29 Novembre 2025
Tucker Carlson Fonte: Reuters
L'ex volto di Fox News ha compiuto una virata clamorosa: dai salotti conservatori alle accuse di antisemitismo. Ma dietro la sua crociata contro i "cristiani sionisti" si nasconde un terremoto generazionale che sta travolgendo il Partito Repubblicano.
Se c'è un momento che segna la fine del consenso bipartisan su Israele nella politica americana, questo porta la data dell'ottobre 2025 e il nome di Tucker Carlson. In un'intervista con il controverso commentatore di estrema destra Nick Fuentes, Carlson ha dichiarato senza esitazione: "Penso che la più grande minaccia al cristianesimo in questo Paese sia il sionismo cristiano. Lo odio più di quanto odi i rivoltosi di sinistra. Lo odio più di quanto odi i terroristi islamici" (JFeed).
Non si tratta di uno scivolone, di una gaffe o di una provocazione isolata. È il culmine di una trasformazione radicale che ha trasformato uno dei più influenti commentatori conservatori americani da sostenitore dell'alleanza Stati Uniti-Israele a suo critico feroce. E soprattutto, è il sintomo di una frattura generazionale e ideologica che sta lacerando il Partito Repubblicanodall'interno. Nell'intervista con Fuentes, Carlson ha accusato i cosiddetti cristiani sionisti di destra (movimento protestante evangelico, molto forte negli Stati Uniti, che sostiene attivamente Israele e il sionismo per motivazioni teologiche. Secondo la loro interpretazione biblica, il ritorno degli ebrei in Terra Santa e la creazione dello Stato di Israele sarebbero adempimenti di profezie bibliche necessari per il ritorno di Cristo e l'Apocalisse. Credono che sostenere Israele sia un dovere religioso comandato da Dio), incluso l'ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, di essere stati "catturati da questo virus cerebrale" (The Times of Israel). Ha chiamato per nome senatori come Ted Cruz e ex Presidenti come George W. Bush, definendo le loro posizioni su Israele come un'eresia cristiana. Ma è quando Carlson parla di Gaza che la sua posizione diventa incendiaria. "Una delle ragioni per cui sono arrabbiato per Gaza è che la posizione israeliana è che tutti quelli che vivono a Gaza sono terroristi per come sono nati, comprese donne e bambini. Questa non è una visione occidentale. È una visione orientale. È non-cristiana. È totalmente incompatibile con il cristianesimo e la civiltà occidentale. Dicono: 'Oh, siamo i difensori della civiltà occidentale.' Non con quell'atteggiamento, non lo siete" (The Times of Israel).
Parole che, pronunciate da chiunque altro a sinistra, sarebbero passate quasi inosservate. Ma pronunciate da Tucker Carlson - l'uomo che ha parlato alla Convention Nazionale Repubblicana, che ha ospitato Trump nei suoi tour elettorali, che per anni è stato la voce del conservatorismo americano - rappresentano un terremoto.
La trasformazione di Carlson non è avvenuta dall'oggi al domani. Nell'aprile 2024, Carlson ha intervistato il reverendo Munther Isaac, pastore palestinese della Chiesa luterana evangelica di Betlemme (Newsweek). L'episodio si è aperto con un'affermazione che ha lasciato attonito il mondo conservatore: "Un tema costante ma quasi mai notato della politica estera americana è che sono sempre i cristiani a soffrire. Quando c'è una guerra all'estero che gli Stati Uniti stanno finanziando, sono i cristiani che tendono a morire in modo sproporzionato". Isaac ha raccontato a Carlson: "Uno dei maggiori problemi che stiamo affrontando in questo momento è il deterioramento dei nostri numeri. Le persone continuano a implorare a causa della realtà politica. La vita sotto una durissima occupazione militare israeliana è difficile da sopportare. E di conseguenza, molti giovani cristiani palestinesi continuano ad andarsene, per esempio da Betlemme, scegliendo di trovare una vita migliore e più facile altrove". Carlson ha proseguito con altre interviste che hanno fatto esplodere polemiche. Ha parlato con Madre Agapia Stephanopoulos della Chiesa ortodossa russa, che vive in Palestina dal 1996, dando ai suoi follower conservatori una rara visione della vita dei cristiani palestinesi sotto occupazione israeliana (Middle East Eye). L'episodio era intitolato "Ecco com'è davvero vivere da cristiano in Terra Santa", con la miniatura YouTube che mostrava la parola "SEGREGAZIONE" a caratteri cubitali. Nel gennaio 2024, ha ospitato il politologo John Mearsheimer, permettendogli di dichiarare senza censure: "Quello che sta accadendo a Gaza è un genocidio. Gli Stati Uniti non dovrebbero avere nulla a che fare con questo" (X).
