stesso Mark Rutte, la Russia produce in pochi mesi ciò che l’Occidente realizza in un anno.

In una guerra d’attrito, la variabile decisiva è la capacità di rigenerare forze e materiali, non la retorica.

Europa: crisi economica e riarmo

Il conflitto ha colpito duramente l’Europa. Energia più cara, industria in difficoltà, dipendenza dal GNL statunitense. Il riarmo imposto – con richieste di spesa fino al 5% del PIL – rischia di gravare su economie già fragili, spesso a vantaggio dell’industria bellica americana.

Il paradosso è evidente: si descrive la Russia come una “lumaca” incapace di minacciare l’Europa, ma si giustifica un riarmo massiccio e costoso. Una contraddizione che dovrebbe indurre a maggiore realismo strategico.

Verso quale ordine internazionale?

Dall’Iran all’Ucraina emerge un filo conduttore: la crisi dell’ordine unipolare e l’ascesa di un sistema più multipolare. Gli Stati Uniti mirano a preservare il proprio primato; Russia e Cina cercano di costruire un equilibrio alternativo.

In questo contesto, la deterrenza – nucleare e convenzionale – torna centrale. Senza garanzie credibili, ogni Stato percepirà l’arma atomica come assicurazione sulla vita.

Il buon senso suggerirebbe di favorire negoziati realistici, riconoscendo i rapporti di forza effettivi. Prolungare i conflitti nella speranza di un collasso altrui rischia di generare solo instabilità maggiore.

La storia insegna che la pace non nasce dalla propaganda, ma dal riconoscimento reciproco della sicurezza. E oggi, più che mai, il mondo ne avrebbe bisogno.

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