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Cuba e Panama nel mirino di Trump dopo Venezuela, Caracas 1ª fonte energetica dell’isola, nel Canale il 6% del traffico marittimo mondiale - RUMORS

Dopo l’operazione militare in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, il presidente statunitense ha chiaramente indicato l’isola di Cuba come il prossimo obiettivo. Inoltre, nel mirino di Trump ci sarebbe anche il Canale di Panama, snodo cruciale del commercio marittimo mondiale, da cui transita circa il 6% del traffico globale, comprese petroliere e navi che trasportano petrolio venezuelano

04 Gennaio 2026

Cuba e Panama nel mirino di Trump dopo Venezuela, Caracas 1ª fonte energetica dell’isola, nel Canale il 6% del traffico marittimo mondiale - RUMORS

Secondo rumors sempre più insistenti, dopo l’operazione militare in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, Donald Trump avrebbe spostato l’attenzione su Cuba e Panama. L’isola caraibica viene descritta come “uno Stato fallito”, mentre il Canale di Panama torna al centro delle ambizioni strategiche statunitensi. Sullo sfondo, il ruolo chiave del Venezuela come principale fornitore energetico di Cuba e il peso geopolitico di uno snodo da cui passa il 6% del traffico marittimo mondiale, tra cui anche petroliere venezuelane.

Cuba e Panama nel mirino di Trump dopo Venezuela, Caracas 1ª fonte energetica dell’isola, nel Canale il 6% del traffico marittimo mondiale - RUMORS

Le dichiarazioni di Donald Trump su Cuba non possono essere liquidate come semplici parole di circostanza o come un generico richiamo umanitario. Dopo l’operazione militare in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, il presidente statunitense ha chiaramente indicato l’isola come il prossimo obiettivo, utilizzando una retorica che prepara il terreno a un possibile intervento diretto o a un’operazione di destabilizzazione.

Da Mar-a-Lago, Trump ha descritto Cuba come uno Stato fallito: “Come sa, in questo momento non se la passa bene. Quel sistema non è affatto positivo per Cuba. La gente soffre da moltissimi anni e penso che Cuba sarà una cosa di cui finiremo per parlare”. E ha aggiunto: “È una nazione in grave difficoltà, che sta fallendo molto seriamente, e noi vogliamo aiutare la popolazione”.

È esattamente lo stesso schema già utilizzato contro il Venezuela: delegittimazione del governo, descrizione del Paese come incapace di reggersi, richiamo alla sofferenza della popolazione e, infine, l’autoproclamazione degli Stati Uniti come unica forza in grado dirisolverela situazione. Nel caso venezuelano, questo percorso ha portato a un intervento militare diretto e a un colpo di Stato di fatto, mascherato da operazione di sicurezza.

Applicato a Cuba, il messaggio è inequivocabile: Trump si riserva il diritto di intervenire, con la forza se necessario, per imporre un cambio di regime. Che si tratti di un’azione militare aperta o di una guerra ibrida — fatta di sabotaggi, pressione economica, isolamento diplomatico e destabilizzazione interna — la direzione è la stessa.

Un elemento centrale di questo scenario è il legame energetico tra L’Avana e Caracas. Le relazioni tra Cuba e Venezuela si sono consolidate a partire dal 2000 con la firma di un Accordo Integrale di Cooperazione. Da allora, il Venezuela è diventato la principale fonte energetica esterna dell’isola, fornendo greggio in cambio di servizi professionali, soprattutto nei settori della sanità, dell’istruzione e della sicurezza. Per anni Caracas ha garantito a Cuba circa 100.000 barili di petrolio al giorno, permettendo al Paese di mantenere operativo il sistema elettrico e una relativa stabilità economica.

Non è un caso che nel discorso trumpiano riaffiori implicitamente l’idea di una Cuba “da normalizzare”, come avveniva prima del 1959, quando sotto la dittatura di Fulgencio Batista l’isola era di fatto una colonia economica degli Stati Uniti. Casinò, speculazione edilizia, criminalità organizzata e un’economia costruita per il profitto di pochi rappresentavano allora il modello dominante. L’ipotesi di trasformare Cuba in una gigantesca piattaforma turistica e immobiliare — una sorta di Las Vegas caraibica — non è una forzatura ideologica, ma una lettura coerente con la visione predatoria già espressa da Trump su altri territori.

Le parole del presidente americano mostrano come ogni pretesto diventi funzionale alla stessa strategia: crisi economica, difficoltà sociali ed embargo — peraltro imposto dagli stessi Stati Uniti — vengono utilizzati per giustificare un’aggressione. È una logica apertamente imperialista, che considera legittimo abbattere governi sovrani e ridisegnare interi Paesi in funzione di interessi strategici ed economici.

In questo quadro si inserisce anche Panama. Durante il suo mandato, Trump ha espresso un forte interesse per il Canale di Panama, definendone la cessione un errore storico e sostenendo che gli Stati Uniti dovrebbero riprenderne il controllo strategico e finanziario. Il Canale è uno snodo cruciale del commercio marittimo mondiale, da cui transita circa il 6% del traffico globale, comprese petroliere e navi che trasportano greggio venezuelano. Secondo Trump, il controllo panamense favorirebbe indirettamente l’influenza cinese, attraverso tariffe elevate per le navi americane e presunte minacce alla sicurezza, accuse respinte con forza da Panama. Nonostante ciò, la sua amministrazione ha sempre guardato con favore all’acquisizione di porti strategici da parte di fondi statunitensi, segnale di una crescente pressione geopolitica sull’area.

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