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Il conduttore Igor Righetti: “Vi aspetto su Iso Radio con L’autostoppista e preparo una sorpresa su mio zio Alberto Sordi”

Lo speaker e giornalista racconta in una lunga intervista a Il Giornale d’Italia i suoi esordi, il suo essere multitasking e l’amore viscerale per la comunicazione

Di Stefano Bini

25 Maggio 2022

Igor Righetti

Igor Righetti è conduttore radiotelevisivo, giornalista, professore e scrittore; in un momento in cui tutti vogliono apparire senza saper far nulla, il nipote di Alberto Sordi gronda professionalità e dispensa intelligenti consigli. Con il suo fido Byron, dal lunedì al venerdì, dalle 17 alle 18, su Iso Radio, va alla scoperta delle curiosità sui vip di casa nostra.

Conduttore radio e tv, autore, scrittore, professore universitario, opinionista e con un passato da dirigente come direttore comunicazione e capo ufficio stampa di Ericsson, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Pineider e Nazareno Gabrielli.  Ma cosa vuole fare da grande Igor Righetti?

«Fin da bambino, il mio sogno era quello di diventare un giornalista-anchorman a tutto tondo come quelli che vedevo nei film americani. Amavo comunicare e ascoltare. Tutto ciò che era comunicazione mi affascinava. Nel 1986, a 17 anni, la stessa età in cui mio cugino Alberto Sordi cominciò a fare la comparsa, mentre stavo studiando al liceo artistico partecipai, assieme a mio fratello Valter di quattro anni più grande di me, e vinsi un provino a Videomusic, la prima tv musicale europea sbarcata in Italia nel 1984, poi diventata Tmc2 e, successivamente, MTV Italia. Ero autore dei miei testi e inviato del programma Crazy Time di Clive Malcolm Griffiths e Rick Hutton, due inglesi che rivoluzionarono con il loro stile british il modo di condurre programmi musicali in tv. Nel frattempo studiavo inglese, dizione e recitazione e collaboravo al quotidiano La Nazione. Quindi “da grande” mi piacerebbe continuare a fare ciò che sono riuscito a costruire con spirito di sacrificio, impegno, costanza e tanta determinazione. Mi piacerebbe continuare a sperimentare nuovi linguaggi e a scrivere nuovi format per la radio e la tv sempre seguendo i cambiamenti sociali. Perché nella vita nessuno ti regala nulla. Prima di fare questo percorso professionale non credevo ai miracoli, poi mi sono dovuto ricredere. Di miracolati, soprattutto in tv, ce ne sono davvero tanti, personaggi interessanti come guardare il pavimento bagnato mentre si asciuga.»

 

Fino al 16 giugno, l’ascolteremo ogni pomeriggio, dalle 17 alle 18, su Rai Isoradio con il programma L’autostoppista, un altro format creato da lei dopo il grande successo durato 12 anni de Il ComuniCattivo su Rai Radio 1, Rai2 e all’interno di Tg1 Libri e dopo il primo radio reality a livello internazionale In radio veritas per Radio Rai al quale parteciparono anche Mario Monicelli, Renzo Arbore e Giorgio Albertazzi.  Da dove nasce l’idea del suo nuovo format e la risentiremo a settembre?

