Iran, portaerei Uss Ford salpata su pressing israeliano, Turchia: "Usa elastici in trattative, Netanyahu intransigente, spinge per raid" - RETROSCENA
Trump minaccia “conseguenze traumatiche” se l’Iran non accetta un accordo, mentre gli Usa schierano una nuova portaerei. Netanyahu spinge per l’attacco e ribadisce le sue linee rosse su nucleare, missili e proxy
La tensione in Medio Oriente continua a salire. Ad appena due giorni dall'incontro fra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump, il tycoon, su spinta di Tel Aviv, ha ordinato alla portaerei Uss Gerald R. Ford di salpare verso il Golfo Persico, zona in cui è già stazionata la Uss Abraham Lincoln. La pressione sull'Iran aumenta, quindi, mentre i negoziati tardano ad arrivare.
Dietro a questo ritardo nelle trattative, secondo diversi analisti internazionali, ci sarebbe proprio Israele. Come confermano diplomatici turchi, gli Stati Uniti sarebbero "più elastici" nei confronti delle proposte iraniane, optando anche per lasciare libera Teheran di arricchire l'uranio in limiti prefissati. A essere intransigente, invece, è Netanyahu, che starebbe cercando di affossare i colloqui con Teheran per scagliare un attacco.
Iran, portaerei Uss Ford salpata su pressing israeliano, Turchia: "Usa elastici in trattative, Netanyahu intransigente, spinge per raid" - RETROSCENA
La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire rapidamente, mentre Washington rafforza in modo visibile il proprio dispositivo militare in Medio Oriente e il confronto politico tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu mette in luce divergenze e pressioni incrociate sulla gestione del dossier nucleare iraniano.
All’indomani dell’incontro alla Casa Bianca, Netanyahu ha riferito che Trump ritiene possibile un “buon accordo” con Teheran, a patto che l’Iran comprenda di “aver commesso un errore” non accettando in passato le condizioni statunitensi. Il premier israeliano ha però ribadito il proprio scetticismo, chiarendo di aver fissato linee rosse non negoziabili: qualsiasi intesa dovrà includere non solo il programma nucleare, ma anche i missili balistici e la rete di milizie filo-iraniane attive nella regione. Temi che, secondo Israele, rappresentano una minaccia esistenziale.
Trump, dal canto suo, ha rilanciato toni durissimi. “Parlerò con gli iraniani finché vorrò. Se non raggiungiamo un accordo, passeremo alla fase due. E sarà molto dura”, ha dichiarato, avvertendo che le conseguenze per Teheran sarebbero “molto traumatiche”. Il presidente Usa ha detto di sperare in un’intesa entro il prossimo mese, ma ha lasciato intendere che l’opzione militare resta sul tavolo.
A rendere il messaggio ancora più esplicito è il dispiegamento militare in corso. La portaerei Uss Gerald R. Ford Carrier Strike Group ha ricevuto l’ordine di dirigersi immediatamente verso il Medio Oriente. Attualmente in navigazione dal teatro caraibico verso il Mediterraneo, il gruppo d’attacco dovrebbe raggiungere l’area operativa entro due settimane, per poi spostarsi verso il Levante e il Golfo. La permanenza è prevista almeno fino alla fine di aprile o all’inizio di maggio.
La Uss Gerald R. Ford andrà ad affiancare la Uss Abraham Lincoln Carrier Strike Group, già presente nel Golfo Persico. La doppia presenza di portaerei rappresenta uno dei più significativi rafforzamenti militari statunitensi nella regione degli ultimi anni, segnale di deterrenza diretto a Teheran ma anche rassicurazione per Israele e gli alleati regionali.
Secondo fonti israeliane, Netanyahu avrebbe spinto Trump ad assumere una postura più aggressiva, arrivando a sollecitare un’azione militare preventiva contro l’Iran. Al rientro da Washington, il premier ha convocato una riunione con i vertici della sicurezza – capo di Stato maggiore, Mossad e Aeronautica – per valutare gli scenari, inclusa l’ipotesi di un’escalation.
Sul fronte diplomatico, però, emergono segnali contrastanti. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha affermato che gli Stati Uniti sembrerebbero disposti a tollerare un livello limitato e strettamente controllato di arricchimento nucleare iraniano. Una posizione che Israele respinge apertamente, insistendo sulla necessità di azzerare ogni capacità sensibile di Teheran.
In questo quadro, la distanza tra Washington e Tel Aviv appare più politica che militare: Trump punta a un accordo rapido che rafforzi la sua immagine di “deal-maker”, mentre Netanyahu teme che qualsiasi compromesso lasci all’Iran margini per rafforzarsi. Con le portaerei già in movimento e le minacce che si moltiplicano, la finestra diplomatica resta aperta, ma sempre più stretta.