26 Febbraio 2026
Domenico, Bambino trapiantato con cuore "bruciato"
Ci sarebbe stata una lite in sala operatoria durante l’espianto del cuore destinato a Domenico. Infatti, la mattina del 23 dicembre, all’interno dell’Ospedale San Maurizio di Bolzano, si sarebbero vissuti momenti di forte tensione mentre l’équipe dell’Ospedale Monaldi era impegnata nella rimozione dell’organo in 102 minuti. A interrompere le manovre sarebbe stato un medico austriaco, impegnato in contemporanea con il proprio team nell’espianto di fegato e reni, che avrebbe gridato ai colleghi napoletani: “Ma cosa fate?”.
Secondo quanto emerso dalle indagini, proprio i colleghi stranieri si sarebbero accorti che qualcosa non stava andando come previsto, mentre il team campano era all’opera sul cuore. A quel punto, stando alle testimonianze raccolte, un chirurgo austriaco avrebbe interrotto le manovre chiedendo conto di quanto stava accadendo: “Ma cosa fate?” avrebbe chiesto ai colleghi napoletani, dando vita a un momento di forte tensione per poi intervenire, direttamente, con una manovra correttiva d’urgenza.
Che in sala operatoria si fossero vissuti attimi concitati risulta anche da una relazione inviata il 18 febbraio al ministero della Salute dal direttore del Dipartimento prevenzione sanitaria della Provincia di Bolzano, Michael Mayr. Nei giorni scorsi i medici austriaci sono stati ascoltati dai carabinieri del Nas di Trento, nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Napoli per omicidio colposo. Al momento sono 7 gli indagati, tutti appartenenti all’équipe del Monaldi. Un fascicolo che dovrà chiarire se vi siano state responsabilità nelle procedure che hanno preceduto il trapianto.
Tra gli elementi ora al vaglio degli inquirenti c’è la tempistica dell’espianto. Dall’incisione, registrata alle 9.43, al momento in cui il cuore è stato rimosso, alle 11.25, sarebbero trascorsi 102 minuti. Un intervallo su cui si concentra una delle ipotesi investigative: il danno all’organo potrebbe essersi verificato già durante quelle fasi, prima ancora del trasporto. Dopo l’espianto, il cuore sarebbe stato collocato in un contenitore di plastica richiesto dall’équipe napoletana e fornito dall’ospedale altoatesino. Anche il ghiaccio per la conservazione sarebbe stato chiesto tramite interfono e portato in sala da un’operatrice socio-sanitaria.
Punto dirimente però, oltre al contenitore, è la causa principale del deterioramento dell’organo, ovvero la tipologia di refrigerante utilizzato: il ghiaccio secco (che arriva fino a -80 mentre, invece, deve essere tenuto in ipotermia tra 0 e 4 gradi) al posto del ghiaccio tradizionale.
Inoltre, il ghiaccio sarebbe stato prelevato da un grande contenitore isotermico custodito al piano terra dell’ospedale, nell’area dell’Officina ospedaliera. Un materiale che richiede cautele particolari: è ustionante e va maneggiato con protezioni adeguate. Gli investigatori stanno ricostruendo la catena delle responsabilità, chiedendo all’azienda sanitaria i nomi degli addetti alla fornitura del ghiaccio e dell’operatore in servizio nel blocco operatorio quel giorno. Dal “contenitore isotermico da ghiaccio secco”, un grosso scatolone con ruote e chiusure di acciaio che può sopportare bassissime temperature, sarebbe uscita la sostanza usata nel recipiente per il trasporto del cuore.
Secondo la ricostruzione finora emersa, l’operatore avrebbe recuperato il ghiaccio su richiesta della sala e consegnato il materiale a un infermiere, che lo avrebbe poi inserito nel contenitore del cuore. Non è escluso che siano stati chiesti chiarimenti sull’idoneità della sostanza prima dell’utilizzo.
Nel frattempo, ispettori del ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti hanno raggiunto Bolzano per una verifica parallela a quella della magistratura. Audizioni e acquisizione di documenti mirano a fare piena luce su quanto accaduto. Resta un doppio interrogativo: se il cuore sia stato compromesso già in sala operatoria, durante quei 102 minuti cruciali, o se il danno decisivo sia legato alla scelta – o all’errore – del ghiaccio secco.
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