La posizione di Carlson è diventata talmente radicale da metterlo in rotta di collisione diretta con Donald Trump, l'uomo che aveva sostenuto fedelmente per anni. Nel giugno 2025, dopo che Israele aveva lanciato attacchi missilistici contro siti nucleari iraniani, Carlson ha scritto che Trump era "complice nell'atto di guerra" e che ciò che sarebbe accaduto nella regione avrebbe "definito la presidenza di Donald Trump" (The Hill). La risposta di Trump è arrivata immediata ma si è risolta in un tentativo maldestro di umiliazione pubblica. Durante un incontro con il Primo Ministro britannico al vertice del G7, quando gli è stato chiesto dei commenti di Carlson, Trump ha replicato con disprezzo: "Non so cosa stia dicendo Tucker Carlson. Che vada a prendersi una rete televisiva e lo dica così la gente ascolta". Carlson è stato un critico esplicito di qualsiasi coinvolgimento americano in una potenziale guerra in Medio Oriente, esprimendo frustrazione dopo gli attacchi israeliani che hanno ucciso alti funzionari militari iraniani. La frattura evidenzia una divisione crescente all'interno della base di Trump su come procedere nei confronti dell'Iran e, più in generale, sul rapporto con Israele.
La posizione di Carlson non è una bizzarria personale o una deriva isolata. È il riflesso - e forse il catalizzatore - di un cambiamento generazionale profondo che sta travolgendo il conservatorismo americano. Il professor Shibley Telhami dell'Università del Maryland, che monitora l'opinione pubblica su Israele, ha rilevato dati esplosivi: solo il 32% degli evangelici di età compresa tra 18 e 34 anni simpatizza con Israele rispetto ai palestinesi, oltre 30 punti percentuali in meno rispetto alla generazione più anziana (NPR). Il sostegno più generale da parte dei repubblicani nella stessa fascia d'età è solo del 24%. Un quarto. Questo significa che tre quarti dei giovani repubblicani non simpatizzano con Israele, un dato che sarebbe stato impensabile anche solo dieci anni fa.
Daniel Hummel, storico dell'Università del Wisconsin che ha studiato il sostegno cristiano a Israele, ha fatto un'ammissione brutalmente onesta: i cristiani sionisti "sono l'ultimo baluardo del sostegno organizzato, su larga scala, a livello nazionale per Israele" (NPR). In altre parole: senza i cristiani evangelici anziani, Israele perde la sua base americana. E quella base sta letteralmente morendo di vecchiaia. Jackson Lahmeyer, un pastore evangelico dell'Oklahoma, ha osservato con preoccupazione: "Alcuni leader molto influenti, tutti quelli che mi piacciono - Tucker Carlson, Candace Owens, Marjorie Taylor Greene - hanno assunto una posizione molto controversa riguardo alla nazione di Israele" (NPR). E ha aggiunto: "Negli ultimi due anni, c'è stata questa sorta di erosione continua del sostegno a Israele tra i cristiani evangelici".
Le posizioni di Carlson hanno scatenato una tempesta di condanne dall'establishment conservatore e filo-israeliano. Il Ministro israeliano per la diaspora e la lotta all'antisemitismo, Amichai Chikli (Ministro degli Affari della Diaspora di Israele), ha twittato sarcasticamente: "Congratulazioni a Tucker Carlson per essere diventato la principale piattaforma per i negazionisti dell'Olocausto di frangia, i teorici della cospirazione e gli entusiasti della diffamazione del sangue che si oppongono allo Stato di Israele". Caroline Glick, autrice conservatrice israeliano-americana e editorialista di Newsweek, ha scritto su X: "Questo è un pezzo diffamatorio menzognero che mostra la mano generalmente ben nascosta di Tucker", riferendosi all'intervista con il pastore Isaac. Il redattore della rivista Commentary, John Podhoretz, ha reagito scrivendo semplicemente: "Sporcizia antisemita". Ma è all'interno della destra conservatrice che si è consumato il dramma più significativo. L'intervista con Nick Fuentes ha provocato una crisi interna alla Heritage Foundation, il potente think tank conservatore. Diversi ricercatori hanno espresso pubblicamente le loro obiezioni, tra cui il ricercatore Preston Brashers, che ha pubblicato un meme con le parole "I NAZISTI SONO CATTIVI" (The Times of Israel). Brashers ha poi scritto che il capo dello staff di Kevin Roberts, Presidente della Heritage Foundation, aveva chiesto "le mie dimissioni e quelle dei miei colleghi", aggiungendo: "se perdere il mio lavoro alla Heritage è la conseguenza di aver pubblicato 'I NAZISTI SONO CATTIVI', è una conseguenza che sono pronto ad affrontare se dovesse arrivare". Roberts è stato costretto a emettere una dichiarazione ufficiale nella quale ha denunciato "la viziosa ideologia antisemita" di Fuentes, cercando di contenere i danni. Ma il fatto che un think tank conservatore di punta sia stato lacerato da una tale crisi dice tutto su quanto sia profonda la frattura nella destra americana.
