21 Febbraio 2026
Casa Savoia, le onorificenze dell'ultimo Re d'Italia Umberto II, vanno all'asta a Ginevra il 18 marzo, lo stesso giorno in cui l'ex sovrano morì in esilio in Svizzera
Finora conservata in famiglia, questa collezione unica di onorificenze appartenute a Umberto II, ultimo Re d'Italia, sarà presentata per la prima volta all'asta a Ginevra durante la settimana che va da lunedì 16 marzo dalla Casa d'Aste Piguet. Finemente lavorate, queste decorazioni saranno offerte in 44 lotti, con una stima complessiva compresa tra 400.000 e 600.000 franchi svizzeri. La maggior parte di queste onorificenze fu assegnata a Umberto II (1904-1983) quando era ancora Principe di Piemonte: simboleggiano i legami dinastici e diplomatici che univano le grandi famiglie regnanti del mondo. Raccontano la storia di un mondo tra due guerre e di una monarchia che accumulò onorificenze internazionali proprio nel momento in cui stava perdendo la sua legittimità in patria. Così commenta Bernard Piquet, direttore della casa d’aste ginevrina: «È rarissimo offrire un insieme così importante e prestigioso all’interno di un’unica asta. Gli ordini cavallereschi più illustri vi sono rappresentati nel loro grado più elevato. Ricevere la fiducia delle più grandi famiglie aristocratiche europee è un immenso privilegio, che comporta anche la responsabilità di vigilare affinché questi oggetti di prestigio proseguano la loro storia presso un nuovo proprietario degno della loro eredità». E viene da chiedere chi possa essere considerato un degno "erede" per questi che non sono meri oggetti o ornamenti. Essi comprendono: L’Ordine Imperiale di Sant’Andrea Apostolo Primo Chiamato — la massima onorificenza civile e militare della Russia imperiale che fu conferito Principe di Piemonte nel 1910, ad appena sei anni. Quattro ordini imperiali russi, tradizionalmente conferiti ai destinatari dell’Ordine di Sant’Andrea: l’Ordine di Santa Anna, l’Ordine di San Alessandro Nevskij, l’Ordine dell’Aquila Bianca e l’Ordine di San Stanislao. L’Ordine Supremo del Cristo del Vaticano, la più alta onorificenza pontificia, conferito a Umberto nel 1929, in occasione della firma dei Patti Lateranensi, che oggi non viene più conferito. Si tratta di testimonianze storiche dei legami dinastici e diplomatici che univano le grandi famiglie regnanti in Europa e nel mondo all'inizio del secolo passato e del ruolo occupato dal futuro (le decorazioni risalgono ovviamente al periodo antecedente alla breve ascesa al trono) Re d’Italia in un momento chiave della storia politica e religiosa europea. La proprietà dei gioielli della Corona è una questione aperta. A differenza di altri beni mobili e immobili appartenuti ai Savoia, infatti, i gioielli non sono mai stati confiscati come sancito dalla tredicesima disposizione finale e transitoria della Costituzione. Per cui ciò darebbe modo – secondo l’avvocato Orlandi – di poterli rivendicare. I preziosi, nei giorni successivi al referendum del 2 giugno 1946, furono affidati dal ministro della Real Casa, Marchese Falcone Lucifero, su incarico di Umberto II, alla Banca d’Italia. Il verbale di consegna avrebbe una formulazione vaga (“si affidano in custodia alla cassa centrale, per essere tenuti a disposizione di chi di diritto, gli oggetti preziosi che rappresentano le cosiddette gioie di dotazione della Corona del Regno”). Il legale dei Savoia è convinto anche per questo di poter recuperare il tesoro per i suoi assistiti. Ma quanto valgono quei gioielli? Pare non esista una valutazione precisa: c’è chi li stimerebbe intorno ai 300 milioni di euro e chi, come Gianni Bulgari, che li visionò negli anni ’70, limita la stima a qualche milione. Principessa Maria Gabriella, di cosa si compone esattamente il tesoro della Corona depositato alla Banca d’Italia? Contrariamente a quello che alcuni affermano questi non sono "gioielli della Corona" nel significato in cui lo si intende ad esempio in Inghilterra o in altri paesi europei. Questi preziosi non sono gioielli utilizzati per incoronazioni, corone o scettri, poiché questo tipo di cerimonia non esisteva per i Re di Sardegna e poi per i Re d'Italia. Si tratta di una serie di gioielli d'apparato costituiti da diamanti e perle indossati da più generazioni di regine sabaude. Il più importante è un diadema di perle a pera e diamanti che la mia bisnonna Margherita e mia nonna Elena hanno portato spesso. Molte perle appartenevano alla Regina di Sardegna Maria Adelaide d’Asburgo, moglie di Vittorio Emanuele II, e provengono dalla casa imperiale d'Austria. Uno dei gioielli più spettacolari è una doppia catena di diamanti fatta realizzare dalla Regina Margherita con maglie a foggia di nodo Savoia, il simbolo della nostra famiglia. Principessa, se questi gioielli erano beni privati, perché Suo padre Umberto li ha lasciati in Italia al momento di partire per l'esilio? Era onesto. Troppo, forse. E come si dice con ironia "nessuna buona azione resta impunita". Affidando i gioielli a Luigi Einaudi, allora governatore della Banca d'Italia, il Re disse che essi avrebbero dovuto "tornare a chi di diritto". La maggior parte delle pietre che li compongono provengono dalle doti delle diverse regine di Sardegna e d'Italia. Alcuni pezzi invece sono doni offerti da diplomatici stranieri, come è il caso di un raro diamante rosa al centro di una grande spilla di diamanti a forma di nodo. Gli archivi della nostra famiglia indicano che fu un regalo di uno dei marescialli di Napoleone, il maresciallo Auguste Marmont, duca di Ragusa. Nessuno di loro è mai appartenuto allo Stato. Di Andrea Cianferoni
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