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Israele, Netanyahu vuole gli ispettori in casa dei palestinesi: la nuova legge sul ricongiungimento familiare è apartheid legalizzato

Benjamin Netanyahu ha presentato al gabinetto un disegno di legge che dovrebbe far rabbrividire qualunque stato che si definisca democratico: ispettori statali con ampi poteri di accesso, incluso quello di entrare nelle case private, per verificare che le coppie che richiedono il ricongiungimento familiare in Israele non stiano "frodando lo Stato". La misura riguarda quasi esclusivamente palestinesi, naturalmente

20 Febbraio 2026

Israele, Netanyahu vuole gli ispettori in casa dei palestinesi: la nuova legge sul ricongiungimento familiare è apartheid legalizzato

Fonte: X @netanyahu

L'8 febbraio 2026, mentre Israele resta privo di un Ministro degli Interni, il premier avanza un disegno di legge che autorizza ispettori governativi a fare irruzione nelle abitazioni private di coloro che richiedono il ricongiungimento familiare. L'ennesimo capitolo di una storia lunga vent'anni di discriminazione etnica istituzionalizzata.

Il vero obiettivo? Limitare le nascite tra i palestinesi

Benjamin Netanyahu ha presentato al gabinetto un disegno di legge che dovrebbe far rabbrividire qualunque stato che si definisca democratico: ispettori statali con ampi poteri di accesso, incluso quello di entrare nelle case private, per verificare che le coppie che richiedono il ricongiungimento familiare in Israele non stiano "frodando lo Stato". La misura riguarda quasi esclusivamente palestinesi, naturalmente. Non è una novità. È l'ultimo atto di una storia cominciata nel 2002, quando un ordine di gabinetto congelò tutti i permessi di residenza per ricongiungimento familiare tra cittadini israeliani e residenti nei territori occupati della Cisgiordania e di Gaza. Una misura "temporanea" che dura da oltre vent'anni, rinnovata ossessivamente ogni anno dalla Knesset, con il sostegno entusiasta dello stesso Netanyahu. Già allora, da ministro delle Finanze, Netanyahu fu esplicito: "Invece di rendere più facile per i palestinesi ottenere la cittadinanza, dobbiamo rendere il processo molto più difficile, per garantire la sicurezza di Israele e una maggioranza ebraica in Israele". La sicurezza, appunto. La grande giustificazione. Ma è una foglia di fico che non regge più all'esame dei fatti. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, ha ammesso che nessuna delle persone ammesse al ricongiungimento familiare dal 2018 in poi ha pianificato o compiuto attacchi terroristici. Nessuno. Eppure la legge viene presentata e rinnovata come scudo contro il terrorismo. La verità la dicono le stesse istituzioni israeliane quando abbassano la guardia. L'ex ministra degli Interni Ayelet Shaked, promotrice della versione 2022 della legge, ha dichiarato candidamente: "Non dobbiamo nasconderci dietro motivazioni di sicurezza. La legge ha anche ragioni demografiche". E l'allora ministro degli Esteri Yair Lapid aggiunse: "Non dobbiamo nascondere l'essenza della Legge sulla Cittadinanza". Traducendo dal politichese: si tratta di impedire ai palestinesi di diventare troppo numerosi in Israele.

Amnesty International: è apartheid

Il premier Ariel Sharon lo aveva già detto senza eufemismi nel 2002: "Non c'è bisogno di nascondersi dietro argomenti di sicurezza. C'è bisogno dell'esistenza di uno Stato ebraico". In democrazia si chiama pulizia demografica istituzionalizzata. In diritto internazionale si avvicina paurosamente all'apartheid. E apartheid è esattamente il termine usato da Amnesty International nel suo rapporto del febbraio 2022, che descrive come Israele tratti "i palestinesi come un gruppo razziale inferiore, sistematicamente privato dei propri diritti". Il giornalista israeliano Gideon Levy, sulle colonne di Haaretz, ha scritto che questa legge è "prova definitiva del fatto che non solo esistono pratiche di apartheid in questo paese, ma esistono leggi di apartheid". Anche l'editore dello stesso Haaretz, Amos Schocken, ha affermato che la sua esistenza "rende Israele uno Stato di apartheid". La nuova proposta di Netanyahu aggiunge un tassello orwelliano: ispettori governativi autorizzati a fare irruzione nelle abitazioni private per verificare la "genuinità" delle unioni coniugali. Una misura che – applicata nei confronti di qualsiasi altra minoranza etnica o religiosa in qualunque Paese europeo – scatenerebbe sanzioni immediate e reazioni diplomatiche durissime. Applicata contro i palestinesi, nel silenzio dell'Occidente, diventa semplicemente "un disegno di legge".

Vivere da palestinese a Gerusalemme est, territorio occupato da Israele

Migliaia di famiglie palestinesi vivono da anni in questa condizione kafkiana: divise, costrette all'esilio, o a sopravvivere in Israele nel terrore costante di una deportazione. Le donne palestinesi di Gerusalemme Est pagano il prezzo più alto, perché Israele considera la città parte del proprio territorio e applica la legge con particolare rigore. Molti palestinesi che vivevano in Cisgiordaniacon permessi temporanei non possono lasciare il loro territorio perché non potrebbero rientrare. Tredici milioni e quattrocentomila palestinesi nel mondo: più della metà vive in Palestina storica senza poter condurre una vita familiare normale. Questo disegno di legge arriva in un momento in cui Netanyahu è sotto pressione giudiziaria per corruzione, tenta di depenalizzare i reati di frode e abuso d'ufficio di cui è imputato, e chiede la grazia al presidente Herzog. L'escalation contro i palestinesi serve anche a tenere compatto un governo che ha bisogno dei voti dell'estrema destra religiosa e nazionalista. La discriminazione etnica come moneta di scambio politico interno.

E come al solito in Europa tutti zitti (e complici)

L'Unione Europea, che ha recentemente discusso sanzioni contro Israele per le violazioni del diritto internazionale a Gaza, dovrebbe porsi una domanda elementare: quando una democrazia autorizza i propri funzionari a fare irruzione nelle case di una minoranza etnica per controllare la "autenticità" dei matrimoni, si può ancora parlare di democrazia? La risposta, a muso duro, è no. E non basta fermarsi a Gaza per comprendere il disegno complessivo. In Cisgiordania, sotto occupazione militare israeliana da oltre mezzo secolo, i coloni continuano ad espandersi con una violenza che le autorità israeliane tollerano, incoraggiano, o semplicemente ignorano. Villaggi palestinesi svegliati nel cuore della notte da incendi dolosi. Uliveti millenari abbattuti con le motoseghe o sradicati dai bulldozer, alberi che avevano attraversato generazioni, che erano la memoria vivente di un popolo sulla propria terra. Pozzi avvelenati. Greggi massacrati. Case demolite. E i coloni che avanzano, protetti dall'esercito israeliano, verso un'ulteriore appropriazione di territorio che il diritto internazionale considera illegale senza alcuna ambiguità. Questo è il quadro dentro cui si inserisce la legge sul ricongiungimento familiare: non una misura isolata, non un eccesso di zelo burocratico, ma un tassello coerente di un progetto di svuotamento demografico e territoriale che procede da decenni, mattone dopo mattone, legge dopo legge, ulivo abbattuto dopo ulivo abbattuto. L'Europaguarda, prende nota, emana dichiarazioni, e poi firma nuovi accordi commerciali. La complicità ha molti nomi. Uno dei più eleganti si chiama silenzio diplomatico.

Di Eugenio Cardi

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