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Confindustria Giovani, Di Stefano: "Guerra in Ucraina allontana la ripresa, è tempo di una nuova Globalizzazione e di una nuova agenda transatlantica"

"Voglio partire da Fabrizio Del Dongo, protagonista di un grande romanzo dell’Ottocento, La Certosa di Parma di Stendhal", con questa immagine il Presidente Riccardo Di Stefano apre il 51° Convegno dei Giovani Imprenditori a Rapallo per finire con una citazione di David Sassoli. IL DISCORSO COMPLETO

24 Giugno 2022

50° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Di Stefano: “Dialogheremo con la politica per ridisegnare un futuro di ripresa”

Riccardo Di Stefano

"Oggi, dopo due anni, il Movimento dei Giovani Imprenditori è di nuovo nella sede storica del suo convegno. Dall’inizio della mia Presidenza, è la prima volta che salgo su questo palco. Siamo felici di essere qui, quasi emozionati. Perché per noi, tornare a Rapallo, significa tornare alla normalità. Ma non è così. Non ancora, non del tutto. Il lungo corso della pandemia, l’irrompere della guerra e della crisi energetica continuano a tenerci in una situazione di emergenza". Queste le parole di Riccardo Di Stefano, Presidente dei Giovani Imprenditori in occasione del 51° Convegno dei Giovani Imprenditori a Rapallo.

"Come il protagonista della Certosa di Parma di Stendhal siamo in balia degli eventi. Occorre adottare una visione dall’alto"

"Sappiamo bene che, nelle situazioni di emergenza, è difficile guardare le cose con chiarezza e lucidità. Voglio partire, allora, da un’immagine. L’immagine di un uomo, anzi di un ragazzo: Fabrizio Del Dongo, il protagonista di un grande romanzo dell’Ottocento, La Certosa di Parma di Stendhal. Volontario nelle truppe napoleoniche, Fabrizio partecipa ad un evento epocale: la battaglia di Waterloo del 1815.

La scena grandiosa che lo vede sia spettatore che protagonista sembra, però, sfuggirgli del tutto: non la comprende, anche se ci sta in mezzo. È così dentro al conflitto che non ne coglie il senso, né la strategia. Non può “abitare” quella battaglia. Non sa determinarne l’esito. Perché ne è travolto. Ecco, a noi pare che lo smarrimento di Fabrizio sia - ora - simile a quello del nostro Paese. E delle “forze” che lo guidano.

Per questo, come Giovani Imprenditori, sentiamo il dovere di promuovere una visione “dall’alto” di quello ci sta accadendo intorno. Dobbiamo sollevare lo sguardo per provare ad abbracciare l’orizzonte. Siamo qui, ancora una volta, per fare ascoltare, con decisione, la nostra voce e per costruire un’idea concreta del domani. Per non subirla. Per accompagnarne gli sviluppi. Per affrontarne i nodi e i problemi reali. Senza sottrarci. Ma senza mai neanche rinunciare a quella spinta ideale, a quell’imperativo di pensare in grande"

"Per affrontare il venir meno di alcune materie prime il mercato tenderà sempre più ad organizzarsi su base regionale"

Abbiamo guardato con fiducia l’orologio del nostro tempo, quando, dopo la stretta dei lockdown, pensavamo che l’attuazione del PNRR e la ripartenza economica fossero la combinazione vincente per rimetterci in piedi. Poi, la guerra in Ucraina ha riportato indietro - velocemente e drammaticamente - le lancette di quell’orologio, con conseguenze differenti per l’Italia, per l’Europa e per l’intero pianeta. Gli scenari aperti dal conflitto bellico, il loro impatto sugli approvvigionamenti energetici e alimentari, sulle forniture e sulle produzioni, hanno avuto un effetto dirompente per alcuni equilibri strutturali che sembravano, invece, largamente consolidati.

Prima fra tutti la globalizzazione. Non è un caso, quindi, che oggi vogliamo parlare di “Tempo di nuova Globalizzazione”: c’è chi la chiama de-globalizzazione e chi riglobalizzazione, noi abbiamo scelto di definirla “nuova”. 