«L’autostoppista è il primo programma radiofonico pet friendly dove il co-conducente è il mio bassotto Byron che interagisce con gli “autostoppisti” su temi legati ai diritti degli animali. È un format crossmediale innovativo: mi sono ispirato all’esilarante commedia "Il tassinaro" diretta e interpretata nel 1983 da Alberto Sordi. Nell’era del car sharing, nell’epoca in cui i contatti umani sono stati annullati a lungo a causa della pandemia e in un periodo storico dove è sempre più difficile fidarsi di un altro umano ho pensato di riportare in auge l’autostop. In ogni puntata offro un passaggio sulla mia auto a personaggi celebri rimasti in panne, ignari, però, di salire a bordo di un prototipo di vettura mai entrato in produzione in quanto anarchico e sovversivo. Grande attenzione viene rivolta anche al mondo dei social network con lo spazio “Le pet star dei social”. Tra i 370 “autostoppisti” già saliti a bordo figurano, tra gli altri, Mara Venier, Renzo Arbore, Al Bano Carrisi, Piero Chiambretti, Vittorio Sgarbi, Stefano Coletta, Piero Angela, Renato Pozzetto, Franca Leosini, Giusy Ferreri, Maria Grazia Cucinotta, Donatella Rettore, Vittorio Feltri, Pupi Avati, Barbara Palombelli, Iva Zanicchi, Katia Ricciarelli, Beppe Severgnini, Massimo Boldi, Cristina D’Avena, Simona Ventura, Caterina Balivo, Adriano Panatta, Mara Maionchi, Giovanni Allevi, Gianfranco Vissani, Santo Versace e Massimo Giletti. Le caratteristiche del format sono l’ironia graffiante, le radio dediche musicali e cinematografiche che gli autostoppisti possono dedicare a chi vogliono, la presenza a bordo di esperti e attivisti del mondo pet, imprenditori, scrittori, giornalisti, influencer, personaggi del mondo dello spettacolo e della politica per raccontare i cambiamenti dell’Italia e dei suoi abitanti tra ricordi, aneddoti, curiosità, emozioni e ilarità. La prima edizione del programma è partita a marzo del 2021, fortemente voluta dalla neo direttrice del canale Angela Mariella, e ha avuto un grande successo di pubblico e di visibilità mediatica riportando su Radio Rai, in questo caso su Rai Isoradio, decine di migliaia di ascoltatori che mi hanno seguito per 12 anni a Il ComuniCattivo su Rai Radio 1 e tantissimi giovani. Questa seconda edizione è cominciata a settembre dell’anno scorso e abbiamo notato anche un importante numero degli scarichi delle puntate dal podcast del programma. Per ora i palinsesti del prossimo autunno non sono ancora stati elaborati.»

 

Dei tanti personaggi che ha intervistato, chi l’ha colpita di più?

«Su oltre 370 personaggi saliti a bordo finora sono tanti coloro che mi hanno colpito. Tra questi, Al Bano Carrisi per la sua schiettezza, Franca Leosini per la sua apertura mentale, Piero Chiambretti per la sua onestà intellettuale nel parlare della tv, Renato Pozzetto per la sua riservatezza e il direttore Stefano Coletta per la profonda umanità nel raccontarsi.»

 

Si porta sempre dietro il suo amico a quattro zampe Byron. Una passione, quella per gli animali, nata con l’arrivo di Byron o che coltiva sin da piccolo?

«L’amore e il rispetto verso tutti gli animali e nei confronti dell’ambiente me lo hanno insegnato i miei genitori fin da bambino. In casa abbiamo sempre avuto cani e gatti, spesso abbandonati o frutto di sequestri in quanto mia madre Vittoria è stata per tanti anni presidente dell’Ente nazionale protezione animali della provincia di Grosseto e mio fratello Valter guardia zoofila. Io fin da piccolo facevo il volontario al canile comunale. Come per l’educazione, anche l’amore verso gli animali parte dai genitori. Anche mio cugino Alberto Sordi amava gli animali tanto quanto gli esseri umani e diffidava di coloro che li maltrattavano perché diceva che non avrebbero esitato a fare lo stesso verso i propri simili. Ho sempre condiviso questo suo modo di pensare. Chi abbandona un animale non soltanto commette un reato, ma è un criminale. Byron è sempre con me anche in aereo o in treno e dove non fanno entrare lui non entro neppure io. Tra l’altro, il profilo Instagram di Byron ha 22500 followers.»

 

Da nipote del grande Alberto Sordi, immaginiamo stia preparando qualcosa per i 102 anni, il prossimo 15 giugno. Vedremo o ascolteremo qualcosa in tv e in radio? Ci racconta anche qualche simpatico aneddoto.

