04 Febbraio 2026
Donald Trump
A meno di dieci mesi dalle elezioni di metà mandato che si terranno il 3 novembre 2026, Donald Trump ha lanciato l'assalto frontale al sistema elettorale americano. La mossa più recente e clamorosa (per non dire estremamente inquietante) è arrivata negli ultimi giorni, durante un'intervista al podcast dell'ex vicedirettore dell'FBI, Dan Bongino: i repubblicani, ha dichiarato il presidente, dovrebbero "prendere il controllo" e "nazionalizzare" il voto in almeno quindici luoghi non specificati del Paese.
Non si tratta di uno sfogo estemporaneo. È la punta di un iceberg che nasconde una strategia coordinata e sistematica per alterare le regole del gioco prima ancora che gli elettori esprimano le loro preferenze, così come ampiamente riportato nel mio precedente articolo sull’argomento con l’allarme lanciato dal politologo Robert Kagan. Una strategia che si scontra frontalmente con la Costituzione degli Stati Uniti, la quale assegna chiaramente alle legislature statali, non al presidente, l'autorità di stabilire tempi, luoghi e modalità delle elezioni federali.
Trump continua ossessivamente a riproporre le sue teorie cospirative sulle presunte frodi elettorali del 2020. Nell'intervista con Bongino, ha ribadito che gli immigrati irregolari sarebbero stati portati nel Paese appositamente per votare illegalmente. Affermazioni smentite da tutti i tribunali americani che hanno esaminato i casi, ma che il presidente utilizza come grimaldello per giustificare l'intervento federale nelle procedure di voto. La Casa Bianca, tramite la portavoce Abigail Jackson, ha cercato di ridimensionare parlando di "sicurezza elettorale" e citando il SAVE Act (Safeguard American Voter Eligibility Act), una proposta legislativa che imporrebbe standard uniformi per i documenti d'identità con foto, limiterebbe drasticamente il voto per corrispondenza e vieterebbe la raccolta organizzata delle schede. Ma le parole di Trump vanno ben oltre: "Abbiamo Stati che sono così corrotti e stanno contando i voti", ha dichiarato, senza specificare quali.
Meno di una settimana prima delle dichiarazioni di Trump sulla nazionalizzazione del voto, l'FBI ha fatto irruzione nell'ufficio elettorale della contea di Fulton, in Georgia, sequestrando tutte le schede fisiche delle elezioni del 2020, i registri delle macchine elettorali e le immagini prodotte durante il conteggio. La giustificazione ufficiale? Una possibile mancata preservazione dei registri ufficiali. Non è un caso che sia stata scelta Fulton. È stata proprio questa contea l'epicentro della battaglia di Trump per sovvertire il risultato elettorale tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021, quando l'allora presidente telefonò al segretario di Stato della Georgia, il repubblicano Brad Raffensperger, chiedendogli di "trovare" circa diecimila voti per ribaltare il vantaggio di Biden. I cospirazionisti MAGA hanno esultato per l'azione dell'FBI. I democratici l'hanno definita una "sovversione del processo democratico".
Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025, Trump ha utilizzato sistematicamente gli ordini esecutivi per modificare le regole elettorali. Ad agosto ha promesso di "guidare un movimento" per eliminare le schede elettorali per corrispondenza e le macchine per il voto, definite "estremamente imprecise, molto costose e altamente controverse". A marzo aveva già emesso un ordine esecutivo per impedire ai funzionari elettorali di accettare schede per corrispondenza ricevute dopo il giorno delle elezioni, anche se spedite prima. Un tribunale federale ha bloccato la disposizione, ma a novembre la Corte Suprema ha accettato di esaminare un caso del Mississippi sulla stessa questione. Se i giudici dovessero esprimersi favorevolmente, i voti per posta arrivati in ritardo potrebbero non contare più nelle elezioni di novembre. Il voto per corrispondenza è tradizionalmente utilizzato in misura maggiore dagli elettori democratici rispetto ai repubblicani, che preferiscono votare di persona (esattamente quel che accade anche in Italia: i voti che arrivano dagli italiani residenti all’estero sono tradizionalmente a favore del campo democratico). Trump lo sa bene e ha dichiarato esplicitamente: "Ricordate, gli Stati sono semplicemente un 'agente' del Governo Federale nel conteggio e nella tabulazione dei voti. Devono fare ciò che il Governo Federale, rappresentato dal Presidente degli Stati Uniti, ordina loro". Direi che affermazione più grave, pericolosa e sovversiva di questa è difficile da immaginare.
