Raid Usa in Venezuela, non solo petrolio: Trump interessato anche a riserve di ferro da 14mld di tonnellate e al sequestro di 600mila bitcoin - RETROSCENA
L’intervento Usa in Venezuela punta oltre Maduro: petrolio costoso da raffinare, immense risorse di ferro e possibili riserve di Bitcoin spingono Washington a strategie economiche aggressive
Il raid americano in Venezuela non è stato un attacco per "liberare il popolo di Caracas", com'è ormai noto. Sotto, come dicono in molti, c'è il petrolio. Ma, secondo numerosi osservatori internazionali, l'oro nero non spiegherebbe a pieno la brama espansionistica così violenta del presidente statunitense Donald Trump. Il petrolio venezuelano è troppo grezzo e costoso da raffinare per fare veramente la differenza: ecco che incontrano in gioco le riserve di ferro del Paese, stimate in 14 miliardi di tonnellate, e i circa 600 mila bitcoin nei conti di Caracas.
Raid Usa in Venezuela, non solo petrolio: Trump interessato anche a riserve di ferro da 14mld di tonnellate e al sequestro di 600mila bitcoin - RETROSCENA
L’intervento militare statunitense in Venezuela e la rimozione e sequestro di Nicolás Maduro non possono essere spiegati soltanto come una risposta al cosiddetto "narcotraffico" o alla lotta alla “minaccia” chavista. La mossa di Donald Trump – culminata con la cattura di Maduro e il collocamento di un governo ad interim favorevole a Washington – riflette obiettivi economici e strategici di vasta portata, legati innanzitutto alle ingenti risorse naturali del Paese sudamericano.
Il Venezuela detiene le più grandi riserve petrolifere comprovate al mondo: oltre 300 miliardi di barili, pari a quasi il 20% delle riserve globali, superando paesi come l’Arabia Saudita. In seguito all’operazione militare, gli Stati Uniti hanno già cominciato a vendere greggio venezuelano del valore di centinaia di milioni di dollari, con piani di estrazione e commercializzazione coordinati sotto supervisione statunitense. Parallelamente, tribunali americani hanno emesso mandati per il sequestro di petroliere e carichi collegati alle esportazioni venezuelane, nel tentativo di controllare i flussi e le entrate derivanti dal petrolio.
Tuttavia, la centralità del petrolio come motivo unico dell’intervento è messa in discussione da diverse analisi. I commentatori economici osservano che il greggio venezuelano è pesante e ricco di zolfo, quindi costoso e complesso da raffinare per molte raffinerie statunitensi, il che riduce l’attrattiva immediata del solo petrolio grezzo. Questo fatto lascia aperte ulteriori spiegazioni sulle reali motivazioni economiche alla base delle operazioni di Washington.
Una di queste riguarda l’iron ore (minerale di ferro), una risorsa abbondante in Venezuela, in particolare nella cintura di Imataca e nell’area di Cerro Bolivar, dove si trovano depositi ad alto contenuto di ferro. Secondo analisti del settore, il Venezuela potrebbe vantare circa 14 miliardi di tonnellate di risorse di minerale di ferro, con un potenziale valore economico enorme, stimato a 400 miliardi di dollari, anche in un mercato dove la domanda di acciaio rimane forte a livello globale. Una estrazione efficiente di queste risorse potrebbe portare profitti superiori a quelli derivanti dall’oro nero, considerando i costi e la volatilità dei prezzi petroliferi.
Un ulteriore elemento di interesse economico nel dibattito è la possibile esistenza di vaste riserve di Bitcoin legate allo Stato venezuelano. Secondo alcune segnalazioni non confermate, Caracas potrebbe detenere tra i 600 mila e i 660 mila bitcoin – un tesoro potenziale di oltre 60 miliardi di dollari – accumulato attraverso operazioni in ouro, USDT e transazioni petrolifere per eludere le sanzioni. Le autorità statunitensi starebbero valutando l’opzione di sequestrare questi asset digitali, il che potrebbe avere impatti significativi sui mercati delle criptovalute e sul controllo delle ricchezze venezuelane.
Il mix di obiettivi – petrolio, materie prime minerarie e potenziali riserve di criptovalute – suggerisce che l’azione in Venezuela rispecchia non solo considerazioni di sicurezza nazionale, ma anche calcoli economici ampi e ambiziosi da parte dell’amministrazione Trump. In un mondo in cui risorse strategiche e tecnologie emergenti come il Bitcoin assumono un ruolo crescente nella geopolitica, le motivazioni dell’intervento Usa appaiono maggiormente articolate di quanto spesso descritto nei titoli.