Economia globale e destino umano
01 Gennaio 2026
Traendo spunto da un recente articolo di Marcello Veneziani, pubblicato su La Verità il 31/12/2025, vale la pena allargare lo sguardo oltre il rito del messaggio di fine anno e interrogarsi su una trasformazione più profonda che attraversa il nostro tempo: la progressiva disumanizzazione dell’economia e, con essa, della vita sociale.
È bene ricordare che la disumanizzazione non nasce oggi. La storia è costellata di sfruttamento, sopraffazione, indifferenza verso la dignità dell’uomo. Il vassallaggio contadino, la concentrazione della proprietà terriera, le rivoluzioni industriali con le loro fabbriche-lager, il colonialismo, la schiavitù e, più vicino a noi, lo sfruttamento dei lavoratori migranti nell’agricoltura(pagati pochi euro al giorno, spesso senza diritti e tutele ) sono fatti storici reali anche contemporanei, non metafore. E' chiaro che l'economia non sia mai stata un luogo innocente che esprime amore, fratellanza ed idealismo.
E tuttavia, qualcosa oggi è cambiato. Non in peggio “in assoluto”, ma in modo diverso. Nelle epoche passate l’uomo era sfruttato perché necessario. Il contadino, l’operaio, persino lo schiavo erano centrali nel processo produttivo. Il sistema aveva bisogno del loro lavoro, del loro corpo, del loro tempo. Proprio per questo lo sfruttamento era visibile, riconoscibile, e quindi anche contestabile. Da quella frizione sono nate lotte sociali, diritti, sindacati, conflitti politici.
Nel capitalismo finanziario contemporaneo, invece, si affaccia una novità più radicale: l’essere umano non è più solo sfruttato, ma tende a diventare superfluo. Non è al centro del conflitto, bensì ai margini del sistema. La finanza globale, gli algoritmi, l’automazione non hanno bisogno di sottomettere l’essere umano per disumanizzarlo, semplicemente lo ignorano. Funzionano meglio senza di lui.
La finanziarizzazione dell’economia è il perno di questa trasformazione. Per decenni il denaro è stato uno strumento al servizio dell’economia reale in quanto si producevano beni e servizi, si creava lavoro, si generavano profitti come conseguenza di un’attività concreta. Oggi il rapporto si è rovesciato. Non conta più ciò che è utile o necessario, ma ciò che rende di più finanziariamente nel breve periodo. Il valore si separa dalla realtà, il profitto dal lavoro, la decisione dalla responsabilità.
Le imprese, sempre più spesso, non sono comunità produttive ma veicoli finanziari. Vengono valutate trimestre per trimestre, ristrutturate, spezzate o vendute in base a logiche che poco hanno a che fare con i territori, i lavoratori, la qualità dei prodotti. Il lavoro umano diventa un costo da ridurre; la stabilità un intralcio; la relazione una perdita di tempo.
Anche ciò che viene celebrato come innovazione segue spesso la stessa logica. Molte startup non nascono per durare, ma per essere rapidamente valorizzate e cedute magari attraverso quotazioni in borsa. L’obiettivo non è creare lavoro stabile o rispondere a bisogni reali, ma far circolare capitale nel modo più veloce possibile. Nel frattempo, gli Stati stessi finiscono intrappolati in una dipendenza strutturale dal debito e dai mercati finanziari, con una politica sempre più vincolata e sempre meno capace di decisioni di lungo periodo per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini.
Tutto questo non elimina lo sfruttamento tradizionale, ma lo ingloba in un sistema più ampio e impersonale. Il caporalato agricolo, ad esempio, non è solo il frutto della avidità di singoli, ma l’esito di filiere globali, prezzi imposti dalla grande distribuzione, margini compressi dalla finanza. Il caporale è visibile; il meccanismo che lo rende “necessario” resta opaco. La responsabilità si frammenta, fino quasi a dissolversi.
È qui che la disumanizzazione assume un volto nuovo e più insidioso. Non nasce da una scelta morale esplicita, ma da un assetto economico che considera l’umano irrilevante. L’indifferenza non viene più giustificata, viene normalizzata; presentata come dato tecnico, come necessità oggettiva, come legge del mercato.
Come suggerisce Veneziani, il vero rischio del nostro tempo non è soltanto materiale, ma antropologico. Un mondo in cui il profitto si sgancia dalla vita reale, e la tecnica e la finanza diventano fini in sé, finisce per erodere le basi stesse dell’umanesimo europeo. L’Italia, che ha costruito la propria identità sulla cultura, sull’intelligenza, sulla creatività e sul lavoro, non può accettare senza reagire questa riduzione dell’uomo a variabile trascurabile.
Riconoscere che la disumanizzazione ha radici antiche non significa rassegnarsi al presente. Al contrario, serve a capire che oggi non siamo di fronte a una semplice ripetizione del passato, ma a una mutazione più profonda. La storia non è mai scritta in anticipo. Ma per cambiarne il corso occorre prima avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, restituendo centralità all’uomo contro l’illusione che un’economia senza uomini possa davvero essere un progresso.
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