Iran sotto pressione per attacco Usa, avanza ipotesi trasferimento uranio arricchito a Mosca, Teheran alza difese nei siti nucleari - RETROSCENA
Basi Usa rafforzate, siti nucleari iraniani blindati e Israele in massima allerta: tra negoziati fragili e richieste inconciliabili, il rischio di escalation resta altissimo
La situazione in Medio Oriente continua a essere tesissima. Mentre un attacco degli Stati Uniti sull'Iran sembra allontanarsi nel tempo e i due Stati stiano effettivamente cercando di negoziare, entrambi continuano la militarizzazione del territorio. Washington starebbe infatti dispiegando ancora navi e aerei da guerra nella regione, mentre Teheran starebbe rinforzando la difesa dei siti nucleari all'interno del Paese.
In tutto ciò, il nodo al momento sta nelle trattative in corso fra Iran e Usa, che dovrebbero raggiungere il proprio apice nella giornata di venerdì, con un trilaterale insieme alla Turchia, è l'arsenale atomico di Teheran. Secondo alcuni fonti del deepstate, l'Iran potrebbe acconsentire al trasferimento del suo uranio arricchito al 60% o proprio in Turchia o in Russia.
Iran sotto pressione per attacco Usa, avanza ipotesi trasferimento uranio arricchito a Mosca, Teheran alza difese nei siti nucleari - RETROSCENA
La tensione tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase critica, in cui preparativi militari e canali diplomatici avanzano in parallelo senza riuscire a ridurre il rischio di un nuovo conflitto regionale. Le ultime immagini satellitari e i movimenti militari nella regione indicano che tutte le parti si stanno preparando allo scenario peggiore, mentre i colloqui sul nucleare appaiono fragili e fortemente condizionati da richieste inconciliabili.
Secondo nuove analisi dell’Institute for Science and International Security, l’Iran ha intensificato le misure di protezione dei suoi principali siti nucleari, in particolare a Isfahan. Le immagini mostrano un aumento del traffico di veicoli presso gli ingressi dei tunnel sotterranei, con operazioni di interramento e rafforzamento delle entrate, inclusi sistemi di chicane pensati per resistere a eventuali attacchi missilistici. Il modello ricalca quello osservato prima dei raid statunitensi durante la guerra di 12 giorni con Israele della scorsa estate, suggerendo che Teheran considera concreta la possibilità di nuovi bombardamenti.
Parallelamente, sono visibili lavori di riparazione su edifici in superficie danneggiati in precedenti attacchi. Un nuovo tetto in acciaio è stato costruito sopra una struttura distrutta, forse per preservare asset sensibili o schermare la ricostruzione da osservazioni satellitari. L’edificio potrebbe essere collegato alla produzione di centrifughe, con analogie al sito di Karaj sabotato nel 2021. Il messaggio è chiaro: l’Iran continua a investire strategicamente nel suo programma nucleare, ribadendo al contempo che l’arricchimento dell’uranio è un diritto legittimo e a fini civili.
Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno rafforzato in modo significativo il loro dispiegamento nel Medio Oriente. Sistemi di difesa THAAD e Patriot sono stati schierati in diverse basi, mentre movimenti della US Air Force sono stati segnalati anche a Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Le basi di Al-Muwaffaq in Giordania, Prince Sultan in Arabia Saudita e Al-Udeid in Qatar sono state potenziate. In Bahrain, la NSA avrebbe sgomberato il campo, con la partenza delle navi dispiegate in avanti. Nel Mar Arabico, i Pasdaran iraniani monitorano la portaerei USS Abraham Lincoln con droni di ricognizione, un segnale raro e indicativo della gravità percepita della minaccia.
In questo contesto, Israele si muove su un doppio binario. Da un lato, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato alla Knesset che il Paese è in stato di massima allerta e pronto a “tutti gli scenari”, avvertendo che qualsiasi attacco contro Israele avrà “conseguenze insopportabili”. Dall’altro, Tel Aviv vuole influenzare direttamente la linea diplomatica statunitense. Prima dei colloqui previsti a Istanbul tra l’inviato Usa Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Witkoff incontrerà Netanyahu, il capo delle Idf e il direttore del Mossad. Israele intende ribadire la sua linea rossa: arricchimento zero dell’uranio, oltre a limiti sul programma missilistico e la fine del sostegno iraniano ai gruppi alleati nella regione.
L’Iran, dal canto suo, si dice disposto a negoziare, come confermato dal presidente Masoud Pezeshkian, ma solo a condizioni “eque e senza minacce”. Teheran chiede preliminarmente l’allontanamento delle forze militari statunitensi dalla regione, una richiesta che difficilmente verrà accolta. Secondo fonti iraniane e occidentali, Teheran sarebbe disposta a ridurre l’arricchimento dal 60% al 20% e starebbe valutando soluzioni come il trasferimento dell’uranio arricchito in Russia o in Turchia, ricalcando lo schema dell’accordo del 2015.
Nonostante ciò, funzionari israeliani stimano le possibilità di successo dei colloqui vicine allo zero. Anche a Washington cresce lo scetticismo: il presidente Trump ha chiesto opzioni per un attacco rapido e decisivo, ma secondo analisti tali opzioni potrebbero non esistere. La diplomazia resta formalmente aperta, ma sullo sfondo si accumulano uomini, armi e segnali che fanno temere che il tempo per un accordo stia rapidamente scadendo.