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Cisgiordania, Israele procede verso annessione territori palestinesi, tra mozioni parlamentari, nuove colonie e violenze dei coloni

Dopo la mozione simbolica dell'estate scorsa – approvata con 71 voti favorevoli e appena 13 contrari – che dichiarava la Cisgiordania "parte inscindibile della patria storica del popolo ebraico", il parlamento israeliano ha compiuto un ulteriore passo nell'ottobre 2025 con l'approvazione preliminare di due disegni di legge per l'applicazione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania

15 Febbraio 2026

Continua espansione illegale di Israele in Cisgiordania meridionale e centrale, in programma costruzione di oltre 2340 alloggi per coloni ebrei

Cisgiordania meridionale Fonte: The Palestinian Information Center

La Knesset non si ferma. Dopo la mozione simbolica dell'estate scorsa – approvata con 71 voti favorevoli e appena 13 contrari – che dichiarava la Cisgiordania "parte inscindibile della patria storica del popolo ebraico", il parlamento israeliano ha compiuto un ulteriore passo nell'ottobre 2025 con l'approvazione preliminare di due disegni di legge per l'applicazione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania. Il voto, risicatissimo – 25 favorevoli contro 24 contrari – ha messo in luce le divisioni interne alla coalizione Netanyahu, ma anche la determinazione dell'ala più estremista a procedere verso l'annessione formale.

L'annessione passa per la Knesset mentre USA e UE guardano altrove. La comunità internazionale si limita a dichiarazioni senza conseguenze

La proposta, avanzata dal leader del partito ultraconservatore Noam, Avi Maoz, prevede l'estensione della legge israeliana a tutte le aree di insediamento in quella che Tel Aviv definisce Giudea e Samaria. A renderla possibile è stato il voto decisivo del deputato del Likud, Yuli Edelstein, che ha sfidato le indicazioni tattiche di Netanyahu votando a favore. Il premier aveva chiesto di rinviare il voto per non creare attriti con l'amministrazione Trump durante la visita del vicepresidente Vance, ma Edelstein ha scelto la coerenza ideologica dell’annessione prepotente e illegale. Una 'disobbedienza' che gli è costata la presidenza della Commissione Affari Esteri e Difesa. Le pressioni dell'amministrazione Trump – con il vicepresidente JD Vance che ha definito il voto "un insulto" e il segretario di Stato Marco Rubio che ha avvertito che l'annessione "mette in discussione la tenuta dell'accordo di pace" – hanno portato Netanyahu a ordinare la sospensione dell'iter legislativo. Ma si è trattato di una pausa tattica, non di un ripensamento. I fatti sul terreno raccontano una storia diversa.

L'annessione di fatto è già in corso

Mentre a livello parlamentare si gioca la partita della legittimazione formale, sul campo l'annessione procede con metodo. I dati sono inequivocabili: dal governo Netanyahu sono stati approvati 68 nuovi insediamenti, più di quanti ne fossero stati autorizzati nei precedenti 55 anni di occupazione (141 in totale). Un'accelerazione inaudita che assume contorni ancora più netti se si considerano le misure contenute nella legge di bilancio presentata dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich (autodichiaratosi fascista, razzista e omofobo e anch’esso come Ben-Gvir bannato da mezzo mondo), a dicembre 2025. Il testo prevede la reintroduzione di tre basi militari israeliane in aree sotto controllo dell'Autorità Nazionale Palestinese dagli accordi di Oslo del 1993 e l'istituzione di un catasto civile per la Cisgiordania, passi concreti verso l'annessione amministrativa del territorio. A gennaio 2026, altra stretta: una nuova legge approvata dalla Knesset impedisce ai laureati delle università palestinesi di insegnare nelle scuole in Israele, colpendo 235 famiglie di docenti che lavorano a Gerusalemme, molti nelle scuole cristiane della Custodia di Terra Santa. "Sarebbe veramente dura chiudere tutte queste scuole perché non ci sono insegnanti a Gerusalemme", ha denunciato padre Ibrahim Faltas, responsabile delle scuole della Custodia.

Violenza dei coloni: 700 palestinesi sfollati solo a gennaio

Ma è la violenza dei coloni a costituire il braccio operativo dell'annessione. Secondo l'Onu, solo nel mese di gennaio 2026 le aggressioni degli estremisti sionisti hanno causato lo sfollamento forzato di 694 palestinesi, il numero più elevato dall'ottobre 2023. Tra questi, un'intera comunità di pastori – 130 nuclei familiari – è stata cacciata da Ras Ein al-Auja, nella Valle del Giordano, dopo mesi di intimidazioni. I dati delle stesse Forze di Difesa israeliane documentano un aumento del 25% della violenza dei coloni nel 2025, con 1.720 "crimini nazionalisti" registrati. Un fenomeno che ha assunto forme sempre più brutali: il parroco latino di Taybeh, l'ultimo villaggio palestinese interamente cristiano della Cisgiordania, ha denunciato il sequestro con la forza di strutture agricole, incendi, vandalismi e aggressioni fisiche. A Birzeit una donna palestinese è stata aggredita e ricoverata in ospedale; invece di perseguire i responsabili, le forze israeliane hanno arrestato i suoi figli e alcuni parenti. Il Ministro della Sicurezza interna Itamar Ben-Gvir (fanatico estremista di destra, pregiudicato, condannato dallo stesso Stato di Israele per ben 8 volte per razzismo e terrorismo) ha rilasciato 220.000 nuove licenze di porto d'armi dopo il 7 ottobre 2023, la maggior parte nelle colonie, trasformandole di fatto in milizie armate private. Secondo l'organizzazione israeliana per i diritti umani, Yesh Din, solo il 6,6% degli attacchi compiuti da civili israeliani contro palestinesi tra il 2005 e il 2023 sono stati perseguiti. L'impunità è sistematica. A fine gennaio, l'episodio che ha coinvolto due carabinieri italiani vicino Ramallah – a quanto sembrerebbe fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile da un colono armato (poi identificato come un militare dell’IDF) – ha portato alla convocazione dell'ambasciatore israeliano alla Farnesina. Ma anche qui, al di là delle proteste formali, nessuna conseguenza concreta.