È vero che per affrontare il venir meno, causa guerra, di alcune materie prime fondamentali come il grano e l’energia, il mercato tenderà sempre più ad organizzarsi su base regionale; ma è anche vero che questa non potrà essere l’unica reazione alla crisi attuale. Per noi la dimensione globale deve rimanere al centro di un’economia comune e interconnessa, disciplinata da regole sempre più condivise e rispettate da tutti i paesi.

"Starbucks, McDonald’s e Coca-Cola e da poche ore anche la Nike: gesto clamoroso che segna un prima e un dopo"

E l’unico modo possibile è farlo attraverso il rilancio del WTO e del suo meccanismo di risoluzione delle controversie. Perché non può esistere globalizzazione senza regole comuni e senza un mercato inclusivo. Permettetemi un solo esempio, in questo senso. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, grandi marchi e player internazionali come Starbucks, McDonald’s e Coca-Cola e da poche ore anche la Nike, hanno deciso di non essere più presenti sul territorio russo. Un’iniziativa senza precedenti, con cui i soggetti forti dell’economia globale non hanno esitato a compiere un gesto clamoroso, che non va letto solo in chiave utilitaristica.

Un gesto che, secondo alcuni analisti, riporta la Russia ad un “prima” che sembrava dissolto per sempre: prima del crollo del blocco sovietico, prima della storica foto scattata il 31 gennaio del 1990 all’attesa apertura del McDonald’s a Mosca. L’immagine di quella fila interminabile apriva un’era.

Un’era che adesso sembra chiudersi, ridisegnando gli equilibri geopolitici. I grandi marchi che vanno via dalla Russia raccontano, infatti, una netta scelta di campo. Ed evidenziano il rischio, ma anche la necessità, di aumentare la distanza che separa i paesi democratici da quelli che non lo sono. 

"Crisi energetica richiede nuove e più forti alleanze. L'Unione Europea deve essere protagonista"

È per questo che la crisi energetica richiede nuove e più forti alleanze: perché le nostre economie, quelle dei paesi democratici, devono continuare ad essere allineate e in accordo. Oggi più di sempre. Si impone, così, una nuova stagione di accordi internazionali, in cui l’Unione Europea deve essere protagonista, asserendo con determinazione i propri interessi strategici, nel solco di un multilateralismo in crisi che va assolutamente rilanciato. Accordi che rafforzino il legame economico tra le due sponde dell’Atlantico. Una connessione, a nostro avviso, vitale e irrinunciabile che, negli ultimi anni, è stata minacciata dalle spinte nazional-populiste. E proprio nella direzione del rilancio di un asse economico-politico tra paesi democratici, siamo d’accordo a riprendere l’asse che fu portante nei negoziati sul TTIP, allargandone i confini a temi come l’accesso al mercato, gli appalti pubblici, le barriere non tariffarie. Bene, dunque, il rilancio di una nuova agenda transatlantica.

Ma all’interno di un uragano globale come quello che stiamo vivendo, la domanda che ci preme è: quale spazio riuscirà a ricavarsi l’Europa nello scenario internazionale? Il suo sarà un ruolo centrale o rischia di ridursi a quello di un semplice comprimario? Inutile nascondere la crudezza di una possibile risposta: sì, si tratta di un pericolo concreto.

"Diventa quindi urgente e non derogabile proseguire nell’impegno di rafforzare l’Europa.  L’Europa politica. L’Europa diplomatica. L’Europa industriale. L’Europa tecnologica. L’Europa energetica"

Parliamo di Europa, quindi. Sono passati 30 anni dalla firma del trattato di Maastricht, nel febbraio del 1992: un accordo storico. Un necessario punto di arrivo e, al tempo stesso, di partenza, sottoscritto per l’Italia dal nostro Guido Carli, Ministro del Tesoro nel settimo governo Andreotti. Quell’Unione Europea che ha preso forma e corpo dopo Maastricht, è l’insieme complesso di paesi e di popoli che, davanti alla crisi pandemica, ha saputo reagire in fretta e con forza. La Banca Centrale Europea ha sostenuto il credito.

