21 Gennaio 2026
Sudan
Il conflitto in Sudan, giunto ormai al suo terzo anno, sta trasformando il Darfur in un terreno di impunità che si replica “città dopo città”, evocando le fasi più oscure della storia recente della regione. Lunedì, davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la vice procuratrice della Corte penale internazionale (CPI), Nazhat Shameem Khan, ha parlato senza ambiguità di “criminalità di massa organizzata”, fatta di esecuzioni sommarie, stupri e persecuzioni etniche che configurano crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un quadro che, ha avvertito, “si è ulteriormente oscurato”: le atrocità vengono usate come strumenti di controllo e spesso filmate e celebrate dagli stessi responsabili.
La guerra è esplosa nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), ex alleati divenuti rivali. In Darfur, però, il conflitto ha assunto una dimensione più profonda, riattivando fratture etniche mai sanate e una violenza sistematica contro le comunità non arabe. Khan ha indicato la caduta di El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, come l’inizio di una campagna “calcolata” di sofferenza estrema. Secondo l’ufficio del Procuratore, sulla base di video, audio e immagini satellitari, proprio lì — in particolare alla fine di ottobre, dopo un lungo assedio delle RSF — sarebbero stati commessi crimini su vasta scala: detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e uccisioni di civili, con immagini di combattenti che esultano per le esecuzioni e profanano i corpi.
Le indagini della CPI riguardano anche El Geneina, nel Darfur occidentale, teatro nel 2023 di alcuni dei massacri più gravi del conflitto, con attacchi ai campi per sfollati, saccheggi, violenze contro donne e minori e stragi ai danni della comunità Massalit. Secondo Khan, i “pattern” osservati a El Geneina si ripresentano oggi a El Fasher: non episodi isolati, ma una ripetizione sistematica. “Questa criminalità viene ripetuta città dopo città”, ha avvertito.
Ampio spazio è stato dedicato alla violenza sessuale. La vice procuratrice ha definito lo stupro un’“arma di guerra”, ribadendo che i crimini di genere restano una priorità investigativa, nonostante gli ostacoli culturali e di sicurezza che scoraggiano le denunce. Pur concentrandosi sugli abusi attribuiti alle RSF, Khan ha chiarito che la CPI sta documentando anche accuse contro le SAF, ricordando che tutte le parti hanno obblighi di protezione dei civili.
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