23 Marzo 2026
Exit Poll Opinio
Il referendum sulla giustizia 2026 si è concluso con la vittoria del No, con gli italiani che hanno respinto la riforma costituzionale con circa il 54 per cento dei voti contro il 46 per cento di Sì. Un risultato netto che, alla luce degli exit poll Opinio, rivela però anche un dato politico significativo, ovvero un dissenso trasversale che coinvolge anche l’elettorato dei partiti di governo. Secondo le stime, infatti, "più NO nel centrodestra con il 42,3% che Sì nel centrosinistra con il 29,5%", segnale di un malcontento che va oltre le tradizionali appartenenze e che racconta di elettori che non hanno seguito in modo compatto le indicazioni dei propri schieramenti.
I dati degli exit poll Opinio mostrano una distribuzione del voto articolata tra i principali partiti. Nel centrodestra, che sosteneva il Sì, emerge comunque una quota significativa di elettori che ha scelto il No, contribuendo in modo determinante all’esito finale della consultazione. Nel dettaglio, Fratelli d’Italia registra una larga prevalenza di Sì tra i propri elettori, ma con una minoranza non trascurabile orientata sul No. Dinamica simile anche per Lega e Forza Italia, dove il consenso alla riforma resta alto ma non compatto. È proprio questa frattura interna che, sommata ad altri fattori, contribuisce a spiegare il risultato complessivo.
Sul fronte opposto, tra i partiti di centrosinistra e nelle forze che sostenevano il No, il voto appare molto più compatto. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra mostrano percentuali elevate di contrarietà alla riforma, consolidando un blocco elettorale più coeso. Il dato più rilevante resta però quello complessivo che emerge dalla lettura trasversale degli exit poll, ovvero una quota di No nel centrodestra superiore alla capacità del centrosinistra di mobilitare voti per il Sì. Un elemento che rafforza l’idea di un voto non rigidamente schierato, ma influenzato anche da valutazioni di merito sulla riforma. Il referendum, che avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura e una nuova Corte disciplinare, si chiude dunque con una bocciatura significativa.
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