"Finita l’era del Whatever it takes di Draghi: alzare i tassi e poi correre ai ripari con il cosiddetto scudo anti-spread ci sembra una direzione non chiara"

E la Commissione Europea ha sospeso le sue regole di bilancio, lanciando il programma Next Generation EU: 750 miliardi di euro per finanziare investimenti e riforme. Ma, a proposito del ruolo cruciale della BCE, anche in questo caso, si può dire che sia finita un’era: l’era del Whatever it takes di Draghi, determinante per gli ultimi dieci anni della nostra storia comunitaria. Sapevamo che la politica dei tassi bassi non poteva durare in eterno e che la guerra sta condizionando fatalmente la politica economica europea. Ma rimaniamo, come molti, perplessi di fronte alle scelte di Christine Lagarde alla guida della BCE. Alzare i tassi e poi correre ai ripari con il cosiddetto scudo anti-spread ci sembra una direzione non chiara, che può creare turbolenze nei mercati.

È fondamentale, quindi, che un’istituzione come la BCE torni ad imporsi con una linea strategica ben definita. 6 Ma se è vero che ci siamo sentiti europei, ancora più europei, di fronte alla crisi, non possiamo dimenticare che quella stessa Europa, prima della pandemia, era già in discussione: stava venendo meno la sua capacità di innovare e trasformarsi. I nodi da sciogliere, dunque, sono molti. Di sicuro va estesa e resa strutturale l’esperienza del debito comune che è alla base di Next Generation EU, ovvero il dispositivo degli Eurobond. Questo si può fare anche a trattati vigenti, predisponendo risorse pronte ad essere utilizzate in situazioni di crisi per mitigarne gli effetti. Proprio come ha indicato qualche settimana fa il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle sue considerazioni finali. Così come, sempre a livello europeo, andrebbe superato o integrato, con criterio, il principio dell’unanimità.

E, senza dubbio, devono essere irrobustite la difesa e la diplomazia comuni, specie in materia di nucleare. In sostanza: va rifondato, alla radice lo spirito stesso dell’Europa, ideale da una parte, fattivo e concreto dall’altra Non posso non fare riferimento, allora, ad un uomo che ha dedicato la sua intera esistenza a costruire il concetto di Europa unita, lottando perché non rimanesse soltanto tale.

Sto parlando di Altiero Spinelli, queste le sue parole: “La Federazione europea non è un’ideologia: non si propone di colorare in questo o in quel modo un potere esistente. È la sobria proposta di creare un potere democratico europeo”. Eppure, in Italia e in Europa ora ci sentiamo lontani dal nostro avvenire condiviso. Trovare una soluzione alla crisi energetica, alla guerra russo-ucraina, alla spirale inflattiva, sono questioni impellenti, immediate. Ma tutto ciò non deve né schiacciarci, né limitarci. Sappiamo che la soluzione, quella soluzione che abbiamo il dovere di cercare, non può che essere là, nel blu di un’unica bandiera. Tra le stelle dell’Unione europea. 12 stelle che, oltre l’opportunità politica e strategica del momento, possono e devono aumentare, crescere e allargarsi.

"Perché non possiamo mai dimenticare che l’inclusione è uno dei pilastri dell’Unione Europea, insieme alla democrazia e alla libertà. E democrazia e libertà vogliono dire anche libero mercato"

