15 Marzo 2026
Sudan
Il secondo fronte della crisi: dal Medio Oriente al Corno d’Africa
La guerra in corso contro l’Iran non sta solo ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. Il conflitto si sta rapidamente irradiando lungo un arco geopolitico molto più ampio, che dal Golfo Persico attraversa il Mar Rosso, la Valle del Nilo e giunge fino al Corno d’Africa. In questo scenario torna improvvisamente d’attualità il Somaliland, entità non riconosciuta ma strategicamente collocata sulle rotte del Golfo di Aden. Alcune indiscrezioni parlano della volontà di Israele di stabilire nei pressi di Berbera una base militare destinata a contrastare gli Houthi nello Yemen settentrionale. Più che una novità, si tratta della riemersione di un progetto già noto. Tuttavia il contesto odierno gli conferisce un significato diverso: la pressione militare esercitata da Teheran sugli alleati regionali di Israele, in particolare sugli Emirati Arabi Uniti, ha ridotto drasticamente la capacità di proiezione politico-militare dell’asse Tel Aviv–Abu Dhabi nel continente africano.
La guerra sudanese e il nodo dell’oro africano
Uno degli epicentri di questa competizione è la guerra civile in Sudan. Negli ultimi anni Emirati Arabi Uniti e Israele, appoggiandosi a partner regionali come Etiopia e Kenya, hanno sostenuto le RSF (Rapid Support Forces) contro il governo di Khartum. La logica non è soltanto strategica ma anche economica. Dopo la secessione del Sud Sudan nel 2011, il Sudan ha perso gran parte delle sue risorse petrolifere ma ha scoperto nel proprio territorio immense riserve aurifere. L’oro sudanese è diventato così un asset geopolitico di primo piano. Le milizie delle RSF, eredi dei famigerati Janjaweed, controllano diversi giacimenti e alimentano un sistema di contrabbando che, attraverso paesi intermedi, conduce il metallo prezioso verso i mercati di Dubai e verso circuiti finanziari vicini a Israele. In cambio ricevono armi, supporto tecnologico e intelligence.
Il ribaltamento degli equilibri militari
Negli ultimi mesi però gli equilibri sul terreno stanno cambiando. Il governo sudanese ha potuto contare su una convergenza di interessi sorprendentemente ampia: Egitto, Eritrea, Arabia Saudita, Turchia e persino Iran hanno sostenuto, in varie forme, la sopravvivenza dello Stato sudanese. Questa rete di appoggi ha progressivamente isolato le RSF. Molti paesi della regione hanno limitato l’uso dei propri aeroporti e delle proprie basi per il transito di armi destinate ai ribelli. Perfino la Somalia, irritata dal riconoscimento israeliano del Somaliland e dall’attivismo emiratino nella regione, ha interrotto i rapporti con Tel Aviv, riallineandosi di fatto al fronte favorevole a Khartum. Il risultato è visibile sul campo: l’esercito sudanese ha recuperato posizioni nel Kordofan e in altre aree strategiche, mentre i canali logistici dei ribelli si restringono sempre di più.
Somaliland, snodo logistico della geopolitica regionale
In questo quadro il Somaliland assume un’importanza decisiva. Controllare quella porzione di costa significa dominare uno dei principali corridoi logistici tra il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e l’entroterra africano. Per Israele e per gli Emirati Arabi Uniti una presenza militare o infrastrutturale nell’area consentirebbe di riaprire linee di approvvigionamento verso il Sudan e di mantenere un’influenza sulla rete di traffici che collega Etiopia, Kenya, Uganda e Ruanda. Non a caso proprio questi paesi sono spesso coinvolti, direttamente o indirettamente, nei circuiti del commercio illegale di oro e materie prime. Il problema per Tel Aviv è che la regione sta lentamente sfuggendo al controllo dell’asse israelo-emiratino. Persino l’Etiopia, un tempo partner privilegiato, sembra oggi muoversi con crescente prudenza.
La guerra all’Iran e l’errore strategico occidentale
Sul piano militare globale, la crisi mediorientale rivela anche un problema più profondo: l’errata valutazione della capacità di resistenza iraniana. Nei piani iniziali statunitensi e israeliani la campagna contro l’Iran avrebbe dovuto replicare lo schema di conflitti precedenti, come quello contro la Serbia nel 1999: bombardamenti intensi, distruzione delle infrastrutture militari e rapido collasso politico del regime. La realtà si è rivelata molto diversa. Il sistema iraniano di difesa anti-accesso (A2AD) non è stato neutralizzato, la popolazione si è compattata attorno alla leadership e la guerra, invece di concludersi rapidamente, si è trasformata in un conflitto di logoramento.
Il rischio dell’escalation nucleare
In questo contesto emerge lo spettro più inquietante: quello di un’escalation nucleare. Un Israele sottoposto a pressioni crescenti potrebbe essere tentato di utilizzare il proprio arsenale atomico come ultima garanzia di sopravvivenza strategica. Ma un simile passo innescherebbe quasi certamente una rappresaglia iraniana massiccia, trasformando il conflitto regionale in una crisi globale senza precedenti. Per gli Stati Uniti la situazione sarebbe un incubo strategico: difendere l’alleato israeliano senza precipitare in una guerra totale con l’Iran.
Il tramonto del petrodollaro
Parallelamente si sta consumando un altro processo storico: la possibile crisi del sistema del petrodollaro. Dal 1974 l’accordo tra Washington e Arabia Saudita ha garantito che il petrolio mondiale fosse venduto principalmente in dollari, consolidando il ruolo della valuta americana come moneta di riserva globale. Oggi però gli stati del Golfo osservano con crescente inquietudine l’incapacità degli Stati Uniti di garantire sicurezza alle infrastrutture energetiche regionali. Attacchi missilistici, instabilità e tensioni politiche stanno spingendo alcuni governi a valutare alternative, dalle transazioni in yuan o euro a una maggiore cooperazione con Cina e Russia. Se questo processo dovesse accelerare, le conseguenze economiche per gli Stati Uniti potrebbero essere profonde: aumento dei costi di finanziamento del debito, inflazione e perdita di quel “privilegio esorbitante” che per decenni ha sostenuto la potenza finanziaria americana.
Un sistema internazionale sull’orlo della trasformazione
La guerra all’Iran non è quindi solo un conflitto regionale. È il catalizzatore di una trasformazione geopolitica globale che coinvolge Africa, Medio Oriente ed equilibri finanziari internazionali. Dal Sudan al Somaliland, dalle rotte dell’oro africano fino allo Stretto di Hormuz, il sistema internazionale sembra entrare in una fase di ridefinizione accelerata. In questo scenario multipolare emergente, potenze come Russia, Cina e gli attori regionali dell’Eurasia osservano con attenzione. Perché ogni errore strategico dell’Occidente apre nuovi spazi di manovra e contribuisce a erodere un ordine internazionale che, per decenni, è stato dominato quasi esclusivamente da Washington.
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