Sabato, 21 Maggio 2022

Seguici su

"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

“7 Deaths of Maria Callas”: al 'San Carlo' di Napoli la prima italiana di Marina Abramović

Il teatro del capoluogo campano ha ospitato la prima nazionale dell'opera dell'artista serba, naturalizzata statunitense: nel finale un minuto di silenzio per l'Ucraina

Di Massimiano Nano

14 Maggio 2022

Napoli, 13 maggio 2022. Opera lirica o performance? Le spettatrici e gli spettatori accorsi numerosi, e tra loro molti giovani, al Teatro di San Carlo se lo devono essere chiesti fin dall’inizio. Il tema in ogni caso è chiaro. Siamo già tutti avvolti in un’atmosfera in cui la musica di Marko Nikodijević accompagna le cangianti nuvole sul gigantesco schermo che si sovrappone all’intera scena quando risuona un incipit che dice molto su ciò che ci aspetta: «Sono una fiammella tremolante di una candela solitaria. Esposta agli elementi: al vento e alla pioggia, all’amore e all’odio, alla malattia e alla salute. La fiamma può riscaldarmi oppure bruciarmi. Può illuminare il mio cammino o essere la mia guida. Ma quando finisce non può essere riaccesa. È andata per sempre».


È il quadro che introduce la morte per tubercolosi di Violetta nella Traviata, ed è la prima delle 7 morti di Maria Callas (7 Deaths of Maria Callas) di Marina Abramović, l’artista concettuale, protagonista da quarant’anni di memorabili performance in cui ha esplorato i limiti estremi della propria corporeità, autrice del libretto insieme al connazionale Petter Skavlan. E lei, l’artista, è lì, fisicamente, corpo immobile e funereo, sul palco a impersonare la Callas defunta nel suo appartamento di Parigi. La sua performance sembra arrestarsi lì, in quella semplice costante, immobile, inquietante presenza. E così resterà per tutto lo svolgimento della prima parte dello spettacolo, durante il quale si avvicenderanno 7 morti della lirica assai famose, corrispondenti a 7 opere presentate al culmine del loro climax e quindi a 7 arie che resero insuperabile la Callas. Sono cantate da Selene Zanetti (Violetta Valéry), Valeria Sepe (Floria Tosca), Nino Machaidze (Desdemona), Kristine Opolais (Cio-Cio San), Annalisa Stroppa (Carmen), Jessica Pratt (Lucia Ashton), Roberta Mantegna (Norma), e dai personaggi tra parentesi avrete capito di che opere si tratta. Ma ad animare scene da opere famose di Bellini, Bizet, Donizetti, Puccini, Verdi è comunque lei, Marina Abramović, che insieme ad un altrettanto iconico Willem Dafoe, reinterpreta quelle scene declinando potenzialmente all’infinito l’intreccio tra vita, amore e morte, all’insegna di una immedesimazione in Maria Callas che la Abramović - come si legge nell’accurato libretto di sala - fa risalire all’emozione provata a Belgrado, all’età di 14 anni, quando, ascoltando la Callas per la prima volta per radio, si commosse fino alle lacrime e volle sapere tutto di lei. Non mancano i richiami a precedenti performance dell’artista serba, non ultima la scena inquietante in cui, nei panni di Desdemona, il suo corpo e la sua gola vengono avvolti da enormi serpenti. Ma quelle che vediamo sul megaschermo non sono performance, ma, piuttosto, sofisticate produzioni di videoarte, in cui musica, suoni, rumori, luci, immagini si intrecciano con sinestetica coerenza. Assistiamo dunque a un interessante sviluppo della sua arte, già iniziato da tempo, che la spinge a esplorare la possibilità di “iniettare sé stessi in un personaggio”. Una trasformazione iniziata proprio con Dafoe quando lavorarono insieme per lo spettacolo di Robert Wilson Life and Death of Marina Abramovic. Ed è proprio Dafoe che ora uccide Marina/Maria in sette modi diversi, che corrispondono a sette finali di opere con le tragiche “morti per amore” attraverso le quali Marina esplora, con ritmo solenne, espressivo, e con venature sacrificali, le proprie pene d’amore rispecchiandosi in quelle vissute dalla Callas nella sua vita reale. Violetta e Alfredo fissano insieme una luce in lontananza mentre sul palco si canta l’aria Addio del passato; Tosca si lascia cadere lentamente da un grattacielo e si schianta infine su un’auto mandando i vetri in frantumi; Desdemona - sposa consapevole del proprio destino sacrificale - è strangolata, come dicevamo, da enormi serpenti; Cio-Cio San muore intossicata in un paesaggio contaminato al suono di Un bel dì vedremo; Carmen finisce pugnalata dopo aver ingaggiato con un Dafoe torero un perdente tiro alla fune; Lucia sanguina fino all’inverosimile dopo aver rotto ogni genere di specchi e di vasi; e sulle note di Casta diva Dafoe e Abramović, invertiti i ruoli di genere, si dirigono mano nella mano verso il rogo.

È alla fine di questo percorso che, nella seconda parte dello spettacolo, Marina/Maria si alza dal letto, esplora lo spazio intorno a sé, le lenzuola preziose, le fotografie, i quadri, gli specchi, l’intera stanza che è una perfetta riproduzione di quella della casa parigina in cui la Callas morì a 53 anni. I suoi gesti riprendono talvolta quelli che poco prima avevamo visto sullo schermo, finché la Abramović non manda in frantumi un grande vaso di fiori e poi continua a camminare a piedi nudi avanti e indietro nella stanza rischiando di ferirsi e di sanguinare, come si era visto in modi assai cruenti sullo schermo, ricordando le performance estreme che decenni fa hanno reso celebre l’artista, e nelle quali “il sangue è la materia e la lama di rasoio e il coltello sono gli strumenti, e riguardano il qui e ora in tempo reale”. “Qui e ora”, sono invece le 7 cantanti che si erano avvicendate nella prima parte dello spettacolo, vestite da cameriere, a pulire il pavimento e a liberarlo davvero dai cocci, permettendo all’artista di camminare indenne verso un grammofono. È solo a questo punto che sentiremo la voce inconfondibile della Callas. Nel suo morire di crepacuore Manina conclude la sua totale penetrazione del personaggio: più un appropriamento simbiotico che una immedesimazione teatrale.

Dunque, a che cosa abbiamo assistito, a una performance o a un’opera lirica contemporanea? Performance per l’effetto straniante che certamente ha prodotto negli estimatori usuali dell’opera lirica. Ma l’uso performativo del contesto operistico, le immagini e ancor di più le musiche che sapientemente evitano salti e contrasti eccessivi, inquadrando i singoli episodi in un flusso sonoro continuo, ha il fine di avvicinare all’Opera un pubblico nuovo oltre che di rinnovare il gusto di quello antico. La presenza numerosa di giovani alla prima di venerdì sera, la standing ovation finale, unita all’adesione unanime all’appello dell’artista di dedicare un minuto di silenzio a chi sta soffrendo per le atrocità della guerra poggiando la propria mano sulla spalla del proprio vicino di posto, fanno pensare che entrambi gli obiettivi siano stati raggiunti.

Seguici su

Commenti Scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

Più visti

x