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“Due vite” di Emanuele Trevi: la poesia dell’irripetibile

“Quella che mi si fa incontro è un'immagine della totalità della vita, un'immagine che racchiude in sé ciò che è possibile sapere e ciò che non si può sapere, il giorno e quella parte della notte che non diventa mai la luce dell'alba, non passa, permane"

Di J. Muller

27 Agosto 2021

“Due vite” di Emanuele Trevi:  la poesia dell’irripetibile

Emanuele Trevi, vincitore del Premio Strega di quest'anno, attraverso la costruzione granitica dei suoi Rocco Carbone e Pia Pera consegna i protagonisti, amici e scrittori, alla pura esperienza, all'irriducibilità dell'essere che si fa parola, perché la scrittura tra le pagine è materia viva e palpabile. 

Una costruzione, come l'autore suggerisce in alcune pagine, impressionista, che, a una giusta distanza, ha la capacità prodigiosa di tenere insieme l'uno e il molteplice.

'Due vite', edito da Neri Pozza, è costruito nel solco di quella angusta tensione tra la totalità e l'unicità, introducendo nel lettore l’ assillante e turbata questione del chi. 

In una bella rilettura dell’Edipo Re la filosofa Adriana Cavarero suggerisce come la colpa e la condanna dell’eroe sofocleo sarebbe già espressa nella risposta data all’indovinello della Sfinge. La risposta “Uomo” riguarderebbe l’umano in senso universale, mentre l’urgente quesito al quale l’eroe tragico non trova risposta non è cosa sia l’Uomo, bensì chi egli sia.  Quel che Edipo ignora è traducibile nella sua dannazione: pur conoscendo l’umano egli è completamente all’oscuro circa la propria storia, non conosce la sua nascita, ovvero il suo chi unico e irripetibile.

Emanuele Trevi esercita un consapevole e confortante rifiuto dell’universale per sposare il particolare (non a caso il libro si apre e si chiude con il quadro dell’Origine del mondo di Gustave Courbet) e lo fa come atto di amore: ridonare a Rocco e Pia la propria unicità, la loro irripetibilità. 

L’Origine di Courbet è dopotutto l'immagine vivida della prosa di Trevi che non lascia spazio alle evocazioni, ma che indica, plasma, nomina, incarna. Allo stesso tempo  in quel l'Origine cosale, sineddotica e per certi versi desolata, vi si cela anche il grande interrogativo dell'essenza dell'umano e ancora una volta il mistero della sua unicità:

“Nell’universo non c'è nulla che ci assomigli, noi stessi non ci assomigliamo, e ogni forma di identificazione non è, in fin dei conti, che il casuale sovrapporsi di ombre fuggitive”

La scrittura è la pasta che tiene insieme i tanti frammenti che compongono l’io squartato di Rocco,  la gamba estranea di Pia.  

La dimensione del racconto della malattia è oltremodo soggettiva, tutta orientata sul corpo vissuto, perché ogni cosa, atto,  parola, gesto o scritto di Pia e Rocco sono tessere indispensabili per l’autore al fine di riconsegnare quelle vite a loro stesse, di riallacciarsi alla dolcezza e all’immanenza del loro ricordo, alle singolarità e alle qualità di chi si ha perduto:

"Qualità umane o letterarie? vai a distinguere: i capolavori sono sempre, in un modo o nell’altro, delle secrezioni organizzate, come se un corpo fosse capace di sudare cristalli o coriandoli, al posto delle banali e informi gocce".

Il senso di estraneità, di espropriazione dalla vita (è davvero nostra?), la casualità  dell’esistenza guida i protagonisti che con la pienezza dei propri corpi si muovono nel mondo tenendo sempre insieme i brandelli dell’Io a un passo dall’abisso della tristezza, annunciata dai delicati e anche spietati versi della Campo che aprono il volume. Eppure: 

"E’ come se il velo dell’infelicità, appena prima della fine, cadesse a terra mostrando nuda la più enigmatica, impalpabile, sfuggente delle divinità: la vita felice".

Un ricordo quello dell’autore intriso dal vivido sentimento dell’amicizia, verità che si erge sopra il fluire della memoria, che ogni tanto inevitabilmente impatta sui suoi banchi di sabbia. 

Un libro scritto forse anche per questo, per vederlo realizzato come “un manufatto con il suo prezzo e la sua copertina”, l'oggettivazione  di quel faticoso traguardo dell'elaborazione del lutto, così spaventoso perché talvolta pare spalancare le porte all’oblio.

Come si guarda un quadro impressionista, così Trevi ha preso tempo, la distanza dalla separazione. Ha atteso di avere lo sguardo giusto su quelle due care esistenze, per poter forse dire infine: ‘questi sono Rocco e Pia. Compiuti, nonostante tutto’.

 

Emanuele Trevi è nato a Roma nel 1964. Collabora al Corriere della Sera e al manifesto. Tra le sue opere: I cani del nulla (Einaudi, 2003), Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza, 2004), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012), Il popolo di legno (Einaudi, 2015) e Sogni e favole (Ponte alle Grazie, 2019). Con Neri Pozza ha pubblicato Due vite (2020) vincitore della LXXV edizione del Premio Strega nel 2021.

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