«Per il 15 giugno, giorno del suo compleanno, sto preparando una puntata speciale de L’autostoppista su Rai Isoradio per ricordarlo. Interverranno Patrizia de Blanck, con la quale ebbe una bellissima storia d’amore nei primi anni Settanta, la figlia dell’attrice Anna Longhi, Sabrina Sammarini e l’ex annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti, sua grande amica. Come racconto nel mio libro Alberto Sordi segreto, edito da Rubbettino con prefazione di Gianni Canova, il primo sulla sua vita fuori dal set giunto alla decima ristampa in due anni dall’uscita, agli inizi della sua carriera nei teatri di rivista fu mio nonno, Primo Righetti, a regalargli lo smoking che Alberto indossò nei suoi primi spettacoli teatrali al Quirino e al Quattro Fontane facendogli trovare anche un po’ di denaro in tasca. Il papà di Alberto morì nel 1941 quando lui aveva appena 20 anni e non era ancora famoso. Mio nonno lo incoraggiò a proseguire nel suo sogno, lo sostenne e fece riflettere suo padre Pietro sul grande talento e la forte determinazione del figlio che non voleva far altro nella vita se non l’attore. E Alberto gliene fu sempre grato, tanto che anni dopo, quando mio nonno si paralizzò, provvide a farlo curare da un luminare della scienza e al suo ricovero in una clinica di lusso. Il tutto a sue spese. Mio padre, invece, realizzava con lui le statuine di gesso del presepe per la parrocchia di Santa Maria in Trastevere. Successivamente Alberto lo volle come capoclaque nei suoi spettacoli, cioè colui che faceva partire gli applausi nei teatri in cui si esibiva all’inizio della sua carriera.  Gli scriveva sul copione le parti in cui mio padre doveva far intervenire gli spettatori. Alcuni elementi decorativi della sala cinematografica della sua villa romana, Alberto li fece realizzare a mio padre Alessandro. La mia parentela discende da sua madre Maria Righetti, sono suo cugino ma Alberto ha sempre voluto che io e mio fratello Valter lo chiamassimo zio. Del resto, non avendo avuto figli né nipoti, per Alberto i cugini, soprattutto quelli molto più giovani di lui, erano nipoti. Ricordo con particolare piacere quando nel 1982 venne a girare nella spiaggia di Cala di Forno, nel parco della Maremma, a pochi passi dallo studio di scultura di mio padre anch’egli come Alberto sempre in giro per il mondo a causa del suo lavoro, buona parte del film “In viaggio con papà”. Fu ospite a cena a casa nostra. Per attirare la sua attenzione preparai le imitazioni di alcuni personaggi come Bombolo. Ci facemmo tante risate e mi diede alcuni consigli su come impostare la voce. Un episodio molto divertente accadde a casa di Patrizia de Blanck: lei mescolava l’insalata con le mani, dopo un accurato lavaggio, perché diceva che così si condiva perfettamente e io e Giada, la figlia di Patrizia, eravamo delegati a togliere i semi ai pomodori perché Alberto li detestava. Lui la guardava divertito e un po’ perplesso mescolare l’insalata con le mani e diceva che poteva essere una scena di un suo film con Anna Longhi. E guai a proporre ad Alberto i funghi: lo terrorizzavano perché li riteneva tutti velenosi.»

 

Suo zio avrebbe voluto un orfanotrofio e non un museo all’interno della sua villa. Quanta delusione c’è da parte sua e di tutti i parenti?

