22 Febbraio 2026
Mike Huckabee (Lapresse)
Ci sono dichiarazioni che, in qualsiasi altra epoca della diplomazia moderna, avrebbero provocato una crisi istituzionale immediata, convocazioni urgenti al Dipartimento di Stato, forse persino le dimissioni. Quella pronunciata il 20 febbraio 2026 da Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, non sembra destinata a produrre nulla di tutto questo. E questo silenzio, forse, è la notizia più inquietante.
In un'intervista di due ore rilasciata al podcast di Tucker Carlson — il commentatore televisivo già volto di Fox News, oggi voce sempre più controversa della destra americana (https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/753904/usa-clamorosa-virata-antisionista-dellex-volto-di-fox-news-tucker-carlson-la-rivolta-della-destra-americana-contro-israele.html) — l’ambasciatore Huckabee ha risposto in modo cristallino (e fortemente scandaloso) alla domanda se Israele abbia o meno diritto al territorio che va dal Nilo all'Eufrate, così come descritto nel libro della Genesi, capitolo 15 (quella di Carlson è stata una evidente provocazione, nella quale l’ambasciatore americano è cascato in pieno: una vera follia pensare che si abbia un qualsiasi diritto in base a quanto previsto da una o un’altra scrittura sacra). Carlson aveva quindi proseguito sottolineando che tale interpretazione biblica implicherebbe per Israele il diritto a rivendicare territori che includono Giordania, Siria, Libano, parti dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e della Turchia. La risposta dell'ambasciatore è stata senza ambiguità: "It would be fine if they took it all", sarebbe giusto che prendessero tutto. Non un'opinione privata ma le parole di un rappresentante ufficiale del governo degli Stati Uniti d'America, in carica, davanti a telecamere, in un'intervista destinata alla diffusione internazionale.
Il riferimento è al progetto della "Grande Israele", evocato da Netanyahu e da diversi esponenti dell'attuale governo israeliano, che prevede l'espansione israeliana su territori oggi riconosciuti dal diritto internazionale come occupati o appartenenti ad altri Stati sovrani. Fino ad oggi, si trattava di posizioni relegate alla frangia più estremista della politica israeliana, condannate da quasi tutta la comunità internazionale. Con le parole di Huckabee, questa visione conquista uno spazio impensabile: la voce ufficiale dell'amministrazione americana a Tel Aviv. Huckabee, ministro battista ordinato e figura di primo piano del Christian Zionism — la corrente evangelica che considera il ritorno degli ebrei in Israele un prerequisito teologico per la Seconda Venuta di Cristo — ha tentato successivamente di precisare che le sue erano considerazioni di carattere teologico, non politico, e che Israele non ha alcuna intenzione di conquista territoriale espansiva. Ma il danno diplomatico era già fatto, e la distinzione tra "teologia personale" e "politica di Stato" suona particolarmente fragile quando a pronunciarla è chi siede nella sede dell'ambasciata americana.
Particolarmente grave è la reazione regionale: la Giordania, Paese arabo con il quale gli Stati Uniti intrattengono relazioni strategiche fondamentali, si è sentita direttamente minacciata da parole che, alla lettera, includerebbero il suo territorio nella mappa della "Grande Israele". Il Ministero degli Esteri giordano ha definito le dichiarazioni "assurde e provocatorie", affermando che violano la Carta delle Nazioni Unite e contraddicono la posizione ufficiale dello stesso Presidente Donald Trump sul rifiuto dell'annessione della Cisgiordania. La stampa araba ha risposto con toni di allarme. Il Daily News Egypt ha parlato di una svolta che segna "un netto abbandono di decenni di diplomazia statunitense basata sulla soluzione a due Stati, verso una politica sempre più dettata dall'eccezionalismo religioso", in aperto contrasto con il diritto internazionale e con l'architettura di stabilità del Medio Oriente.
Le dichiarazioni sull'espansionismo biblico sionista non sono state le sole a suscitare indignazione. Huckabee ha definito le statistiche del Ministero della Salute di Gaza "dubbie", nonostante le organizzazioni internazionali abbiano riconosciuto che oltre 17.000 bambini sono stati uccisi nel conflitto. Ha giustificato la morte di quattordicenni affermando che, se armati da Hamas, "meritavano di morire". Di fronte a quest'ultima affermazione, Carlson ha replicato con visibile sgomento: "Stai ascoltando te stesso? Credi davvero che un bambino meriti di morire perché usato dagli adulti?" Huckabee ha inoltre sostenuto che le forze armate israeliane siano "più morali" dell'esercito americano nella loro condotta in guerra. Ancora una volta: non le parole di un commentatore, ma di chi rappresenta ufficialmente gli Stati Uniti nello Stato di Israele.
L'intervista ha prodotto un paradosso politico di rilievo. Carlson ha da tempo assunto posizioni critiche nei confronti di Israele e della politica americana in Medio Oriente, tanto da essere accusato da ambienti filoisraeliani di alimentare l'antisemitismo. L'incontro tra i due era nato come tentativo di "abbassare la temperatura" all'interno della destra americana, sempre più spaccata sulla questione israeliana. Ma evidentemente poi le cose sono andate diversamente. I leader arabi hanno respinto con fermezza le dichiarazioni di Huckabee, mentre il colpo finale alla credibilità dell'intera operazione è arrivato dopo: Carlson ha dichiarato di essere stato fermato dalle autorità israeliane all'aeroporto, con il passaporto sequestrato e il suo produttore esecutivo portato in una stanza separata per essere interrogato su cosa avesse discusso con l'ambasciatore (ma secondo qualcuno Israele resta l’unica democrazia del Medio Oriente ed altri vorrebbero impedirci, per legge, di poterlo criticare).
Come ha scritto il giornalista-influencer Mario Nawfal sui social: "I testi religiosi non sono atti notarili, e la teologia non è un sostituto del diritto internazionale". La questione non è la fede personale di Huckabee. Ciascuno è libero di credere ciò che vuole. Il problema è che un uomo investito di funzioni diplomatiche da parte del governo degli Stati Uniti ha usato quella funzione — e quel microfono — per legittimare, davanti all'opinione pubblica mondiale, l'idea che una conquista militare su scala regionale possa trovare giustificazione in un testo sacro di tremila anni fa. Nessun comunicato ufficiale da Washington. Nessuna smentita formale. Solo silenzio. E il silenzio, in diplomazia, parla sempre più forte delle parole.
di Eugenio Cardi
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