Dall’Europa all’Italia: partiamo dall’analisi di casa nostra, affidandoci alla sintesi dei numeri e delle percentuali. Il nostro Centro Studi ha messo a fuoco un’istantanea di obiettiva difficoltà. A maggio si è stimato un calo della produzione industriale italiana. Tutti i prezzi delle commodities sono saliti alle stelle e in particolare quello del gas naturale che è arrivato al + 546% rispetto al pre-Covid e il Brent al + 71%. Evoluzioni positive a breve termine non sono ipotizzabili: lo conferma il peggioramento dell’indice di incertezza della politica economica che, per l’Italia, è salito a 101 punti nella media del primo trimestre del 2022 e in aprile/maggio si è stabilizzato poco sotto il picco di marzo, a 128. Numeri che segnalano rischi di ulteriore indebolimento. Guardiamo, poi, al tasso di crescita medio tra il 1991 e il 2019 nei paesi avanzati e nell’Unione Europea.   Quello della Germania è 1,4%. Francia 1,6 %. Spagna 2%. Regno Unito 2,1%. Stati Uniti 2,6%. Il nostro, invece, è dello 0,7%. E non è altro che il riflesso di una bassa produttività, di investimenti pubblici insufficienti e, soprattutto, di decenni di mancate riforme.

Abbiamo, in potenza, un sistema d’impresa forte. Ma i colli di bottiglia che lo comprimono li conoscete bene. Si chiamano: burocrazia in eccesso, giustizia lenta, evasione fiscale e contributiva, corruzione, poca concorrenza di mercato. Senza dimenticarci che il nostro debito pubblico è il più elevato in Europa dopo quello della Grecia. Gli interessi pagati sul debito drenano circa 60 miliardi all’anno di risorse che potrebbero, invece, essere utilizzate per interventi di vasta portata.

Ma quegli stessi interventi, a loro volta indispensabili per ottenere la crescita economica, sono di difficile attuazione in un paese come l’Italia, esposto più di altri agli shock esterni. Una delle ragioni della nostra fragilità sono gli scarsi spazi di bilancio che impediscono la costruzione di politiche adeguate, di iniziative all’altezza delle minacce che abbiamo il compito di fronteggiare e contrastare.

"C’è bisogno, quindi, di un governo non solo stabile, ma in grado di convincere gli investitori internazionali e le agenzie di Rating della sua effettiva stabilità"

Un governo che - fino al giorno delle elezioni - sia capace di garantire l’assenza di balletti, di do ut des e di concessioni strategiche a questo o a quel partito. Perché in un contesto critico servono risposte nette e puntuali. Noi non rappresentiamo un soggetto politico ma, come Giovani Imprenditori, abbiamo le idee chiare su quali possano essere alcune risposte. 

La prima è uno sforzo corale nell’attuazione dei piani di risparmio da parte di tutte le amministrazioni, anche territoriali, così da tenere insieme - come chiede lo stesso PNRR - obiettivi effettivi di riduzione della spesa e qualità dei servizi a cittadini e imprese. La seconda risposta è utilizzare al meglio la straordinaria occasione rappresentata dai 220 miliardi del PNRR e del Fondo Complementare. Molte delle riforme indicate come prioritarie dalle organizzazioni internazionali, tra l’altro, avrebbero un costo davvero limitato e appaiono fattibili e a portata di mano. Il punto cruciale, però, è implementare e potenziare gli effetti del PNRR e le modalità del suo utilizzo.

Non basta raggiungere traguardi e obiettivi nei tempi previsti, bisogna anche garantire qualità alle riforme ed efficacia agli investimenti, senza indugiare in particolarismi e resistenze. Occorre, dunque, un approccio più manageriale alla cosa pubblica, anche attraverso un sistema di valutazione diretta da parte del cittadino e del sistema produttivo, su tutto il territorio nazionale. Inutile soffermarsi su cosa comporterebbe un inefficace utilizzo di queste risorse: il nostro tasso di crescita del PIL rimarrebbe allo zero virgola, rendendo di fatto insostenibile il sistema pensionistico e spingendo ancora più in alto i rendimenti sui titoli di Stato. La competitività del Paese, così, risulterebbe compromessa, rovesciando su conti pubblici e welfare l’ipoteca di tagli pesanti. Pesantissimi. E a pagarne il conto sarebbero sempre i giovani. E questo non è più tollerabile. Noi, però, siamo qui non per dipingere scenari foschi e apocalittici ma, lo ribadiamo, per tentare di rispondere agli interrogativi pressanti che il momento attuale ci pone, formulando delle proposte.

