Iran, storia contro propaganda
17 Gennaio 2026
C’è una parola che, più di ogni altra, racconta l’Iran del Novecento: Shah. Una parola breve, antica, solenne. Una parola che evoca imperi, fasti millenari, sovrani posti al di sopra degli uomini. E proprio per questo, una parola profondamente ingannevole.
Perché dietro lo Shah di Persia, figura presentata all’Occidente come il continuatore di Ciro e Dario, non c’è un re per diritto storico, né un’autorità riconosciuta dalla società iraniana. C’è, all’origine, un militare di piccolo grado che comprese prima di altri il potere delle parole e dei simboli.
Da Reza Khan a Reza Shah: la nascita di una finzione
Reza Shah Pahlavi (1878-1944) non nasce sovrano. Non appartiene a una dinastia, non è un nobile, non è un religioso, non è un notabile del bazar. È un soldato semplice, poi sergente, poi ufficiale subalterno della Brigata cosacca persiana, nella quale si era distinto per aver attuato repressioni violentissime, per la cieca obbedienza agli ordini e per la totale assenza di scrupoli morali; diventato Generale poco prima del colpo di stato e subito nominato Ministro delle Guerra. Quindi, un uomo di origini umili, cresciuto ai margini delle grandi strutture di potere iraniane.
Nel 1921 entrò a Teheran con un colpo di mano militare; pochi anni dopo divenne ministro della Guerra, poi primo ministro. Infine, nel 1925, compì il passo decisivo: si autoproclamò Shah, ponendo fine alla dinastia Qajar e inaugurando la dinastia Pahlavi., favorito dagli interessi britannici in un Iran indebolito e strategico. Ma il problema, per Reza Khan, non era conquistare il potere: era legittimarlo. E qui entra in scena la parola decisiva.
Reza Khan non si proclama presidente, né dittatore, né generale supremo. Si proclama Shah. Non è un titolo neutro. È un’operazione narrativa.
Perché “Shah” era la parola perfetta
In Persia, Shah non significa semplicemente “re”. È un titolo pre-islamico, che precede l’Islam e lo scavalca. Richiama l’Iran imperiale, la grandezza perduta, l’idea di uno Stato forte e centralizzato, non mediato dalla religione. Assumendo quel titolo, Reza Khan compie tre operazioni insieme:
Il titolo Shah funziona come una maschera perfetta: trasforma un militare in incarnazione dello Stato.
Il figlio e il salto finale: da Shah a Shahanshah
Nel 1941 Reza Shah fu costretto ad abdicare sotto pressione anglo-sovietica, lasciò il trono al figlio Mohammad Reza Pahlavi, completando il paradosso: una dinastia nata senza consenso veniva trasmessa per via ereditaria, come se fosse sempre esistita. Ma il nuovo Scià era ancora più fragile del padre. Senza l’intervento diretto degli Stati Uniti e del Regno Unito, il suo regno sarebbe probabilmente crollato già negli anni Cinquanta. La costruzione simbolica viene completata dal figlio, Mohammad Reza Shah Pahlavi. Dopo il colpo di Stato del 1953, che rovescia il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadegh, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, il giovane sovrano viene reinsediato sul trono grazie all’intervento diretto della CIA e dei servizi britannici. Da quel momento, il suo potere non poggia più sulla società iraniana, ma su un patto geopolitico con gli Stati Uniti. È allora che il titolo si fa ancora più solenne: Shahanshah, Re dei Re.
Non più un sovrano tra altri, ma una figura che pretende di stare al di sopra del popolo, della religione, della politica. Una monarchia senza mediazioni, sostenuta dalla rendita petrolifera e dalla protezione americana.
Il petrolio, l’esilio del popolo e la ricompensa americana
Il paradosso è che proprio il petrolio, presentato come strumento di modernizzazione, diventa il mezzo con cui lo Stato si separa definitivamente dalla società. Non avendo più bisogno delle tasse dei cittadini, il regime non deve più ascoltarli.
Mentre le campagne vengono distrutte dalla riforma agraria, mentre milioni di contadini finiscono nelle bidonville, enormi flussi di denaro iraniano dei quali lo Shah si è illecitamente appropriato, prendono la via degli Stati Uniti: investimenti, immobili, grandi progetti commerciali. Tra questi, come ricordano le fonti, catene di alberghi e complessi residenziali costruiti oltreoceano tutti facenti parti del patrimonio personale dell’ex povero indigente militare ed ammontanti a circa 35 miliardi di US dollari al tempo secondo fonti non confermate.
È una modernizzazione rovesciata: il petrolio iraniano non costruisce benessere in Iran, ma prestigio e ricchezza all’estero, mentre in patria restano baracche, repressione e diseguaglianze crescenti.
Quando la parola si rompe
Per un certo tempo la parola Shah funziona. Affascina, rassicura, promette grandezza. Ma quando la distanza tra narrazione e realtà diventa insostenibile, quella stessa parola si rovescia.
Nel linguaggio sciita popolare, lo Shah non è più il re restauratore. Diventa Yazid, il tiranno di Karbala. Non un nemico astratto dell’Islam, ma il sovrano che opprime i diseredati, che governa per interessi esterni, che ha spezzato il legame con il popolo.
La Rivoluzione del 1979 nasce anche da qui: dal crollo di una finzione simbolica. Quando il titolo non riesce più a nascondere l’origine del potere, il sergente riappare sotto la corona, e la parola Shah perde il suo incantesimo.
Epilogo
La storia dello Scià di Persia non è solo una vicenda politica. È una lezione sul potere delle parole. Reza Khan aveva capito che, in Iran, chi controlla il linguaggio controlla la legittimità. Ma aveva sottovalutato un fatto decisivo: quando una parola è troppo distante dalla vita reale delle persone, prima o poi si spezza. E quando si spezza, deve render conto alle masse degli iraniani traditi, impoveriti, perseguitati.
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