Secondo un'inchiesta del Washington Post, la pressione esercitata dalla Casa Bianca sui governi statali per intervenire sulle regole elettorali è parte di una strategia coordinata. Le amministrazioni repubblicane in diversi Stati hanno introdotto norme che rendono più difficile registrarsi o votare: hanno imposto limiti alle campagne di iscrizione promosse da organizzazioni indipendenti, reso obbligatorio il documento d'identità con foto, ridotto gli orari di apertura dei seggi e, in Georgia, perfino vietato di distribuire acqua o cibo alle persone in fila per votare.
Trump ha inoltre esortato i repubblicani in stati come Texas e Indiana a ridisegnare i collegi elettorali attraverso il gerrymandering (pratica di manipolazione dei collegi elettorali che consiste nel ridisegnare i confini dei distretti elettorali in modo artificioso per favorire un partito a scapito dell'altro. Il nome deriva da Elbridge Gerry, governatore del Massachusetts che nel 1812 ridisegnò i distretti elettorali creando forme così bizzarre che uno di questi assomigliava a una salamandra: "Gerry" + "salamander" = "gerrymander") per aumentare la probabilità che vengano eletti candidati repubblicani. Una pratica non nuova nella politica americana, pratica legale ma eticamente molto controversa, considerata una distorsione della democrazia rappresentativa e che in questo contesto assume connotati particolarmente aggressivi.
L'apparato federale incaricato di sicurezza interna, giustizia, intelligence e gestione delle procedure elettorali opera oggi sotto una catena di comando politicamente omogenea, in cui la fedeltà al presidente prevale sull'autonomia istituzionale. Trump ha riempito l'FBI, il Dipartimento di Giustizia e il Dipartimento di Sicurezza Interna di figure che negano il risultato delle elezioni presidenziali del 2020. Il Dipartimento della Sicurezza Interna ha tagliato i fondi alla CISA, l'agenzia che si occupa di proteggere le elezioni da attacchi cyber e minacce fisiche. Il Dipartimento di Giustizia ha richiesto a 23 Stati di fornire le informazioni personali di tutti i votanti, inclusi dati sensibili come il numero di codice fiscale, ufficialmente per "sistemare eventuali errori", ma secondo molti osservatori con l'obiettivo di individuare votanti da rimuovere dalle liste. Credo che la gravità di tali singolari attività sia tale da divenire addirittura inutile ogni possibile commento.
Durante un ritiro politico dei repubblicani a inizio gennaio, Trump ha espresso chiaramente le sue preoccupazioni: "Dobbiamo vincere le elezioni di metà mandato, perché se non vinciamo, succederà che... beh, troveranno un motivo per portarmi all'impeachment. Verrò messo sotto accusa". Il presidente teme che un Congresso controllato dai democratici possa indagare su di lui e ostacolare la sua agenda. I segnali elettorali non sono incoraggianti per i repubblicani: a gennaio, in un'elezione suppletiva per il Senato statale del Texas, i democratici hanno ottenuto una vittoria con 14 punti di vantaggio in una contea dove Trump aveva battuto Harris con 17 punti di margine. Un ribaltamento che ha fatto scattare l'allarme.
