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Benedetto Croce

C'era una volta il narratore onnisciente: dal linguaggio dei social all'autofiction

Letteratura e autofiction a partire da Emmanuel Carrère e Javier Cercas

Di J. Muller

24 Maggio 2021

C'era una volta il narratore onniscente: social, giornalismo e "autofiction"

Benczúr Gyula (1844-1920), Narcissus (1881), Magyar Nemzeti Galéria, Budapest (Fonte Wikipedia)

Basti citare Emmanuel Carrère e Janvier Cercas, tra gli scrittori viventi europei più acclamati e letti, per addentrarci in quella scrittura ombelicale comunemente intesa come "autofiction".
Entro la sapiente macchina poietica finzionale costruita dagli scrittori sono essi stessi i protagonisti dei loro racconti: il narratore prende posto tra le pagine del romanzo, vi si accomoda con grazia, ma a un certo punto pare perderne il controllo.
Lo scavo psicologico, i fatti e le finzioni, i personaggi e gli eventi che si manifestano, sembrano assumere vita autonoma, dipendendo solamente dalla fragile e imperfetta memoria di chi racconta, dagli occhi di chi immortala l'esperienza. 
Sappiamo però che dalle trasbordanti sorgenti della narrazione sgorgano numerosi i racconti possibili, così come sono numerose le sfaccettature di un Io che non esita a rivelarsi proteiforme.  

In una seduta psiconalitica, come Sigmund Freud ci dimostra, ogni narrazione del paziente è osteggiata dal rimosso, frutto della fantasia intessuta su fatti del passato, sempre pronti a rivelare una nuova verità. Il padre della psicoanalisi, anche se ci assicura di comportarsi come un "archeologo coscienzioso", ammette che il resoconto delle sue Storie Cliniche "non è di una fedeltà assoluta, fonografica".

La narrazione che scaturisce da chi vuole indagare l'inconscio assume tutte le caratteristiche di "un fiume navigabile il cui corso ora è ostruito da rocce, ora deviato e impoverito da banchi di sabbia". Ecco perché, se la psicoanalisi apre le porte all'autofiction e al "denudarsi dell'Io", dobbiamo ammettere che con assoluta maestria sul medesimo fiume navigano anche Carrère e Cercas, seppur con diverse modalità e intenti. 

Gli stilemi del nouveau roman si fondono così con il post moderno ponendo nuovi interrogativi intorno alla  dialettica verità-finzione.
È nota la tradizionale necessità filosofica di opporre la realtà alla multiforme apparenza, la rigida obbiettività alle fuggevoli impressioni, l’episteme alle “sabbie mobili” dell’opinione. Gli argini, tuttavia, sono sempre pronti a straripare, tanto che, alle volte, anche la ricerca del vero non può compiersi senza incorrere in qualche finzione.
I nostri scrittori si muovono su questo ripido crinale, ponendo questioni metaletterarie fondamentali sul ruolo della letteratura nella nostra società ma anche sul mestiere di scrivere. 

I Soldati di Salamina di Cercas (ma anche molti volumi di Carrère come l'Avversario), è innanzitutto un libro che parla di scrivere un libro. 

"Scriverò un racconto vero", annuncia con fierezza il narratore, ormai quasi a metà del suo romanzo, al direttore del giornale al quale lavora.

"Il fatto è che insomma tesoro, mi sembra che l'immaginazione non sia il tuo forte", gli dice senza troppe mezze misure la sua ragazza Conchi.

Ma se l'Inventio viene messa da parte, o meglio ci si inventa di metterla da parte, qual'è il discrimine che fa di uno scrittore uno scrittore? 

"Un bravo giornalista è sempre anche un bravo scrittore, ma un bravo scrittore difficilmente è anche un bravo giornalista", sottolinea un interlocutore di Cercas, ma l'autore non è d'accordo. Il confronto con la scrittura giornalistica è interessante. Seppur la materia primordiale del racconto si basa su fatti reali, il "racconto vero" si discosta da quello giornalistico sicuramente almeno per un punto: la dirompente presenza dell'Io.
Carrère in Vite che non sono la mia  insinua un paragone tra il suo mestiere a quello di sua moglie Hèlene, perché entrambi sono mossi da quella forte esigenza di testimoniare. 
Il linguaggio più immediatamente prossimo a questo tipo di racconto del sé, da alcuni duramente criticato e bollato come voyeuristica, è invero quello dei social. Ogni utente curando il proprio profilo realizza delle micronarrazioni del sé. Si postano foto, video, immagini che rispondono al preciso obiettivo di lanciare un messaggio, rivelare una parte e celarne un'altra, comporre una storia intorno alla propria vita, che certo non è mai la vera storia della nostra vita. 

Quello che avviene sui social non è letteratura, ma narrazione si. L'esigenza iper-comunicativa di rivelarsi risponde all'esigenza  di una ricerca disperata dell"uomo particolare", del chi unico e irripetibile.

Quando Carrère ammette "ho un ego smisurato, è l’Avversario che cerco di sconfiggere”, non ci sta forse parlando di una "malattia" della società intera? 

Fatto sta che i lettori tendono a cadere in una "trappola" insidiosa: all'interno del nuovo patto finzionale i fili del reale e della finzione sono più difficili da districare. Come accade sui social si possono usare filtri, tagli, illuminare punti di vista a discapito di altri, e quanto più si è bravi tanto più le operazioni di intervento sulla realtà non si individuano facilmente. 

Carrère e Cercas entrando nei loro romanzi e ponendo l'esperienza come motore della letteratura, scavando sotto la pelle della "pianta uomo", non solo confessano una provenienza, ma spalancano nuovi orizzonti comunicativi che ben si specchiano negli attuali modelli narrativi. Rimane da chiedersi, il racconto giornalistico, che per sua natura dovrebbe essere "fonografico", è oggi davvero immune da questi modelli e dalla sovra-misura dell'Io?

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