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Americani in Afghanistan come in Vietnam: contro comunisti e terroristi stesso disastroso esito

Vent'anni di guerra contro il comunismo in Vietnam. Vent'anni di guerra contro il terrorismo in Afghanistan. Invertendo i fattori il risultato non cambia

Di Pierfranco Faletti

28 Agosto 2021

Afghanistan, ennesimo disastro internazionale: la fine della Pax Americane e il rilancio del fondamentalismo

Afghanistan (foto da Pixabay)

Dopo la grande vittoria nella seconda guerra mondiale, gli USA si sono impegnati militarmente soprattutto contro due nemici dichiarati: i comunisti ed i terroristi. In entrambi i casi i risultati sono stati disastrosi. In particolare, contro i comunisti, fino agli anni settanta del secolo scorso, l’apogeo si è avuto con la guerra nel Vietnam. La comunità internazionale aveva stabilito a Ginevra, per contenere l’avanzata sovietica, di dividere il Vietnam in due: Nord, a governo comunista e Sud, a governo occidentale. Questa inconsistente decisione, non certo nuova nella storia del mondo, si era liquefatta nello spazio di un mattino, con l’attacco militare da parte del Nord al Sud, l’intervento degli americani a favore del Sud e l’infinita guerriglia durata venti anni, dal 1955 al 1975, dei Vietcong, il principale gruppo filo comunista di resistenza armata, sostenuto dall’URSS, contro gli USA. La rivolta del popolo americano contro questa inutile strage, costata loro 58.000 morti, 153.000 feriti e 150 miliardi di dollari delle finanze federali, indusse l’allora Presidente Nixon ad un frettoloso ritiro delle truppe, dando via libera, in poche settimane, all’occupazione del Sud da parte del Nord. Lo smacco finale fu addirittura la sostituzione del nome “Saigon”, la capitale del Vietnam del Sud, in “Ho Ci Min”, il nome del Leader comunista del Nord.

Con l’Afghanistan, si è ripetuta una tragedia similare, questa volta per combattere il nemico terrorismo. Nel caso specifico però, la lotta contro le barbarie dei talebani, saldamente insediati al potere a Kabul e complici dichiarati dell’ISIS, autore della strage delle due torri gemelle a New York, era stata allora inquadrata nella più ampia e strategica politica di esportazione della democrazia, con la estromissione dei fondamentalisti islamici e la blindatura di un governo filo occidentale eletto dal popolo. L’annuncio ufficiale, nel 2015, del Presidente Barack Obama, in vista delle imminenti elezioni americane, della decisione della Casa Bianca di ritirarsi dall’Afghanistan, ha messo in discussione questa linea politica ed ha innescato una serie di reazioni a catena, che hanno permesso ai talebani di programmare ed organizzare meticolosamente il proprio rientro al potere. Il che è regolarmente avvenuto quando, complice la pandemia e le ulteriori proteste dell’opinione pubblica, il Presidente Joe Biden ha messo in atto un’uscita scoordinata ed unilaterale degli USA. La defezione occidentale sta così rappresentando un vero e proprio tradimento, per tutti quegli afghani che avevano creduto nel New Deal loro prospettato e che oggi rischiano di pagare addirittura con la vita, il sogno e la promessa di un paese libero e democratico. Anche se gli USA hanno supportato la maggior parte dell’impegno economico-militare di questo conflitto, la NATO e quindi anche l’Italia, hanno contribuito allo sforzo bellico e quindi condividono oggi la disfatta finale. Minori i morti, rispetto al Vietnam, 3.069 per tutta la coalizione, altissimi i costi, 2.200 miliardi di dollari, incredibilmente identica la durata della guerra: ancora 20 anni, dal 2001 al 2021.

Ma c’è un convitato di pietra, pressoché ignorato dai media occidentali, in tutta questa tragica vicenda ed è il Pakistan, una repubblica rigidamente islamica, con una popolazione di 220 milioni di abitanti, una superficie due volte e mezzo l’Italia, al 90% montagnosa, confinante con Afghanistan, Iran, India e Cina. Il Pakistan è l’unico paese islamico che possiede centrali nucleari per la produzione di energia elettrica e pure la bomba atomica, la prima nel mondo islamico, ottenuta con il contributo determinante della Cina. Al di fuori della politica, l’Italia ha un legame particolare con questo paese, per la mitica conquista nel 1954 del K2, la seconda vetta più alta del mondo, dopo l’Everest. La posizione del Pakistan, nell’equilibrio tra est ed ovest, tra mondo cristiano e mondo islamico, è sempre stata molto ambigua, alternando aperture filo occidentali, a nascoste ed efficacissime protezioni ed aiuti ai fondamentalisti. Basti pensare che, come è noto, negli anni scorsi, Osama Bin Laden, con il consenso del governo locale e non poteva essere che così, si è rifugiato nelle impervie montagne pakistane, dove è stato scovato e giustiziato dagli americani. In più è emerso che parte degli aiuti elargiti dagli USA al Pakistan, per assicurarsene la neutralità, è finito proprio nelle mani dei talebani, per sostenere lo sforzo bellico anti USA. Cornuti e mazziati, si direbbe a Milano. Chiunque sostituirà la coalizione occidentale, nel vuoto di potere lasciato dalla loro fuga dall’Afghanistan, dovrà fare sempre di più i conti con questo potente nemico giurato dell’India buddista, indissolubilmente legato al mondo islamico ed alternativamente in buoni rapporti con l’Occidente. A detta di autorevoli osservatori, la disfatta di Kabul rappresenta comunque la fine della cosiddetta Pax Americana ed il rilancio, a livello mondiale, del fondamentalismo islamico, sostenuto indirettamente dalla Cina. Dice Thomas Mann: “Il fanatico è un uomo che non può cambiare opinione e non vuole cambiare argomento.” Noi purtroppo non possiamo che credergli.

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