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Crisi a Kiev: il crollo del potere di Zelensky e l’ombra di Washington sul nuovo equilibrio ucraino-russo

Le inchieste anticorruzione che travolgono il potere ucraino aprono un varco a un possibile negoziato con Mosca. Ma rivelano anche il peso determinante degli Stati Uniti nel futuro politico di Kiev.

29 Novembre 2025

Crisi a Kiev: il crollo del potere di Zelensky e l’ombra di Washington sul nuovo equilibrio ucraino-russo

La frattura nel potere ucraino

Le recenti inchieste che scuotono il vertice di Kiev non sono un episodio isolato, ma l’esito di anni in cui la corruzione sistemica dell’Ucraina era un segreto di Pulcinella. I rapporti internazionali lo segnalavano già da tempo, e oggi questa fragilità interna diventa detonatore politico. Le dimissioni di Andriy Yermak, l’uomo più influente accanto a Zelensky, mostrano come il cuore del potere ucraino sia stato colpito nel momento più delicato.

Washington e la logica del “regime change discreto”

Il tempismo è significativo: le agenzie anticorruzione ucraine collaborano da anni con l’FBI attraverso protocolli biennali. Non stupisce, dunque, che l’attuale offensiva giudiziaria appaia a molti come una pressione diretta di Washington, proprio mentre negli Stati Uniti si discute un nuovo piano di pace. In questo contesto, la sostituzione di Zelensky o il suo indebolimento politico servirebbero a creare un’interlocuzione più malleabile per il futuro negoziale. Un meccanismo che, nella storia recente, ricorda le dinamiche dei regime change giudiziari utilizzati altrove in Europa e nel mondo.

Gli scenari del dopo-Yermak

La caduta del capo di gabinetto apre due vie. Da un lato, la possibilità che il partito Servitore del Popolo, senza più il suo regista, si ricompatti sotto nuove figure più dialoganti con gli Stati Uniti. Dall’altro, che una coalizione eterogenea guidata dagli avversari di Zelensky – dai liberal-nazionalisti ai gruppi sostenuti da finanziatori occidentali – tenti di rovesciare la maggioranza. Entrambe le opzioni hanno un punto in comune: una riduzione drastica del potere personale di Zelensky, che rischia di restare presidente solo di nome. E più vacilla la sua posizione, più si riapre lo spazio per un negoziato realistico con Mosca.

Mosca osserva e valuta: un’occasione per la diplomazia?

Dal punto di vista russo, la crisi interna di Kiev è la conferma che la struttura statale ucraina è entrata in una fase di implosione controllata. La Russia, forte dei propri successi militari, vede ora materializzarsi ciò che sostiene da anni: senza un nuovo equilibrio politico a Kiev, nessun negoziato sarà possibile. Se Washington decide di forzare la mano, imponendo al nuovo governo limiti militari e una zona cuscinetto nel Donbass, Mosca potrebbe persino accettare un compromesso, percependo finalmente un interlocutore stabile.

Il nodo del linguaggio e della realtà sul campo

Molti commentatori occidentali si indignano per il linguaggio diretto usato dal Cremlino riguardo al Donbass. Ma in guerra il vocabolario è crudo, e il punto centrale non è la forma, bensì il contenuto: quel territorio è ormai irrecuperabile militarmente per Kiev. Presentare questo dato come “arroganza russa” non cambia la realtà. Insistere su una guerra a oltranza significherebbe sacrificare altre generazioni ucraine. Accettare un compromesso – anche duro – potrebbe invece salvare vite e preservare ciò che resta dello Stato.

L’Ucraina al bivio finale

La rimozione di Yermak segna la fine di un ciclo. L’Ucraina non è più padrona del proprio destino politico, e la sua classe dirigente è lacerata da lotte interne e pressioni esterne. In questo quadro, la via più pragmatica è riconoscere che Crimea e Donbass appartengono a una sfera di influenza russa consolidata, e che la sopravvivenza stessa dell’Ucraina passa attraverso un compromesso imposto, se necessario, dagli Stati Uniti. Se Kiev lo accetterà, potrà ancora esistere come Stato. Se continuerà a rifiutare, verrà trascinata in un conflitto senza sbocchi, utile solo a chi, da lontano, muove i fili.

 

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