Al cuore della posizione di Carlson c'è una domanda che milioni di giovani conservatori si stanno ponendo: perché gli interessi di Israele dovrebbero avere la priorità sugli interessi americani? Nell'intervista con Fuentes, Carlson ha espresso questo concetto senza mezzi termini: "Ho sempre pensato che fosse giusto criticare e mettere in discussione il nostro rapporto con Israele perché è folle e ci danneggia. Non ne ricaviamo nulla. Sono completamente d'accordo con te su questo".
In un'altra intervista, stavolta con Nalin Haley, il figlio 24enne dell'ex ambasciatrice ONU, Nikki Haley, Carlson e il giovane hanno criticato quella che hanno definito una "ossessione" per Israele nella politica americana, definendola "strana" e "malsana". In diverse trasmissioni, Carlson ha ricordato ai suoi spettatori che Israele non è un avamposto fragile che a malapena riesce a sopravvivere, ma uno Stato pesantemente militarizzato con armi nucleari, sostenuto da miliardi di dollari americani ogni anno. Ha insistito che presentare Israele come l'eterno perdente mentre i palestinesi vivono sotto blocchi e bombardamenti significa invertire la realtà stessa. Questa narrativa risuona potentemente con una generazione di conservatori cresciuti dopo l'11 settembre, stanchi delle guerre infinite in Medio Oriente, scettici sull'interventismo militare, e sempre più convinti che l'"America First" di Trump debba significare esattamente questo: l'America al primo posto, non Israele.
Secondo un'analisi su Mondoweiss, la critica di Carlson a Israele va compresa nel contesto più ampio del paleoconservatorismo o "Woke Right", una corrente che critica il rapporto Stati Uniti-Israele non per solidarietà con i palestinesi, ma per ragioni legate agli interessi della classe operaia bianca cristiana americana. La loro sospettosità verso Israele si basa sulla politica identitaria cristiana bianca e su un'avversione per le guerre straniere, avendo poco o nulla a che fare con l'esperienza dei palestinesi o con i fatti sul terreno a Gaza. Haaretz (notissima testata israeliana di sinistra) ha osservato che nella sua nuova incarnazione, Carlson è diventato completamente populista, sfogandosi contro le élite globaliste e attaccando la politica estera americana come eccessivamente interventista. Questa critica, tradizionalmente di sinistra, sta trovando un pubblico crescente a destra tra coloro che vedono il sostegno a Israele come parte di un establishment che ha tradito la classe operaia americana.
Telhami (uno dei massimi esperti americani di politica mediorientale) ritiene che questo cambiamento nel sentimento pubblico abbia dato coraggio agli oppositori di lunga data di Israele a destra. Oltre a Tucker Carlson, influencer repubblicani di spicco come Candace Owens e Stephen Bannon hanno recentemente criticato pubblicamente Israele (NPR).
Curt Mills, redattore dell'American Conservative Magazine - che si oppone alle politiche israeliane e fu fondata da Pat Buchanan - ha notato che molte di queste personalità non hanno mai sostenuto Israele, e ora sentono che è il momento di parlare apertamente (NPR). Il problema per l'establishment pro-Israele è che questi non sono commentatori marginali. Carlson ha milioni di follower. Candace Owens ha un'audience enorme tra i giovani conservatori. Marjorie Taylor Greene è una congressista eletta. Stephen Bannon è stato il principale stratega di Trump. Questi sono i formatori di opinione della nuova destra americana. E stanno tutti prendendo le distanze da Israele.
C'è chi vede in Carlson un momento spartiacque: "La storia che si sta svolgendo davanti a noi potrebbe ancora segnare l'inizio di una nuova era. Quando gli americani riconosceranno che i loro media e la loro classe politica hanno nascosto tutta la verità su Israele e Palestina, potrebbero finalmente esigere politiche radicate nell'equità piuttosto che nella lealtà cieca" (ArabAmericanNews). Il ruolo di Carlson in questo risveglio non può essere sottovalutato. Le sue trasmissioni hanno aperto gli occhi a milioni di persone, e una volta aperti, quegli occhi non si chiuderanno facilmente di nuovo. Ma c'è anche chi avverte che la critica a Israele proveniente da figure come Carlson, rischia di contaminare qualsiasi legittima critica alla politica israeliana e di danneggiare il movimento più ampio per i diritti dei palestinesi. Quello che è certo è che il consenso bipartisan su Israele, che ha dominato la politica americana per decenni, è morto. Tucker Carlson non l'ha ucciso da solo, ma ne ha scavato la fossa davanti a milioni di spettatori conservatori. E ora, mentre il Partito Repubblicano si lacera tra "America First" e "Israel First", mentre una generazione di giovani conservatori volta le spalle allo Stato ebraico, mentre persino Trump deve scegliere tra il suo alleato mediatico e i suoi sostenitori evangelici anziani, una cosa è chiara: il futuro del sostegno americano a Israele non sarà mai più quello che è stato.
Di Eugenio Cardi
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