13 Febbraio 2026
Altro che riunione tecnica. Ai piani alti della Lega si prepara una resa dei conti silenziosa, di quelle che non fanno rumore ma cambiano gli equilibri. Ufficialmente si parlerà di organizzazione. Ufficiosamente, il nodo è uno solo: chi prende il posto di Roberto Vannacci alla vicesegreteria.
Il nome che gira è quello pesante, pesantissimo, di Luca Zaia. Il “Doge” tace, osserva, misura. Ma non sta certo a guardare.
La condizione è chiara: niente poltrone decorative. Niente nomine da figurina Panini. Se deve salire a Roma, vuole potere vero. Deleghe chiare. Libertà di manovra. Possibilità di incidere sulla linea politica e sul rapporto con i territori. Insomma, lavorare sul serio.
Tradotto: Zaia non intende fare il vice di cartone mentre il comando resta blindato altrove.
La questione è delicata perché tocca direttamente Matteo Salvini. Il segretario ha bisogno di ricompattare il partito dopo mesi turbolenti, ma concedere spazio operativo al governatore veneto significa accettare un contrappeso interno. E nella Lega i contrappesi non sono mai stati una passeggiata.
Nel frattempo, un dettaglio lessicale racconta più di mille comunicati: nei documenti preparatori della riunione è sparita la parola “remigrazione”. Evaporata. Cancellata dal vocabolario ufficiale. Un caso? Difficile crederlo.
Quel termine era diventato il marchio identitario dell’area più muscolare, il vessillo politico legato alla stagione Vannacci. Tenerlo avrebbe significato alimentare una linea radicale che mal si concilia con il profilo amministrativo, pragmatico e territoriale di Zaia. Se il “Doge” deve entrare in partita, il terreno va ripulito.
Non è solo una questione semantica. È un segnale politico. La Lega deve decidere se continuare a rincorrere le parole d’ordine più estreme o tornare a puntare su governo locale, autonomia, imprese, Nord produttivo. Zaia rappresenta la seconda opzione. E lo sa.
Chi lo conosce racconta che avrebbe già fatto filtrare il suo pensiero: meglio nessun incarico che un incarico vuoto. Meglio restare in Veneto, dove il consenso è solido e personale, piuttosto che farsi ingabbiare in un ruolo di rappresentanza senza leve reali.
La trattativa è tutta qui. Salvini deve valutare se rafforzare il partito con un nome capace di parlare anche ai moderati o se mantenere un assetto più centralizzato. E intanto, ufficialmente, si nega che la riunione discuterà del successore di Vannacci. Classica smentita preventiva quando la decisione non è ancora chiusa.
Zaia non ha fretta. Il tempo gioca a suo favore. Più la Lega sente il bisogno di stabilità e credibilità amministrativa, più il suo profilo pesa.
La vicesegreteria, in fondo, è solo il titolo. La vera partita riguarda la linea politica e gli equilibri futuri. Se arriverà il sì, sarà un sì condizionato. Se le condizioni non verranno accolte, il “Doge” resterà al suo posto, forte della sua autonomia.
E a quel punto, nella Lega, il silenzio potrebbe fare ancora più rumore.
Di Eric Draven
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