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Addio a Umberto Bossi, il senatur ribelle: tra ampolle, partigiani evocati e un Nord che non ha mai smesso di urlare

A 84 anni muore il fondatore della Lega: antifascista dichiarato, irregolare cronico, mai allineato alla svolta di Salvini

19 Marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, il senatur ribelle: tra ampolle, partigiani evocati e un Nord che non ha mai smesso di urlare

È morto Umberto Bossi, e con lui se ne va un pezzo storto, rumoroso e irripetibile della politica italiana. Aveva 84 anni, e fino all’ultimo sembrava fatto della stessa sostanza dei bar di provincia alle sette del mattino: densa, amara, imprecisa ma autentica.

Bossi non era un politico: era un incidente. Un corto circuito tra osteria e Parlamento, tra il mito della Padania e la memoria, sorprendente e spesso dimenticata dai suoi stessi seguaci, di un antifascismo rivendicato a modo suo. Diceva che la sua Lega era erede della lotta partigiana — e lo diceva senza ironia, come se davvero quel Nord ribelle scorresse in linea diretta dalle montagne della Resistenza fino ai gazebo verdi nelle piazze.

Era sgraziato, diretto, spesso sopra le righe. Ma dentro quel caos c’era una coerenza primitiva: diffidenza verso il potere centrale, culto della terra, allergia ai salotti. Non ha mai davvero digerito la mutazione genetica del suo movimento sotto Matteo Salvini, trasformato da secessione a nazionalismo da talk show. Bossi osservava, borbottava, dissentiva. Non era il suo film.

Nel suo mondo c’erano ampolle d’acqua del Po e parole che sembravano sputate più che pronunciate. Ma anche una capacità brutale di intercettare umori profondi, prima che diventassero hashtag.

Se ne va un fondatore che non è mai diventato statua. Troppo imperfetto per essere celebrato, troppo ingombrante per essere dimenticato. E mentre la politica di oggi scorre liscia come plastica nuova, la sua resta graffiata, sporca, irriducibile.

Come certe notti che non finiscono bene, ma che nessuno riesce davvero a raccontare meglio di così.

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