21 Febbraio 2026
Carlo Nordio e Matteo Piantedosi (fonte: Lapresse)
In pubblico nega, in privato scrutano. Carlo Nordio si mostra serafico: “Non ho mai inasprito i toni”, ripete a margine di un convegno a Bologna, assicurando di essersi limitato a citare parole altrui e ringraziando Sergio Mattarella per aver ricondotto la contesa “alla dialettica dei contenuti”. Ma nei corridoi romani la musica è un’altra. E non è un valzer.
A Palazzo Chigi si fa di conto. Non sui voti – quelli li misurano i sondaggisti – ma sui costi politici. Se il referendum dovesse trasformarsi in un inciampo, la linea è già pronta: il governo non si tocca. A pagare, semmai, sarà il volto più esposto della riforma. E quel volto è proprio Nordio.
Il ministro ha messo la firma e la faccia su ogni passaggio, evocando una battaglia culturale lunga quarant’anni, da Giuliano Vassalli in poi, rivendicando il codice accusatorio come tassello incompiuto di un percorso storico. Parole alte, visione di sistema. Ma la politica, si sa, vive di responsabilità immediate. E quando la temperatura sale, qualcuno deve abbassarla. O spegnere il fornello.
La frase che rimbalza tra i piani alti è sempre la stessa: “Si è esposto troppo”. Non tanto per i contenuti, quanto per il tono. Il punto, sussurrano, è che la campagna referendaria doveva restare chirurgica, tecnica, quasi notarile. Invece è diventata identitaria. E quando la sfida si fa identitaria, il rischio è che il voto diventi un giudizio sul governo intero.
Per questo, in caso di sconfitta, a palazzo Chigi comincia a circolare l’ipotesi delle dimissioni del Guardasigilli. L'ipotesi non è più un tabù. Sarebbe un sacrificio mirato, una valvola di sfogo per evitare che l’onda si trasformi in maremoto. Un modo per dire: la linea resta, ma cambiamo interprete. Del resto Nordio non ha un partito che lo possa difendere. Tecnico, indipendente, quindi – maliziosamente osservano alcuni – politicamente “mollabile”.
La premier osserva e non scopre le carte. Sa che ogni mossa ora pesa il doppio. Difendere a oltranza il ministro significherebbe intestarsi il risultato, qualunque esso sia. Scaricarlo troppo presto, invece, darebbe l’idea di un’ammissione preventiva di colpa. Così si prende tempo, si affilano le dichiarazioni, si studiano le uscite.
Intanto Nordio tira dritto. Rivendica il merito di aver riportato il confronto sui contenuti, ringrazia il Quirinale per il richiamo all’equilibrio, rilancia la riforma come compimento necessario di una stagione avviata decenni fa. Ma nei palazzi, si sa, la coerenza non sempre basta. Serve anche l’utilità politica del momento.
E se il vento dovesse cambiare, il ministro potrebbe diventare il parafulmine perfetto: abbastanza simbolico da assorbire la scarica, abbastanza isolato da non trascinare altri con sé. Il governo resterebbe in piedi, la narrazione pure. A cadere, eventualmente, sarebbe solo la carica più esposta. Perché in politica la responsabilità è collettiva finché si vince. Quando si perde, diventa personale.
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