16 Gennaio 2026
Pahlavi-Trump Fonte: X @Osint613
Donald Trump frena sull’ipotesi di un ritorno di Reza Pahlavi alla guida dell’Iran in caso di regime change. Pur definendolo “simpatico”, il presidente degli Stati Uniti esprime dubbi sulla possibilità che la sua leadership venga accettata dal Paese. Nel frattempo, l’ex principe in esilio, che ha già l’appoggio di Netanyahu, tenta di accreditarsi come alternativa al regime degli ayatollah.
Donald Trump avrebbe ragionato sulla falsariga di quanto già visto nel dossier Venezuela, quando ha “scaricato” la premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado perché – parole sue – “non avrebbe consenso nel Paese”. Oggi il presidente degli Stati Uniti appare meno assertivo, ma non rinuncia a sottolineare i propri dubbi sulla possibilità che l’ex principe iraniano in esilio, Reza Pahlavi, possa governare l’Iran qualora il regime degli ayatollah dovesse cadere.
Intervistato sul tema, Trump frena: Pahlavi, dice, “sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo stesso Paese. E non siamo ancora a quel punto… Ma è molto presto, troppo presto per dirlo. Non so come vada d'accordo con il suo Paese". E aggiunge: "Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership - aggiunge - e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me”. Questo, infatti, troverebbe riscontro nelle proteste pro-governo a Teheran, nelle quali sono state bruciate le foto di Pahlavi stesso.
Una cautela che pesa, soprattutto mentre Pahlavi tenta di intestarsi politicamente le proteste in corso nella Repubblica islamica e strizza l’occhio al premier israeliano Benjamin Netanyahu, cercando al contempo di costruire una sponda solida con Washington. Dal canto suo, il figlio dell’ultimo scià mostra sicurezza e rivendica una preparazione di lungo periodo. In un’intervista rilasciata negli scorsi giorni ha assicurato: “Abbiamo già un piano, non ci sarà il vuoto. Ci siamo preparati anni per questo momento (…). L’obiettivo non è solo sopravvivere alla transizione. È sbloccare il nostro vero potenziale. Un Iran libero può essere prospero: un Paese che commercia con il mondo, attira investimenti, crea posti di lavoro e dà futuro ai suoi giovani, invece di farli fuggire”.
Pahlavi si è espresso più volte a favore di un eventuale attacco americano e ha fatto aperture ripetute nei confronti del presidente Usa, rivendicando una normalizzazione dei rapporti regionali: “Gli iraniani invece vogliono un Paese libero in pace anche con Stati Uniti e Israele”.
In una dichiarazione pubblicata su X, il principe in esilio compie un ulteriore passo per accreditarsi come successore affidabile agli occhi di Washington e promette che "il programma militare nucleare iraniano cesserà”. L’Iran di oggi, identificato con "terrorismo, estremismo e povertà", è destinato a scomparire, per essere sostituito – scrive – da "un Iran meraviglioso, pacifico e fiorente". Inoltre, "il sostegno ai gruppi terroristici cesserà immediatamente" e il Paese "agirà come una forza amica e stabilizzatrice nella regione”.
Nel suo progetto di Iran post-regime, Pahlavi promette anche la normalizzazione delle relazioni con i principali nemici della Repubblica islamica, Stati Uniti e Israele, spiegando che Teheran "perseguirà l'espansione degli Accordi di Abramo negli Accordi di Ciro, riunendo un Iran libero, Israele e il mondo arabo". Gli Accordi di Ciro rappresentano l’ipotesi di pace avanzata dal principe ereditario in esilio tra Gerusalemme e Teheran in un mondo senza ayatollah.
Infine, l’impegno su economia e governance: l’Iran, assicura, "adotterà e applicherà gli standard internazionali" e "un Iran democratico aprirà la sua economia al commercio, agli investimenti e all'innovazione. E cercherà di investire nel mondo”.
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