La risposta internazionale: solo inutili parole

La reazione della comunità internazionale alle mosse israeliane è stata prevedibilmente inefficace. L'Unione Europea ha ribadito, attraverso un portavoce della Commissione, che "l'annessione è illegale secondo il diritto internazionale" e che "qualsiasi passo concreto in questa direzione sarebbe considerato una violazione". Una posizione già espressa da Josep Borrell nel luglio 2020, quando mise in guardia dai rischi dell'annessione unilaterale. Cinquantotto europarlamentari, tra cui le delegazioni italiane di M5S, AVS e sedici deputati del PD, hanno scritto all'Alta rappresentante Kaja Kallas chiedendo misure immediate: attivazione delle sanzioni previste dall'articolo 2 dell'Accordo di associazione UE-Israele, embargo sulle armi, restrizioni economiche. La risposta? Il silenzio. "L'Unione europea sta rispondendo con parole deboli e nessuna azione", scrivono amaramente i parlamentari. La stessa dinamica si ripete alle Nazioni Unite, con il portavoce ONU, Farhan Haq, che ha ribadito l'opposizione "a qualsiasi iniziativa volta a modificare unilateralmente lo status quo". Anche dieci Paesi arabi e islamici – Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Nigeria, Qatar, Turchia – insieme alla Lega Araba e all'Organizzazione della Cooperazione Islamica, hanno condannato le mozioni israeliane. Ma oltre le dichiarazioni congiunte, nessuna misura concreta. La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito nel luglio 2024 l'illegalità dell'occupazione e degli insediamenti. Israele ha semplicemente ignorato la sentenza, procedendo imperterrito nella sua strategia di espansione territoriale.

L'obiettivo: rendere irreversibile l’occupazione

La strategia israeliana è chiara e di lungo periodo: rendere irreversibile la presenza coloniale attraverso fatti compiuti sul terreno. Non si tratta solo di territorio, ma di controllo delle risorse. Terra coltivabile, sorgenti d'acqua, giacimenti di pietra costituiscono elementi cruciali per l'economia israeliana. Il controllo diretto consente la creazione di nuove zone industriali, l'espansione delle infrastrutture per i coloni, la messa a reddito di aree precedentemente soggette a restrizioni militari. Dal punto di vista demografico, i 500.000 coloni israeliani in Cisgiordania – esclusa Gerusalemme Est – vivono a fianco di circa tre milioni di palestinesi. Ma il sistema giuridico a due livelli garantisce ai primi diritti civili e libertà di movimento negati ai secondi. Un regime che diverse organizzazioni internazionali non esitano più a definire apartheid. L'operazione "Muro di ferro" lanciata a gennaio 2025 contro i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams ha causato lo sfollamento di circa 40.000 palestinesi, le cui case sono state in gran parte distrutte. Nessuno di loro ha potuto fare ritorno. A questi si aggiungono i quasi 3.000 sfollati tra pastori e beduini, cacciati dalla violenza dei coloni. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha arrestato più di 19.000 palestinesi in Cisgiordania, tra cui circa 1.550 bambini, molti in regime di "detenzione amministrativa" senza accusa formale.

La complicità del silenzio

Mentre Gaza cattura l'attenzione mediatica internazionale, la Cisgiordania viene sistematicamente cancellata dalla mappa. Il cessate il fuoco nella Striscia, lungi dal ridurre le tensioni, ha paradossalmente accelerato le operazioni israeliane nei territori occupati. Una strategia coerente, dal punto di vista dell’annessione illegale di territori palestinesi: consolidare l'occupazione in Cisgiordania mentre il mondo guarda altrove. Stati Uniti ed Unione Europea continuano a fornire copertura diplomatica, economica e militare a Israele. Le condanne verbali servono a salvare le apparenze, mentre gli accordi commerciali, la cooperazione in materia di ricerca e il dialogo politico proseguono inalterati. Quattordici paesi – tra cui Gran Bretagna, Canada, Germania, Francia, Italia, Irlanda e Spagna – hanno emesso una "dura condanna" all'approvazione dei 19 nuovi insediamenti di dicembre. Puramente verbale, naturalmente. Il diritto internazionale viene ridotto a formula retorica priva di applicazione concreta. La soluzione dei due Stati, ripetuta ossessivamente come mantra diplomatico, è ormai un feticcio svuotato di significato. Sul terreno, Israele sta costruendo uno Stato unico basato sulla segregazione etnica e sull'espropriazione sistematica. La domanda non è più se l'annessione avverrà, ma quando verrà formalmente ratificata. E con quale livello di complicità da parte di chi oggi finge di opporvisi a parole, mentre nei fatti la rende possibile.

Di Eugenio Cardi

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