Proposte che abbiano come obiettivo primario la crescita. In passato siamo stati accusati di fare la lista delle cose che non vanno…ecco, adesso facciamo la lista di quelle che potrebbero andare se si guardasse ad un intervento strutturale in materia di lavoro e salari. Partiamo dal costo del lavoro: per noi, un taglio strutturale del cuneo fiscale-contributivo da 16 miliardi di euro, che ridurrebbe i costi delle imprese aumentando il reddito dei lavoratori e il loro potere d’acquisto, continua ad essere la strada maestra. Sul salario minimo: i nostri contratti fissano una retribuzione di base già superiore ai 9 euro previsti ed è quindi evidente che la misura non toccherebbe i settori rappresentati da Confindustria.

"Reddito di Cittadinanza, deve diventare strumento a sostegno di chi NON PUO’ lavorare e non un riparo per chi NON VUOLE lavorare"

Si deve però agire con attenzione per evitare il rischio che una misura pensata per sostenere la contrattazione collettiva finisca, invece, per scardinarla. Sul Reddito di Cittadinanza, siamo convinti che in tema di contrasto alla povertà il dispositivo attuale andrebbe modificato e riformato. In altri termini: riconosciamo che il Reddito di cittadinanza, nelle fasi più critiche della pandemia, abbia svolto una funzione di argine, ma crediamo che adesso debba diventare uno strumento a sostegno di chi NON PUO’ lavorare e non un riparo per chi NON VUOLE lavorare. Semplifichiamo, piuttosto, gli incentivi alle nuove assunzioni degli under 35, eliminando quei paletti che ne limitano l’efficacia. Valorizziamo, finalmente, quelle forme di lavoro a causa mista, come l'apprendistato che è davvero un contratto a tempo indeterminato e rappresenta il percorso di ingresso al lavoro più vantaggioso per giovani e imprese. Valorizziamo gli stage curricolari ma mettiamo al bando tirocini e stage extracurricolari dietro ai quali spesso si nascondono veri e propri contratti di lavoro. La domanda di fondo, però, che incrocia tutte le risposte che stiamo provando a formulare, è: quale politica industriale ha il nostro Paese? Riportare in Italia le produzioni a basso valore aggiunto con fattori che non sono competitivi non è fattibile. Allora, manca una visione o c’è reticenza su quali debbano essere i suoi assi portanti? NOI abbiamo una idea molto semplice: lo sviluppo industriale italiano deve mirare alla competitività, alla sostenibilità e alla formazione.

Bisogna far crescere e portare in Italia le produzioni ad alto valore aggiunto, puntando sulla centralità della ricerca e dell’innovazione, potenziando quella industriale e i suoi brevetti. Per essere competitivi dobbiamo blindare e tutelare i settori trainanti. Se serve anche con i Golden power, che passata l’emergenza, dovranno essere ripensati in una chiave di maggiore proporzionalità. Non è possibile che nel nostro paese manchi ancora, per esempio, un vero polo del lusso. Ricordiamo che il bello e ben fatto vale 135 miliardi di euro, come parte consistente delle esportazioni complessive dell’Italia, trasversale a tutti i principali comparti del made in Italy. Un’area strategica e un patrimonio creativo che sono parte costitutiva della nostra identità, in Italia e fuori. Dobbiamo investire in tecnologia e digitalizzazione perché il futuro è già qui, e in Italia esistono eccellenze che hanno bisogno di essere sostenute e di produrre valore aggiunto Paese.

