23 Gennaio 2026
Fonte: No Signal
Il “trentennio dorato” come fatto storico
Tra il 1945 e la fine degli anni Ottanta, l’Europa occidentale conosce una stagione senza precedenti di crescita materiale, mobilità sociale e stabilità politica. I salari reali aumentano, sanità e istruzione diventano diritti universali, la casa entra nella disponibilità delle famiglie, le disuguaglianze si riducono e il lavoro occupa il centro della vita pubblica. Non è nostalgia: sono indicatori convergenti. La vera domanda, però, non è se ciò sia accaduto, ma perché.
Oltre le favole edificanti
Attribuire quel successo a una superiore moralità delle élite o a un’innata virtù delle istituzioni liberali è una semplificazione comoda. Né i leader di allora erano santi, né il capitalismo improvvisamente benigno. La spiegazione è sistemica e esterna: l’esistenza di un antagonista credibile nel cuore del continente. L’Unione Sovietica, con tutte le sue contraddizioni, rappresentò un vincolo che obbligò l’Occidente a funzionare per i più.
L’URSS come polo di confronto
Mosca non fu un modello da copiare, ma una minaccia politica reale alla legittimità del capitalismo europeo. La presenza di partiti comunisti forti, di sindacati radicati e di un’alternativa percepita come possibile impose compromessi. Il welfare, la progressività fiscale, la stabilità occupazionale e l’investimento pubblico non furono doni spontanei: furono strumenti di competizione. In altre parole, il capitalismo fu costretto a disciplinarsi.
La paura che genera riforme
La possibilità di una radicalizzazione sociale verso Est costituì un potente incentivo a redistribuire e a includere. La classe media divenne perno di stabilità perché serviva al sistema. In questo senso, l’Europa deve all’URSS più di quanto sia disposto ad ammettere: non perché l’URSS garantisse una vita migliore ai propri cittadini, ma perché costrinse l’Occidente a migliorarla ai suoi. Con il crollo del blocco sovietico non scompare solo un regime, ma l’intera architettura del confronto. Venuto meno l’antagonista, il capitalismo non deve più dimostrare nulla.
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