«Siamo felici come mosche in un villaggio di stitici. A quei familiari che gli erano più vicini tra i quali mio nonno e mio padre, così come alla sua segretaria storica Annunziata Sgreccia, a Patrizia de Blanck e al medico di fiducia della famiglia dal 1992 al 2011 nonché grande amico Rodolfo Porzio, Alberto ha sempre detto di voler destinare la sua villa faraonica a orfanotrofio. E la sorella Aurelia voleva rispettare il desiderio del fratello. Il professor Porzio, che operò Alberto più volte negli anni, lo ribadì anche durante un’udienza del processo penale che si svolse a Roma sul presunto raggiro da 2,3 milioni di euro ai danni di Aurelia Sordi. Noi familiari volevamo che questo suo desiderio si realizzasse. Chi conosceva veramente Alberto sa che frequentava gli orfanotrofi e che aveva adottato a distanza decine di bambini, filantropia sempre fatta in silenzio, come era il suo stile. Alberto spiegò anche il perché di quella sua decisone: “In quella casa - disse - non c'è mai stato il sorriso di un bambino”. Dopo aver costituito la Fondazione per gli anziani e quella per i giovani artisti con poche possibilità economiche, l’apertura dell’orfanotrofio sarebbe stato il compimento della grande generosità umana che lo ha sempre caratterizzato. Un museo dedicato a lui, in effetti, sarebbe stato lontano dal suo modo di essere, estremamente riservato. La sua villa l’aveva sempre protetta da sguardi indiscreti con estrema fermezza e mai avrebbe voluto che fosse mostrata al pubblico. Il professor Porzio ha inoltre ribadito che “Alberto non faceva entrare nessuno nella sua villa” smentendo così tanti personaggi che in questi ultimi anni hanno sostenuto di essere di casa nel “rifugio” di Sordi. Da bambino sono stato nella faraonica e austera villa di Roma con mia nonna Adele, molto amica di Savina, la sorella più grande di Alberto, insegnante di religione e lettere in una scuola secondaria, con la quale cuciva e faceva lavori di maglia. Al piano superiore, dove c’erano il suo studio, la sua camera e la barberia non si poteva andare e ricordo che tutte le stanze della casa erano chiuse a chiave. Il pubblico al quale era così legato, così come i suoi collaboratori, il personale dipendente e i giornalisti accreditati, non sanno quasi nulla della vita privata di Alberto, in quanto fece della riservatezza una ragione di vita. Con il pubblico ha condiviso la sua vita professionale, ma non quella privata. Soltanto con le sorelle Savina e Aurelia, con il fratello Giuseppe e con alcuni familiari più stretti che aveva frequentato fin da bambino assieme alla sua famiglia come mio nonno Primo Righetti e mio padre Alessandro, suo cugino, che lui chiamava affettuosamente Sandro, si lasciava andare ad alcune confidenze. Chi si vanta di aver conosciuto bene Alberto e di essergli stato grande amico o, addirittura, di esserne stato confidente e depositario di segreti per avergli fatto un’intervista, aver lavorato o collaborato con lui per qualche anno nel suo ultimo periodo artistico, quello meno prolifico, non è credibile. Proprio la sua estrema riservatezza sulla sua vita privata lo ha portato a chiedere a noi familiari di evitare di raccontare, finché fosse stato in vita, episodi che lo riguardassero così come lui evitava di parlare di se stesso o di altre persone che frequentava. Per lui la privacy era fondamentale: proprio per questo motivo non ha mai voluto mostrare in tv o sui giornali la sua villa acquistata dopo anni di duro lavoro, una casa che per lui rappresentava il rifugio dalla folla, non ha mai raccontato pubblicamente i suoi amori così come non ha parlato della tanta beneficenza che ha fatto, soprattutto verso istituti religiosi. Dato che Alberto non ha avuto figli così come le sue sorelle e suo fratello, noi siamo i suoi soli familiari a portare avanti il cognome e non vorremmo mai che anche lui, dopo tutto quello che ci ha regalato con la sua genialità, possa essere dimenticato.»

 

Cambiamo registro. Quest’estate sarà un periodo di lavoro o di meritato ozio?

«Ho sempre voluto svolgere questa professione altrimenti avrei continuato a fare il dirigente nelle varie multinazionali o grandi società in cui ho lavorato agli inizi della mia carriera. Il periodo estivo mi serve per cercare nuove idee, nuovi stimoli, osservare le persone, ascoltare, andare nei supermercati e guardare con calma ogni singolo prodotto. Impazzisco per il marketing come l’ammorbidente all’aria di montagna o la carta igienica che ti fa risparmiare perché ne basta un solo strappo. Ancora non ho conosciuto nessuno al quale, quando va in bagno, è sufficiente un solo pezzettino di carta, ma forse ci arriveremo. A volte passo del tempo alla fermata dell’autobus ad ascoltare i discorsi delle persone. Se vuoi entrare in sintonia con la gente attraverso un programma radiofonico o televisivo, ma anche un libro o un articolo devi conoscere le persone, devi sapere quali sono i loro problemi e i loro interessi non puoi vivere in uno studio televisivo o radiofonico come poi facciamo durante il resto dell’anno. Le docenze universitarie sono per me preziose proprio per carpire le esigenze dei giovani e i loro codici linguistici. Come diceva il poeta e scrittore statunitense Charles Bukowski “La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”. L’estate, poi, scrivo i miei libri e torno a viaggiare per poter poi pubblicare i miei reportages dall’Italia e dal mondo sui vai giornali per i quali collaboro. La mia professione, quindi, è anche il mio hobby. Sono multitasking e “always on come” dicono quelli che amano parlare in inglese anche mentre dormono.»

 

 

 

 

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