Come stanno facendo le 19 imprese da poco inserite nel nuovo Euronext Tech Leaders, il Nasdaq europeo dedicato alle aziende attive nel settore tecnologico. L’innovazione, di cui oggi si fa un gran parlare, è ciò che permette di mantenere un vantaggio competitivo o, nella migliore delle ipotesi, di guadagnarlo. Le start-up, in questo senso, non devono essere osservate come un quasi superfluo esercizio di stile. Se all’estero su di loro investono miliardi di risorse, pubbliche e private, è perché sono i più naturali e potenti provider di autentica innovazione. E poi c’è la sostenibilità, su cui l’Italia, come l’Europa, deve uscire dalla logica emergenziale del qui ed ora e puntare su nuove risorse, coinvolgendo nella transizione ecologica il sistema delle imprese. Gli incentivi fiscali, in questo senso, possono giocare un ruolo decisivo. Crediamo inoltre che sia giunto il momento di rinnovare una riflessione sulle potenzialità dell’energia nucleare: le tecnologie sono cambiate, ci sono progetti italiani e internazionali già avviati con soluzioni più sicure ai quali il nostro Paese dovrebbe partecipare. E domani ne sentiremo alcune. Ma la risorsa delle risorse, per noi, continua ad essere il capitale umano. Ed è là che dobbiamo investire. Sia nel settore pubblico che in quello privato. Per lungo tempo siamo stati uno dei pochi paesi europei in cui la spesa per gli interessi è stata superiore a quella per l’istruzione: un enorme ostacolo agli investimenti e al rinnovamento. Mentre dobbiamo ricordarci sempre che non si può prescindere dalla formazione e dalla cura dei talenti. Si può competere ed essere attrattivi senza formazione? 

"Insistiamo sull’inserimento degli under 40 nei board delle società di Piazza Affari, dove la media dei componenti resta over 60"

Qualunque tipo di crescita, di modello di business, di credibile scommessa sul domani nasce da lì: dalla formazione. Una formazione che oggi avviene prevalentemente in azienda, ma che invece ha bisogno di investimenti non episodici e di misure strutturali. Ma se si vuole raggiungere il traguardo di una reale tutela dei Giovani e dei soggetti deboli, mirando ad un loro effettivo e dinamico inserimento nel mondo del lavoro, è necessario porli al centro della vita economica del Paese. Affinché ne siano protagonisti e non comparse. Per questo insistiamo sull’inserimento degli under 40 nei board delle società di Piazza Affari, dove la media dei componenti resta over 60.

Se anche l’Europa ha reso vincolante l’inserimento di donne nei CDA delle grandi aziende, è ormai il tempo di ragionare anche sulla staffetta generazionale. Abbiamo bisogno di sguardi e talenti nuovi, capaci di interpretare al meglio le sfide che ci attendono. Per crescere e diventare migliori, però, noi e l’Italia, non possiamo fare da soli. C’è bisogno della Politica, quella con la P maiuscola. C’è bisogno della sua visione, della sua incidenza, della sua mediazione, della sua lungimiranza. Stiamo infatti per affrontare un biennio decisivo: due anni che avranno il sigillo delle elezioni politiche italiane nel 2023 e delle europee nel 2024. Vogliamo che questi due anni siano affrontati con la visione di quello che sarà l’Italia e, poi, l’Italia in Europa e l’Europa nel mondo, nel lungo termine e non a breve scadenza. 14 Per questo serve definire un progetto, con obiettivi chiari e strategie per raggiungerli. La politica deve farsi carico di come sarà il nostro Paese nel futuro per offrire una prospettiva alle nuove generazioni e a chi, come noi imprenditori, crede e vuole investire nella crescita, nello sviluppo e nei giovani. Vogliamo affermare, ancora una volta, l’importanza della partecipazione al voto: un impegno sottoscritto con il Parlamento Europeo, diventando sostenitori di “Insieme per eu”, la comunità paneuropea che diffonde e promuove i valori comunitari. Per quanto riguarda le elezioni italiane, poi, vorremmo arrivare al 2023 con le idee ben chiare. Suggerendo a coloro che si propongono di guidare il nostro Paese e che saranno con noi in questi due giorni, di farlo pensando a quel compito come ad una missione in cui coinvolgere i cittadini e far recuperare loro entusiasmo e coscienza civile. E non come ad un piano di comunicazione. Sperando, al tempo stesso, che chi ha intenzione di varare una legge elettorale, se la immagini duratura per i prossimi trent’anni, e non esaurita nello spazio esiguo di una legislatura, se non meno. Ascoltando, infine, chi sarà in grado di introdurre soluzioni per garantire una vera governabilità. Ed è proprio in questo senso che andrebbe pensata la nuova legge elettorale e non confezionata su misura per questa o quella maggioranza parlamentare. Parlando di governabilità, l’unico modello in Italia che si è dimostrato stabile è quello dell’elezione dei sindaci. Al momento, non ne vediamo altri. Vorremmo anche vedere, nei programmi delle forze politiche e nelle azioni che portano avanti al Governo o in Parlamento un vero riformismo competitivo. Che presuppone un’assunzione di 15 responsabilità, che slega il dibattito pubblico dalle onde emotive e dall’estenuante ricerca di un consenso spesso effimero. Ciò significa credere nelle riforme non per costrizione ma per convinzione. E vuol dire smettere di ragionare solo su interventi tampone, concentrandosi, per davvero, su quei processi di cambiamento in grado di rendere il Paese più moderno, più competitivo e più giusto.

