30 Dicembre 2025
Isis
Un nemico che non è mai scomparso
Gli attentati di fine 2025 in Siria e Australia non indicano una rinascita dello Stato Islamico, ma confermano una verità meno rassicurante: il jihadismo non è mai stato sconfitto. Ha perso territorio, visibilità e gerarchie rigide, ma ha guadagnato mobilità, adattabilità e capacità di mimetizzazione. È una trasformazione che riduce il rumore mediatico, ma aumenta la pericolosità sistemica.
Dal Califfato alle reti
Il collasso territoriale di Raqqa e Mosul non ha dissolto l’“indotto umano” del Califfato. Migliaia di combattenti, facilitatori e propagandisti si sono ridislocati in altri teatri – Sahel, Corno d’Africa, Afghanistan, Mozambico – oppure si sono integrati in sigle locali. Una parte è rientrata nei Paesi d’origine, Europa compresa. Qui emerge il nodo dei returnees: soggetti spesso invisibili ai radar, ma capaci di fungere da catalizzatori e istruttori senza bisogno di strutture complesse.
La forza delle micro-cellule
Il jihadismo odierno non necessita di catene di comando estese. Bastano reti minime, una competenza residua e una finestra emotiva favorevole. È un modello “low cost” che riduce l’esposizione e aumenta la resilienza. L’obiettivo non è lo shock immediato, ma la persistenza: colpire quando il contesto simbolico rende l’atto amplificabile.
Gaza come detonatore emotivo globale
La guerra in Gaza rappresenta oggi il principale moltiplicatore di radicalizzazione. Le immagini, l’assenza di una prospettiva politica e una narrazione binaria – oppressori contro oppressi – alimentano una mobilitazione emotiva che trascende il Medio Oriente e investe le diaspore europee. Le organizzazioni jihadiste sfruttano questo carburante con efficacia, senza dover “convincere masse”: è sufficiente attivare individui già fragili.
Silenzio strategico e assuefazione
Mentre l’agenda pubblica è assorbita da guerre tra Stati, riarmo e crisi economiche, gli allarmi di prospettiva vengono attenuati. La percezione collettiva si anestetizza. Eppure, la storia recente insegna che il rischio cresce nelle fasi di assuefazione, non in quelle di massimo clamore. Il calendario – festività, grandi eventi, luoghi simbolici – non è neutro.
Hamas: diritto internazionale e ambiguità politiche
Nel dibattito occidentale, Hamas è spesso ridotto a un’etichetta monolitica. In realtà, il diritto internazionale distingue tra organizzazione politico-amministrativa e atti specifici dell’ala militare. La Risoluzione ONU 1269/1999 qualifica come terrorismo gli attacchi contro civili, anche se compiuti da forze combattenti legittime. Hamas, come apparato, svolge funzioni di partito-Stato a Gaza; l’ala militare è una parte dell’organizzazione, non il tutto.
Liste, tribunali e geopolitica
Solo una minoranza di Stati nel mondo considera Hamas un’organizzazione terroristica. L’Unione Europea lo ha inserito nella lista, ma nel 2014 il Tribunale UE contestò le basi probatorie della decisione; la successiva pronuncia della Corte di Giustizia intervenne sulle procedure, non sul merito. Questo quadro giuridico ambiguo produce effetti politici rilevanti, inclusi procedimenti giudiziari fondati su interpretazioni estensive del concetto di finanziamento.
Il caso italiano e la sovranità giuridica
Le recenti indagini in Italia sollevano interrogativi sul rapporto tra diritto interno, decisioni UE e pressioni esterne. Equiparare il sostegno umanitario a strutture civili palestinesi al finanziamento del terrorismo rischia di creare un precedente pericoloso, con effetti su attivismo, giornalismo e libertà civili. Il dato politico è evidente: la giurisdizione diventa terreno di scontro geopolitico.
Tra Stato Islamico e conflitto israelo-palestinese
Confondere Hamas con lo Stato Islamico è un errore analitico. Il primo è un attore radicato in un conflitto territoriale; il secondo è un progetto transnazionale che prospera nel caos e nella radicalizzazione globale. Ma è proprio la guerra di Gaza a offrire allo jihadismo un ecosistema narrativo favorevole, anche senza legami organici. Lo Stato Islamico non sta tornando: è già presente in una forma diversa, meno visibile e più adattiva. La combinazione di reti residue, radicalizzazione emotiva e distrazione politica crea un rischio cumulativo. Il problema non è prevedere il prossimo attentato, ma riconoscere il silenzio che lo precede. In Asia Minore come in Europa, la sicurezza passa prima dalla lucidità analitica che dalla semplificazione ideologica.
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