17 Gennaio 2026
Gaza, fonte: MSF
Gli Stati Uniti annunciano trionfalmente l'avvio della "seconda fase" dell'accordo tra Israele e Hamas per Gaza. Un comitato di quindici tecnocrati palestinesi, guidato dall'ingegnere Ali Shaath (viceministro della Pianificazione e Cooperazione Internazionale dell'ANP, figura descritta come "tecnocratica", con approccio metodico e orientamento alle riforme istituzionali), dovrebbe smaltire le macerie e ricostruire l'enclave in tre anni. Tutto sotto l'occhio vigile del "Consiglio per la pace" presieduto da Donald Trump.
Le cifre parlano chiaro: 60 milioni di tonnellate di macerie. Non tonnellate qualsiasi, ma detriti contaminati da amianto, munizioni inesplose, resti umani ancora sepolti. Gli esperti stimano che lo sgombero potrebbe protrarsi fino al 2040, forse oltre. Shaath promette di "smaltire in mare" – in mare? soluzione che solleva già interrogativi ambientali gravissimi – e di ricostruire tutto entro tre anni. Con quale magia? Con quali risorse? Mentre Israele continua a bombardare? Perché è questo il punto che Trump e il suo "Consiglio per la pace" fingono di non vedere: Israele non ha smesso di attaccare. I campi profughi continuano a essere colpiti. L'UNIFIL, forza di pace delle Nazioni Unite, subisce attacchi con granate – un crimine di guerra lampante – nel silenzio assordante della comunità internazionale. E qui si palesa l'ipocrisia dell'Occidente, Italia in testa. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha prontamente convocato l'ambasciatore iraniano per le proteste interne in Iran ma non ha mosso un dito per convocare l'ambasciatore israeliano nonostante i ripetuti attacchi contro i nostri soldati dell'UNIFIL, atteggiamento del tutto scandaloso e vergognoso. L'Unione Europea dal canto suo osserva, tace, si gira dall'altra parte. Nessuna sanzione, nessuna pressione reale su Israele. Solo dichiarazioni di circostanza mentre Gaza viene ridotta a un deserto di cemento polverizzato e i suoi abitanti continuano a morire sotto le bombe o tra gli stenti dei campi profughi bombardati. La "seconda fase" di Trump è una costruzione propagandistica priva di fondamento. Come si può parlare di ricostruzione mentre prosegue la distruzione? Come si può affidare a un comitato tecnocratico – per quanto competente – un compito titanico senza garantire prima la cessazione effettiva delle ostilità e senza vincolare Israele al rispetto degli accordi? Il re è nudo, ma nessuno osa dirlo. Gaza non è un cantiere da gestire con ottimismo americano e tabelle di marcia irrealistiche. È una catastrofe umanitaria ancora in corso, un territorio sotto occupazione e assedio, dove ogni giorno muoiono innocenti mentre l'Occidente celebra "fasi" inesistenti e "consigli per la pace" presieduti da chi ha sempre sostenuto incondizionatamente l'aggressore.
Tra i nodi irrisolti dell'accordo spicca la richiesta trumpiana del disarmo di Hamas. Una pretesa che ribalta completamente la realtà storica e giuridica: Hamas è un movimento di resistenza che opera nel proprio territorio, mentre l'invasore e occupante da decenni è Israele. Purtroppo troppo spesso ci si dimentica, o peggio, si fa finta di non sapere, che anche lì c’è uno Stato invasore e un popolo invaso. Hamas ha dichiarato ripetutamente, in diverse occasioni, di essere disposto a deporre immediatamente le armi qualora Israele lasciasse i territori palestinesi occupati illegalmente dal 1967. Ma la comunità internazionale non fa pressioni su Israele affinché rispetti le innumerevoli risoluzioni ONU e abbandoni finalmente l'occupazione. No, si chiede ai palestinesi di disarmarsi mentre rimangono sotto occupazione militare, assedio economico, colonizzazione continua. È come chiedere agli schiavi di consegnare gli strumenti con cui cercano di spezzare le catene, mentre si lascia intatto il sistema della schiavitù. Una logica perversa che premia l'aggressore e criminalizza la vittima.Fino a quando Israele non sarà costretto – con sanzioni concrete, non con dichiarazioni – a rispettare il diritto internazionale, ogni discorso su ricostruzione e pace resterà ciò che è: una favola crudele raccontata sulle rovine e sui cadaveri di un popolo dimenticato.
Di Eugenio Cardi
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