"Ci manca la politica che parli dello sviluppo come necessità etica ed esistenziale e non lo valuti esclusivamente con i punti percentuali del PIL"

In ultima analisi, siamo pronti a dare fiducia a chi è disposto a risolvere i problemi. Ovvero a fare politica. Nel senso nobile e autentico del termine. E non altro. Perché, lo ripetiamo, siamo stufi tanto dei populismi quanto delle burocrazie. A noi manca la politica vera, quella che, attraverso il dialogo parlamentare, individui degli obiettivi condivisi e li realizzi con l’azione di governo. Ci manca la politica che parli dello sviluppo come necessità etica ed esistenziale e non lo valuti esclusivamente con i punti percentuali del PIL. Siamo molto grati ai rappresentanti dei partiti che sono qui oggi con noi, non soltanto per discutere delle sfide che abbiamo di fronte, ma anche per confrontarsi su quanto detto, lo scorso anno, su questo stesso palco. Ed è quello che succederà anche il prossimo. Quando torneremo qui, ci saranno state le elezioni politiche. E sarà ancora più interessante ricordare quello che ci siamo detti. Attenzione, però: il mio non è un pacato invito a soppesare le parole. No. Semmai è una palese richiesta di mantenere le promesse. 

E adesso, continuando a guardare con fiducia, ma anche con realismo, l’orologio del nostro tempo, dobbiamo finalmente decidere quale ora vogliamo che indichino le sue lancette. L’ora della pace o della guerra? L’ora della crisi o della ripartenza? Facciamo in modo di vederle, di individuarle e di orientarle quelle lancette: non lasciamo vuoti i quadranti. L’ora giusta ci aspetta sul crinale di un nuovo assetto, che va rifondato in nome della difesa della libertà e dei diritti umani universali. Per l’Europa è l’ora di essere grande: nella ricerca della sua identità, di nuove regole democratiche che ne proteggano la potenza. Non possiamo dirci Giovani Imprenditori, senza sentirci cittadini europei.
Sarebbe un controsenso. Non esiste impresa senza democrazia. Non esiste democrazia senza Europa. E non esiste l’Italia senza la casa comune dell’Unione Europea. Noi guardiamo alla sua Storia, ma non come si guarda ad un antico
reperto.  

Per noi è una Storia viva, che parla di futuro. Per questo l’Unione Europea deve avere il coraggio di cambiare e di riedificarsi.
E noi con lei. Perché questo è, e deve essere, il ruolo dei Giovani Imprenditori per il Paese: proporre e insieme agire. 
Questo significa “abitare” davvero la nostra battaglia, standoci in mezzo ma riuscendo a guardarla dall’alto. 
Che non vuol dire distanza, no, vuol dire responsabilità e partecipazione. 
Concludo ricordando le parole di David Sassoli, a cui abbiamo dedicato il nostro video di apertura:
“L’Europa deve ritrovare l’orgoglio del suo modello democratico. Dobbiamo fermamente desiderare che questo modello di
democrazia, di libertà e di prosperità si diffonda, che attiri, che faccia sognare, non solo i nostri stessi concittadini europei, ma anche al di là delle nostre frontiere".

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