L'ex giudice distrettuale John E. Jones III ha dichiarato alla CNN che federalizzare le elezioni sarebbe "palesemente incostituzionale", aggiungendo che il presidente "deve leggere la Costituzione". Anche alcuni repubblicani hanno preso le distanze. Il deputato Don Bacon (Nebraska), critico abituale di Trump, ha scritto su X: "Mi sono opposto alla nazionalizzazione delle elezioni quando la speaker Nancy Pelosi voleva cambiamenti importanti alle elezioni in tutti i 50 stati. Mi opporrò anche adesso". Persino la Heritage Foundation, il notissimo think tank di destra autore del controverso Project 2025che ha ispirato molte politiche di Trump, dichiara sul suo sito web che "si opporrà sempre a un'acquisizione federale delle nostre elezioni da parte delle élite di Washington". Il leader democratico al Senato Chuck Schumer ha affermato che l'idea di nazionalizzare le elezioni "calpesta l'autonomia degli Stati garantita dalla carta fondamentale". Il comitato editoriale del New York Times ha lanciato l'allarme in un lungo articolo, chiedendo ai cittadini di vigilare, offrirsi come scrutatori e sostenere le organizzazioni che controllano la correttezza delle operazioni elettorali.
David A. Graham, giornalista di The Atlantic e autore del libro "The Project", ha tracciato uno scenario inquietante: "Lo abbiamo visto cercare di cambiare le mappe elettorali di alcuni Stati e far pressione sugli stati repubblicani che non vogliono cambiarle. Lo abbiamo visto accusare di crimini gli avversari politici, attaccare i media che lo criticano, cercare di metterli sotto controllo; lo abbiamo visto tentare di intervenire sui sistemi di voto nei vari stati. Nessuno è sicuro che non cercherà di falsificare i risultati di quelle elezioni". Graham ricorda che si tratta dell'uomo che il 6 gennaio 2021 arringò la folla poco prima che prendesse d'assalto il Congresso, che non ha pagato dazio dal punto di vista giudiziario e che, tornato alla Casa Bianca, ha graziato tutti i partecipanti alla rivolta. Ma c'è di più. L'eventualità che il presidente invochi l'Insurrection Act del 1807 per schierare truppe federali contro "rivolte" o "insurrezioni" – come ha più volte dichiarato – non è affatto remota. I casi dell'ICE a Minneapolis, con l'uccisione di Alex Pretti e il rifiuto del Dipartimento di Giustizia di indagare sugli agenti coinvolti, mostrano che la coercizione sta diventando uno strumento ordinario di governo. Il sindaco democratico di Minneapolis, Jacob Frey, ha mandato pubblicamente "al diavolo" gli agenti della squadra speciale trumpiana. Lo scontro tra autorità federali e Stati o municipalità democratiche si sta inasprendo giorno dopo giorno. Le marce del No King Day sono state tra le più imponenti nella storia americana. Se Trump dovesse davvero tentare di invalidare o manipolare i risultati delle elezioni di novembre, e se i democratici dovessero conquistare la maggioranza al Congresso, lo scenario di una frattura istituzionale profonda – se non di un conflitto aperto tra poteri dello Stato – non è più un'ipotesi da scartare. La democrazia americana si trova sull'orlo di un precipizio che pochi, fino a un anno fa, avrebbero immaginato possibile.
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 si configurano come il passaggio cruciale. Se i democratici dovessero riprendersi il controllo della Camera dei rappresentanti e magari anche del Senato, potrebbero frenare l'agenda di Trump e avviare indagini sulla sua amministrazione. Ma il presidente sta facendo di tutto per modificare il campo di gioco prima che la partita inizi. Come ha scritto Valigia Blu, "ad oggi è difficile comprendere in che contesto politico si voterà, ma quello che è certo è che il presidente si sta portando avanti, con mosse mirate a invalidare il processo elettorale, o perlomeno a porre dubbi sulla sua veridicità". La democrazia americana, quella stessa democrazia che si è sempre presentata al mondo come modello, si trova davanti a un bivio. Da un lato la Costituzione e la separazione dei poteri. Dall'altro un presidente che ha dichiarato al New York Times: "Non ho bisogno del diritto internazionale: l'unica cosa che può fermarmi è la mia morale personale". Una frase che, più di ogni altra, fotografa la deriva autoritaria in corso.
Di Eugenio Cardi
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