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Green pass lavoro obbligatorio, la Siml protesta: "Disincentiva chi rifiuta l'obbligo"

La Società Italiana di Medicina del Lavoro chiede maggiora chiarezza nel quadro legislativo, che ora rischia di creare confusione sull'obbligo di Green pass per i dipendenti

16 Settembre 2021

Green pass lavoro obbligatorio, la Siml chiarisce: non è competenza del medico

La Società Italiana di Medicina del Lavoro (Siml) chiarisce in una nota che l'idoneità al Green pass non è competenza del medico. O, meglio, che il quadro legislativo attuale lascia troppi spazi di incertezza che rischiano di far crollare sulle spalle dei medici gravi responsabilità legate al giudizio di idoneità alla certificazione verde.

"Le interpretazioni stanno estendendo le competenze oltre il limite"

Le interpretazioni della normativa che affida al medico competente il giudizio sull'idoneità dell'individuo al Green pass, in alcuni casi decidendo se ritenere esente dal vaccino il soggetto, sarebbero troppo ampie per le competenze effettive di cui gode il professionista. La nota nasce per rispondere ad alcune delle domande insorte con la volontà del Governo di imporre il Green pass a tutte le categorie lavorative, e per chiedere attenzione su quei dettagli che fanno la differenza. Il rischio, come sottolinea più volte il testo, è di cadere facilmente in contenziosi che superano l'ambito di responsabilità del medico competente.

"Il quadro normativo emergenziale (ivi compresi i pareri in proposito espressi dal Garante per la Protezione dei Dati Personali) attribuisce al medico competente la possibilità di esprimere un Giudizio di inidoneità parziale o assoluta per il lavoratore non munito di Certificazione verde (Green pass) e che in seguito a tale Giudizio, il datore di lavoro potrà liberamente sospendere il lavoratore", inizia il documento diffuso dalla Siml.

"Per le ragioni che succintamente si elencheranno di seguito e rifacendosi all’assunto che ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit ["Dove la legge ha voluto ha detto, dove non ha voluto ha taciuto", n.d.r.]", spiega il documento, "riteniamo tale estensione irragionevole: stante il quadro normativo vigente, il medico competente che esprimesse un Giudizio di idoneità in relazione al possesso da parte del lavoratore della Certificazione verde, travalicherebbe il mandato assegnatogli dalla legge."

I protocolli non impongono il Green pass, ovvero: non serve il parere del medico

"Il legislatore ha precisato che i datori di lavoro adempiono all’obbligo di massima sicurezza fattibile, adattando alla propria realtà aziendale le prescrizioni contenute nel cosiddetto Protocollo condiviso (art. 29 bis del D.L. n. 23/2020). Al momento, quindi, non è previsto che i Protocolli di Sicurezza AntiContagio comportino che il lavoratore esibisca la Certificazione verde", precisa la nota della Società italiana di medicina per il lavoro.

Infine, tra i nodi da sciogliere c'è la non obbligatorietà di costringere il soggetto a presentarsi a una visita che accerti la possibilità o meno di essere esentato dalla certificazione verde. Al contrario: "In relazione alla supposta possibilità di utilizzare l’art. 279 del D. Lgs. n. 81/2008, è da rimarcare che una sua non superficiale lettura rende evidente che esso non autorizzerebbe comunque a sottoporre i lavoratori ad una visita di aggiornamento dell’idoneità basata solo sul dato vaccinale, il quale non si configura come una variata o nuova esposizione al rischio. Pertanto, se la visita non è in scadenza il medico competente non può arbitrariamente rivalutare l’idoneità dei soggetti non vaccinati."

Ciò creerebbe, come termina la nota della Siml, una distorsione nel sistema (soprattutto in ambito sanitario) per cui "si potrebbe arrivare a favorire proprio coloro che (al di fuori dei casi di impossibilità oggettiva) rifiutano l’obbligo." E questo "avrebbe il paradossale risultato di consentire l’esclusione del personale volontariamente non vaccinatosi dai reparti maggiormente a rischio, disincentivando la vaccinazione in tutti gli altri operatori".

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